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eidos

Cinema e separazioni

Nel film

Una fiaba arancio-blu

La separazione come una cromia delle emozioni

Giulio Caselli Armata

In Le cose non dette, la separazione non è un evento ma un processo, lento e inesorabile, che si insinua nelle pieghe della quotidianità prima ancora di manifestarsi apertamente. Non c’è un momento preciso in cui tutto si rompe: c’è piuttosto una distanza che cresce, fatta di silenzi, di parole mancate, di sguardi che smettono di riconoscersi. Muccino costruisce così una frattura emotiva che precede e supera quella fisica, mettendo in scena non tanto la fine di un legame, quanto il suo progressivo svuotarsi. La separazione diventa allora uno spazio ambiguo, in cui convivono ancora desiderio e rancore, memoria e rifiuto, e in cui i personaggi restano sospesi, incapaci tanto di lasciarsi davvero quanto di ritrovarsi.

Ancora una volta l’insoddisfazione, il desiderio eversivo, la violenza delle emozioni. Le narrazioni del cinema di Muccino ci riportano ancora qui, nel teatro dell’iper-espressività relazionale. I suoi detrattori non sopportano la quota nevroticista delle scene, coloro che lo amano lo sentono profondamente umano. 

Io ne ho sempre visto un lato fiabesco, complice il sodale Buonvino, compositore delle musiche che sempre accompagnano le gesta, i cavalieri, le armi etc. Dico fiabesco perchè il tessuto della trama mucciniana è profondamente animico e vivo; al netto degli strappi emotivi, delle urla, della tensione sempre portata al massimo, fino a sfociare, come spesso succede effettivamente, al registro tragicomico.

 

Un po’ come fare un balletto al karaoke mentre la tua vita sta andando in pezzi, in diretta. Fiabesco, animico, sono termini che troviamo nel vocabolario della psicoanalisi junghiana; laddove un occhio superficiale vede storie di tradimenti e borghesi bugie, qualcun’altro vede quel tessuto impregnato di altro, e sottolineato e amplificato dall’emozione musicale di Buonvino.

I personaggi dei suoi film sono anche in questo caso: agitati, inquieti, vorticanti. Profondamente umani nella loro fame di vita, che è spesso malriposta o equivocata, ma comunque mai domati.

Spesso la musica in tempo ternario, nei suoi film, dà un ritmo di danza alle vicende; le cose nel loro accadere necessario, che sfugge al controllo umano e se la ride dei vari progetti più o meno meschini, mandano a soqquadro idee, pensieri, direzioni di vita. Ananke, la dea della necessità reale, del fato, dea alla quale tutti si inchinano agisce: uomini, donne e putti con la freccia incoccata stanno in mezzo, inermi.

Da qui emerge, tanto il tragico, quanto il nostro registro comico tutto italiano assieme a uno scorrere del tempo che a tratti, nell’occhio del ciclone appare persino lieve in tutta la tempesta dell’umana miseria. Fiabesco perchè la luce arancio e il blu moresco di Tangeri portano i personaggi a vedersi in un’altra vita, in un’altra avventura anche con una innocenza infantile, meravigliata, da viaggio del puer. Un colore caldo fatto di passione, corpo e palpitazione e un altro colore nel quale perdersi, riflessivo delle proprie melanconie. Certo, in molti leggono Muccino con la lente edipica, la lente della relazione idealizzata, la lente delle nevrosi borghesi.  Io ci ho sempre visto lo scorrere della vita più intima, la vita di amore e psiche, che spesso si incastrano, sbagliano strada e fanno dei giri molto larghi. A volte continuando a sbagliare, sbagliando ancora meglio, ancora di più.

Ma non era questa la vicenda di quella ragazza che si chiamava Psiche, nel racconto di Apuleio?

E proprio come Psiche, anche i personaggi mucciniani sembrano attraversare prove che non comprendono fino in fondo, guidati da una forza che li supera e li espone. Non c’è mai vera lucidità nei loro gesti: c’è piuttosto una forma di chiaroveggenza emotiva, intermittente, che si accende e si spegne tra una parola detta male e un silenzio trattenuto troppo a lungo. In questo senso, Le cose non dette sembra radicalizzare ulteriormente questo meccanismo: ciò che non viene pronunciato non resta sullo sfondo, ma agisce, plasma, determina.
Il non detto, in Muccino, non è mai vuoto: è pieno, saturo, quasi insostenibile. È una materia psichica che preme per emergere e che, quando finalmente lo fa, non libera ma travolge. Le parole arrivano sempre tardi, o troppo presto, o nel modo sbagliato. E allora i rapporti si spezzano non tanto per ciò che accade, ma per ciò che non è stato detto nel momento in cui avrebbe potuto cambiare tutto.
Qui il fiabesco si incrina, o meglio, si rivela per quello che è: non tanto un rifugio, ma una lente deformante. I colori, le musiche, le atmosfere non addolciscono il reale, lo intensificano. Come nei sogni, dove ogni elemento è carico di senso e nulla è davvero neutro, così nei film di Muccino ogni gesto è eccessivo perché necessario, ogni esplosione emotiva è sproporzionata perché autentica.
E allora forse il punto non è più stabilire se questo cinema sia “troppo”, troppo urlato, troppo carico, troppo melodrammatico, ma capire a quale bisogno risponda. Forse a quello, molto contemporaneo, di sentire ancora qualcosa in modo assoluto, non mediato, non filtrato. In un tempo che tende a smussare, a ironizzare, a distanziare, Muccino insiste invece su un coinvolgimento totale, persino scomodo.
Da qui nasce anche quella sensazione di imbarazzo che a volte accompagna la visione: come se stessimo assistendo a qualcosa di troppo intimo, troppo esposto. Ma è proprio in questa esposizione che si gioca la sua cifra più riconoscibile. Non c’è protezione, non c’è misura: c’è un continuo debordare.
E in fondo, tornando ancora a Psiche, forse è proprio questo il destino: attraversare l’eccesso per arrivare a una qualche forma di consapevolezza. Non lineare, non pacificata, ma conquistata a fatica. Nei film di Muccino non si impara davvero a non sbagliare; si impara, semmai, a riconoscere i propri errori come parte inevitabile del movimento della vita.
E allora quelle cose non dette, più che mancanze, diventano tracce. Segni di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, ma anche di ciò che, proprio attraverso quell’assenza, continua a muoversi sotto la superficie. Come un controcanto silenzioso, ostinato, che accompagna i personaggi anche quando la musica sembra essersi fermata ma prosegue dentro a cantare.

 

 

Titolo originale: Le cose non dette

Paese di produzione: Italia

Anno: 2026

Regia: Gabriele Muccino

Soggetto: Dal romanzo Siracusa di Delia Ephron

Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Delia Ephron

Musiche: Paolo Buonvino

Cast: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini, Beatrice Savignani, Margherita Pantaleo

 

 

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