Cinema e separazioni
La Suggestione
IL TRAUMATICO IN CORNICE
A casa mia, la televisione a colori era arrivata molto tardi. Per tutta la mia infanzia in cucina campeggiava una piccola Cresar color latte, a tubo catodico, 12 pollici. I canali si cambiavano premendo, con convinzione, dei tasti neri posizionati sopra lo schermo.
In quella televisione avevo visto molte cose del mondo, soprattutto considerando che in famiglia si era amanti del telegiornale. Al tempo, inizio anni ’80, non c’era una particolare attenzione a differenziare i contenuti per bambini da quelli per gli adulti e forse anche per quello, la televisione era divenuta una sorta di luogo franco in cui stare a cospetto delle cose dei grandi, senza venir cacciati via.
A ripensarci ora, la televisione degli anni 80 era un po’ come un continuo invito nella stanza dei genitori: lì vi si trovavano scene incomprensibili, troppo sovra-determinate per la mente di un bambino eppure irrinunciabili e dal grande potere attrattivo. Si aveva accesso a quello che definirei il “traumatico in cornice”, ovvero l’incontro con storie e immagini terribili che ci arrivano non per esperienza diretta ma attraverso il racconto di qualcuno. Il traumatico viene così reso accessibile attraverso un processo di ascolto e di identificazione con l’esperienza del narratore. Identificarsi con chi è al centro del racconto diviene un processo pre-conoscitivo dell’altro (e del mondo).
Il Novecento ha introdotto in maniera massiccia la narrazione della cronaca e questo ha trasformato molto la cornice della nostra comprensione. Nella descrizione in presa diretta, infatti, il narratore può non essere sempre in grado di creare una struttura di pensabilità che contenga il trauma ma si limita ad inquadrarlo. Anche questa è una funzione della cornice: restringere il campo per chiedere attenzione attorno a un evento. Spesso l’informazione della cronaca non può che limitarsi alla testimonianza (cosa comunque difficilissima) il che mette talvolta lo spettatore di fronte all’orrore e all’inermità di chi partecipa ad un evento. Proprio perché non c’è ancora un vero pensiero, tutto è impulso e dunque, a suo modo, verità. Per noi bambini guardare la televisione con gli adulti era come poter vedere cosa c’era davvero nel cuore degli adulti.
La televisione era qualcosa di veramente potente e permetteva a noi piccoli di guardare i nostri genitori mentre reagivano alle notizie del mondo (una sorta di lasciapassare per la scena interna dell’adulto); allo stesso tempo, in un misto di emulazione e reale emozione, imparavamo anche noi come reagire al mondo. Il traumatico in cornice della televisione era diventato un modo per guardare i grandi. Sentivamo il loro spavento, lo sprofondo ma anche i tentativi di tornare a pensare. Le brutte notizie del TG prima o poi si sarebbero trasformate in una lezione importante, seppure durissima, da imparare.
Ricordo, ad esempio, di aver visto una larga parte della diretta su Alfredino Rampi, caduto in un pozzo artesiano. Nessuno aveva pensato di allontanare noi bambini dalla TV e, anzi, eravamo tutti lì, assieme agli adulti a tifare, a lamentarci dell’incompetenza dei soccorritori, a rabbrividire all’idea che una simile disgrazia potesse succedere a qualcuno di noi. Eravamo immersi in un mare di emozioni e ricordo che, saputo della sua morte, avevamo pianto assieme, come se fosse stato un vicino del nostro cortile. Ricordo le madri parlarsi circa un pozzo non chiuso e le raccomandazioni ai bambini più grandi perché vigilassero sui più piccoli. Nessuno era indifferente. Tutti volevano avere una parte per trovare un senso alla scena. Quella terribile storia si sarebbe potuta evitare e sentii come si era creato un pensiero di gruppo per agire e per proteggere noi figli e nipoti. Era strano ma eravamo diventati i figli di tutti, dell’intera comunità.
CARESTIA
Era il 1984 quando imparai la parola “carestia”.
Scoprii anche che c’erano notizie di fronte alle quali, neppure dopo giorni, gli adulti sapevano cosa fare né cosa pensare.
Avevo dieci anni quando, sullo schermo della tv, vidi per la prima volta un bambino che stava morendo di fame. La cornice nera della Cresar faceva sembrare quell’immagine un quadro appeso davanti alla nostra tavola. Era un bimbo dalla pelle scura, sottilissima, aggrappata sulle costole e sulle clavicole. Era seduto, aveva gli occhi enormi e vitrei, pieni di mosche che non aveva il fiato di scacciare. Lo ricordo come fosse ora, tanto fu la potenza drammatica della sua esile figura.
Conservo anche l’immagine nitida della mia famiglia, raccolta attorno alla tavola, mentre il telegiornale mostra quei bimbi scheletrici. Qualcuno aveva sussurrato il nome della madonna come ad invocare un aiuto compassionevole e avevo sentito gli adulti scivolare in un senso di impotenza spaventata. “Poveri bambini” aveva detto mia madre con voce soffocata. Tutto si sospese.
La carestia in Etiopia del 1984 me la ricordo anche perché c’era stato, negli adulti, un dolore opaco. Sentii che si creava una sorta di intreccio emotivo molto strano. Da un lato il dolore era condiviso ed evidente, dall’altro c’era una strana forma di distacco, come se a tutti gli adulti fosse presa una stanchezza invincibile. Avevano visto qualcosa di troppo più grande delle loro forze e sembravano incapaci anche di reagire.
Le donne distoglievano gli occhi dalle immagini dei bambini morenti. Non c’era nessun'altra emozione se non lo sgomento, non c’erano raccomandazioni per noi figli, non c’erano soluzioni. Qualcuno, con un moto di ruvida angoscia, aveva detto “Mangia tu che puoi!” ma non era servito a ristabilire il disequilibrio cosmico che stavamo sentendo tutti. Era tutto così grande che la cornice ci aveva risucchiati e si poteva sentire una minaccia atavica sulla nostra tavola. L’unica cosa importante era che la carestia non doveva capitare a noi perché per essa non c’era senza soluzione alcuna. L’unico insegnamento che ne traevamo noi bambini era che, al netto della compassione, noi non avremmo mai dovuto essere loro: i bambini sfortunati.
Ricordo che in quegli anni molti artisti e intellettuali avevano sentito il bisogno di aiutare la “povera gente” etiope. Geldof e Midge Ure, avevano creato il progetto Band Aid per raccogliere fondi grazie alla collaborazione di cantanti di fama internazionale. Sentivamo tutti l’importanza di partecipare a qualcosa e si crearono molte cordate di solidarietà. Quello slancio, in qualche modo, aiutava anche noi e la nostra inermità davanti al dolore e ricordo che anche a scuola avevamo cantato Do the Know it’s Christmas.
“I bambini dell’Africa” era una frase che aveva contraddistinto la narrativa di metà anni Ottanta e che richiamava tutti noi ad una qualche forma di responsabilità. Ma era anche una specie di formula magica che li fissava là, sempre in attesa del nostro aiuto. Lontani.
Dopo un po’ aveva vinto il bisogno di prendere le distanze dai dolori incommensurabili e lentamente non si parlò più delle carestie in Africa.
Come sempre accade, le telecamere si spensero, la cornice cambiò scena e non se ne seppe più nulla. Rimasero ad aiutare, nel silenzio, moltissime ONG che intanto si erano formate, ma noi “grande pubblico” eravamo rimasti con l’idea che qualcosa si era pur fatto e che forse più di così non si poteva aiutare. Ero troppo piccola per sapere in che modo quelle immagini ci avevano cambiato o cosa ci avessero insegnato ma temo che la commozione non fosse mai diventata davvero un pensiero.
Inoltre, erano iniziati i grandi fenomeni migratori anche verso il sud dell’Europa e la narrativa della compassione verso gli africani confliggeva non poco con le nascenti politiche anti-immigrati che stavano strutturandosi proprio in quegli anni. Così, dopo qualche tempo, la TV smise di farci sapere che fine avessero fatto quei bambini affamati.
Noi bambini bianchi del primo mondo e loro, bambini neri pieni di mosche, eravamo di nuovo separati in maniera quasi totale. Ci separava soprattutto l’oblio.

LA RICERCA DELLA SALVEZZA.
Vent’anni dopo, un amico mi disse che il regista Radu Mihaileanu aveva fatto un nuovo film. Il suo lavoro più noto era stato Train de Vie, che trattava di una piccola comunità ebraica dell’Europa dell’est che cercava di sfuggire alla persecuzione nazista. Lo avevo molto amato. A narrare la storia del treno della vita, era Shlomo, il pazzo del villaggio che cercava di salvare tutti con le sue visioni ma anche con le sue cecità. Mihaileanu, di origine ebraica, aveva un modo dolce e sghembo di avvicinarsi al dolore e anche alle vite. Non cercava di ricostruire la storia, quella con la S maiuscola, ma andava alla ricerca di quella che Freud chiama la “verità storica” (1939) ovvero il ricordo deformato dal trauma che, nella sua quota di tradimento della realtà, disvela però una visione ancora più nuda del vissuto.
Il regista rumeno aveva, cioè, saputo mettere “il traumatico in cornice” ma chiedendo allo spettatore di non essere solo testimone esterno e annichilito dell’orrore nazista. Shlomo, il narratore, aveva chiesto a tutti (personaggi e spettatori, ebrei e non ebrei) di esercitare fino in fondo il diritto di sognare la salvezza. Non era importante che essa fosse reale: era più importante che tutti ci sentissimo accomunati da quella speranza. Se comprendiamo il bisogno ci qualcuno di salvarsi, ecco che ci è fratello, poiché accettiamo di empatizzare su una delle più profonde angosce dei viventi.
Quando, nel 2005, uscì Vai e Vivrai mi diressi al cinema senza sapere nulla della trama. Mi fidavo del regista e della sua grande sensibilità.
Solo a film iniziato avevo scoperto che Mihaileanu ci avrebbe chiesto di ragionare di nuovo sul diritto di salvarsi; questa volta però la storia si svolgeva proprio durante la carestia etiope del 1984.
Sentii subito un grande senso di gratitudine: mi consolava sentire che qualcuno voleva ancora occuparsi di quella vicenda e che io avrei avuto l’occasione di scoprire cosa ne pensassi, essendo ora io adulta.
Il film inizia sotto le tende di un campo profughi.
In quel tempo terribile, gli etiopi cercavano di sfuggire alla carestia avventurandosi in lunghi cammini che li portavano fino in Sudan, nei campi di raccolta e primo soccorso. Chi riusciva ad arrivare vivo, poteva sperare in un po’ di cibo, in un lembo di tenda e poco più. Non c’erano progetti o vere vie d’uscita: quella era solo una condizione appena più desiderabile rispetto alla morte ma non aveva nulla a che fare con la vita. Il film mi portava lì, tra quelle tende polverose.
Sullo schermo apparivano persone logore che parlavano tra di loro ma noi spettatori non capivamo nulla. Tutto era girato in aramaico e per lunghi minuti si cercava di intendere cosa stesse accadendo, cosa si dicessero le persone. Io ascoltavo i toni di voce: si sentiva la stanchezza, la durezza amara di chi ha solo il minimo; ma di loro non capivo nulla. Mi sembravano tutti un unico popolo affamato ma per qualcuno il destino era ancora fatto di speranza, per altri no.
Tra le povere persone ammassate nel campo profughi c’era anche qualche migliaio di Falascià, gli ebrei neri etiopi, discendenti della regina di Saba e del re Salomone. Le loro comunità avevano chiesto ad Israele di potersi appellare alla “legge del ritorno” che, dal 1950, garantisce ad ogni ebreo di poter immigrare e ottenere la cittadinanza israeliana. Quella legge era la diretta conseguenza del sogno di cui parlava Shlomo, e cioè che esistesse una terra di salvezza per il popolo di Abramo. Questo avrebbe permesso a quegli etiopi di scampare alla morte per fame e dunque avevano marciato fino in Sudan con la speranza di venir salvati. I servizi segreti israeliani avevano infatti organizzato una imponente azione di recupero chiamata “Operazione Mosè”. Si trattava di riuscire a radunare i profughi ebrei etiopi e poi portarli al sicuro.

Tra il 21 novembre 1984 e il 5 gennaio 1985, ottomila Falascià vennero portati prima in Europa, a Bruxelles, e poi finalmente in Israele. Al loro arrivo vennero tutti scrupolosamente controllati dai rabbini per scovare eventuali rifugiati non ebrei. Gli impostori venivano prontamente rimpatriati.
Il film inizia proprio in quel tragico momento in cui, nel campo profughi, gli etiopi sono ancora un popolo solo, unito nella sventura della carestia. Non ci sono i “noi” e i “loro”. Ci sono cristiani, ebrei e arabi, tutti ugualmente affamati e stanchi.
Tra le tende c’è una giovane madre ebrea che piange. Suo figlio è appena morto: l’inedia, lo sforzo della marcia e le malattie se lo sono portato via ad un passo dalla salvezza. Nella tenda di fianco una madre cristiana compatisce la donna ebrea ma compatisce anche il proprio figlio, presa dal timore che quel putrido campo profughi possa uccidere anche lui.
Nella notte, una frenesia inusuale si aggira tra le tende. Gli ebrei si alzano e si mettono in fila: sono arrivati i militari dell’Operazione Mosè per salvarli. Anche la madre orfana di figlio si mette in fila, febbricitante e disperata. In quel momento, la madre cristiana, capisce che non c’è stato il tempo per far registrare la morte del bambino e implora la donna ebrea di portare via con sé un altro bambino fingendo che sia suo. È una vita in più che può essere salvata, nessuna occasione può essere sprecata. La madre cristiana prende il prorpio figlio e lo mette nella fila dei Falascià.
Il saluto tra la donna e il bambino è veloce e asciutto come quando ci si deve fare forza, disciplinandosi ad uno compito immenso. Il bimbo non vuole separarsi dalla madre ma la donna lo congeda: “Vai, vivi e torna”. Gli impone, con una formula che condensa una benedizione e una ingiunzione.
In questa scena drammatica ma piena di dignità, appare il senso più profondo della separazione tra una madre e il proprio figlio. Infatti, anche se ciò a cui assistiamo è uno strappo pieno di dolore, esso contiene al suo interno un viatico evolutivo incommensurabile. Questa donna, che ama profondamente il proprio figlio, comprende che esiste un momento in cui, se lo tenesse con sé, potrebbe nuocergli.
La separazione è un processo di uscita dal binomio fusionale madre-bimbo e una consegna del proprio figlio al mondo. Non c’è momento più spaventoso per un genitore, eppure se esso non arriva mai, accade che quel bambino non avrà nessuna speranza di diventare adulto, di vivere.
In tempo di pace la separazione è più sfumata e graduale, mentre in tempo di guerra e carestia può accadere qualcosa di straziante come quello raccontato nel film. In ogni caso la sopravvivenza del bambino è sempre subordinata alla capacità dell’adulto di offrire la separazione come una benedizione e sì, talvolta anche come una ingiunzione. È compito dell’adulto proteggere la vita e non solo la sopravvivenza. Così la madre dice al proprio figlio di andare per il mondo e vivere, e questo compito è ciò che porta con sé il bambino, come ombra un oggetto transizionale materno, come regola colma d’amore e di progetto.
LA COLPA DI AVERE UN DESTINO
Scegliere la vita, però, non comporta la fine del dolore e delle fatiche.
In quella notte, infatti, il bambino cristiano “diventa” ebreo, per bugia; si mette in coda con una donna piena di dolore e prende il nome del bambino morto: Shlomo. Di nuovo Shlomo.
Se in Train de vie Shlomo si salva con la follia, in Vai e vivrai la protezione della vita è aggrappata ad una finzione, una bugia. Sembra proprio che non esista salvezza per diritto naturale e che Mihaileanu ci tenga a mostrarci quanto l’uomo debba faticare, e anche frequentare lati oscuri di sé, per proteggere la propria esistenza.
Non posso non pensare alla famiglia reale del regista. Il padre, Mordecai Buchman, durante la Seconda Guerra Mondiale aveva cambiato il proprio nome in Jon Mihaileanu per salvarsi dalle persecuzioni naziste, prima, e da quelle comuniste, poi. La bugia, sotto forma di travisamento mimetico, era stato la salvezza per Mordecai e aveva permesso alla famiglia di resistere fino a quando nel 1980 avevano potuto usufruire della “Legge del ritorno”, la stessa alla base della Operazione Mosè. Così Shlomo di Vai e vivrai si salva esattamente come il padre del regista: fingendo di essere nato in una religione e in una tradizione che non sono la sua.
Fingere di non essere ebreo (o cristiano) è un crimine? È un peccato? È un tradimento verso la propria gente? E quanto ampia diviene la crepa tra sé stessi e la propria identità quando si deve fingere di essere ciò che non si è per sopravvivere? Questi sono pesi che porta con sé chi cerca di rimanere vivo in condizioni di violenza sociale scatenata. Ciascuno fa come può con i propri sensi di colpa, con i propri fantasmi e anche con le proprie ambivalenze.
Il piccolo Shlomo, lascia indietro sua madre e non sa più se ella resterà viva o se per salvarlo abbia dovuto pagare due volte il proprio debito di dolore alla sorte.
Quando ci si separa si sente che i destini iniziano ad andare in direzioni differenti: fin che si condivide lo stesso fato, infatti, si può avere l’idea sottile di essere ancora un’unica cosa. Ma quando ci si accorge che le vite divergono, accade che si possa sentire che l’altrui sorte era in fondo destinata anche a noi.
Questa divergenza dei destini, è un dolore acuto patito da molte povere persone che hanno visto i propri cari soccombere. Guerre, carestie, genocidi, calamità naturali: là dove gli esseri sono ridotti all’impotenza, salvarsi diviene una colpa poiché significa aver voluto separarsi da chi poi non ha avuto scampo. Noi sappiamo come anche la vita dei sopravvissuti sia spesso dolorosa e difficile, spesso sospesa tra una possibilità di sopravvivenza e la impossibilità di dare un significato alla memoria.
Ma anche per chi resta nell’agonia può essere difficile veder partire qualcuno che si ama. La madre di Shlomo, nel salutarlo, gli aveva detto “Vai, vivi e torna”.
Shlomo non sarebbe mai potuto partire se sua madre non lo avesse saputo sognare vivo, nel futuro. Nell’indurlo a partire, lo benedice anche proteggendolo dalle proprie angosce anticipatorie e forse anche dalle proprie ambivalenze. La madre è dunque la prima cornice che rende pensabile il distacco.
La sua frase finisce con “e torna” (parola esclusa dal titolo italiano). È una parte molto importante in un processo di separazione sufficientemente buono. Per cominciare, crea un arco di tempo in cui la separazione non è strappo. Poter tornare significa anche avere un luogo d’origine, una dimensione umana a cui si sa di appartenere come legame con il vivente.
Quel “…e torna” è poi una promessa implicita che il genitore si impegna a restare vivo fin che il figlio, fatto una esperienza di vita, non potrà tornare. Per quanto possa sembrare esagerato, uno dei compiti dei genitori, è davvero quello di sopravvivere alle separazioni, dando ai figli il diritto di avere un destino proprio senza morirne.
La madre cristiana non era certa di poter davvero sopravvivere in quel campo profughi ma sapeva di doverci provare per dare coraggio a sé stessa e a suo figlio. La sua resistenza avrebbe fatto da base sicura anche per il salto nel buio che stava per fare il bambino.
SEPARAZIONE O ALIENAZIONE
Una volta partito, il piccolo Shlomo sembrava sbatacchiato dalla sorte.
La madre ebrea era presto morta di febbre e lui era finito in un istituto, da solo, ed era poi stato reso adottabile.
Nella vita del bambino nulla sembrava più avere senso: era immerso in una nuova civiltà, in cui nessuno sapeva di lui, della carestia e di sua madre in una tenda. Era soprattutto immerso in una nuova lingua: nessuno parla più l’aramaico attorno a lui e Shlomo non capiva le persone, le loro intenzioni quando gli si avvicinavano né ciò che volevano che lui capisse.
Quando ci si trova immersi in un bagno di suoni (Anzieu, 1978) incomprensibili e non familiari si può provare una angoscia profonda che rimanda al non-senso (Grotstein 1990 ) delle origini della mente. Tutto rischia di essere ostile e una delle risposte possibili è la chiusura in sé stessi: una forma di autarchia disperata organizzata attorno alla paura di non essere mai più capiti. Chi lavora con i migranti sa che, di tanto in tanto, si trovano persone terrorizzate dal non capire più alcuna parola e incapaci di cogliere al volo i nuovi codici sociali. Un ragazzo berbero, durante un TSO, mi disse che nel suo paese era laureato mentre da noi era l’ultimo degli stupidi. “Io non capisco… non si capisce più nulla” diceva piangendo alla mediatrice.
Ogni volta che ho incontrato migranti disperati e confusi perché avevano perso ogni speranza di essere compresi, mi veniva in mente che Binswanger (1965) diceva che il regno del delirio inizia là dove nessuno può più raggiungerti e comprenderti.
Certe volte, mentre si va alla ricerca della salvezza e mentre si fa la fatica di sopravvivere al distacco dai legami più viscerali, si rischia di finire fuori dal consesso umano: non si attraversa la separazione per giungere ad un proprio destino ma si finisce in mezzo a persone che non ti riconoscono come un loro simile, un fratello. Anzi, spesso, chi vede il dolore si appresta a dirsi che non è come te.
La separazione-individuazione è possibile solo in un mondo non alienante.
A Shlomo capiterà di incontrare chi lo discrimina perché è nero, perché non parla la lingua del popolo eletto, perché i Falascia per qualcuno sono ebrei di serie B. Sono mille le azioni che la gente compie per alienare chi gli vive accanto. Basta che una persona non abbia attorno a sé una rete di sostegno ed ecco che diviene facile bersaglio per l’esclusione, il razzismo e la disumanizzazione. In Vai e Vivrai, Shlomo patisce proprio questo. Anche mentre non capisce ancora la lingua, comprende i gesti di esclusione e di rifiuto.
Ma è proprio in questo momento del film, pieno di sconforto e confusione, che accade qualcosa allo spettatore. Mi accorsi infatti che benché io, a differenza di Shlomo, potessi comprendere le parole dette dai personaggi attorno a lui, era evidente come capivo lo smarrimento del bambino in mezzo ad una lingua a lui estranea. La cosa interessante era che non ero solo io ad empatizzare con quell’esperienza estraniante, ma molti altri amici l’avevano colta come fortissima.
Capivamo il vissuto di caduta di Shlomo perché Mihaileanu ci aveva costretto, ad inizio film, in quella stessa condizione: a lungo avevamo ascoltato l’aramaico senza venire invitati a comprendere. Così, quella scelta narrativa, che all’inizio a molti era sembrata fin troppo documentaristica e inutilmente lunga, aveva invece trasformato la nostra esperienza.
In un film in cui tutto ci parla di qualcosa vissuto anche da altri bambini, altre generazioni, a parti inverse, anche lo spettatore è convocato nella cornice.
Ed è lì che si vede come il cinema cambi registro rispetto alla cronaca in televisione: si stacca dalla testimonianza del reale e cerca di rappresentare una verità che coinvolga anche chi guarda. La questione non è rendersi conto che, nel mondo, accadono vicende come quelle di Shlomo ma è accorgersi che non ne siamo estranei.
Il regista sembra dirci di continuo: “Cerca di ricordare. Cerca di trovare dentro di te la traccia di una esperienza comune. Ciò che salverà questo bambino non è una sottile analisi geo-politica. La salvezza è incontrare qualcuno che capisce cosa ti sta accadendo”. Tu sei stato lui, vite fa, non puoi non saperlo.
Così, mentre la televisione del 1984 metteva il traumatico in cornice e, forse, ci permetteva di soffrire ma non capire, il film di Mihaileanu ci dice che non basta neppure capire: dobbiamo assumerci la responsabilità di essere anche noi “la cornice della vita”.
Il problema non è che nel mondo ci siano il dolore e la carestia: il problema è se nel mondo c’è indifferenza.
Buon Visione.
Bibliografia
Anzieu D. (1978) Per una linguistica psicoanalitica. In AA.VV., Psicoanalisi e linguaggio, Roma, Borla, 1980
Binswanger L. (1965) Delirio. Antropoanalisi e fenomenologia – tr. it. a cura di E. Borgna, Marsilio Editori, Venezia, 1990.
Freud S. (1939) L'uomo Mosè e la religione monoteistica, in Opere, Vol. 11, Torino: Bollati Boringhieri.
Grotstein J.S. (1990). Nothingness, meaninglessness, chaos, and the "black hole": I. The importance of nothingness, meaninglessness, and chaos in psychoanalysis. In Contemporary Psychoanalysis, 26(2), 257–290.
Titolo originale: Va, vis et deviens
Titolo italiano: Vai e vivrai
Anno: 2005
Regia: Radu Mihăileanu
Musica: Armand Amar
Cast: Moshe Agazai, Moshe Abebe, Sirak Sabahat, Yael Abecassis, Roschdy Zem, Yitzkak Edgar, Roni Hadar, Rami Danon, Mimi Abonesh Kenede, Raymonde Abecassis, Meskie Shibru-Sivan Hadar.
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