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Cinema e confini

Festival

Un’occasione perduta: il Leone d’oro dedicato all’infanzia e alla pace

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. 82 edizione

Barbara Massimilla

Quest’anno la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia alla sua 82 edizione si potrebbe definire come lo specchio di un Caos particolare, di uno spaesamento etico, politico, sociale a livello planetario alla ricerca di nuovi equilibri, nuove visioni del mondo necessarie per garantire un futuro migliore all’umanità.

Sono tre i film che analizzeremo, tutti premiati dalla giuria. Hanno a che fare con temi fondamentali della contemporaneità: i conflitti geopolitici; la relazione tra il lavoro e il desiderio filtrata dal processo di individuazione; le problematiche della genitorialità. Alludo a The Voice of Hind Rajab diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania e prodotto principalmente da Joaquin Phoenix e Rooney Mara vincitore del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, al film francese À pied d’œuvre di Valérie Donzelli premiato come Migliore Sceneggiatura, infine a Father Mother Sister Brother vincitore del Leone d’oro dell’americano Jim Jarmusch.

 

The voice of hind rajab di Kaouther Ben Hania, 2026

 

Il film della regista tunisina racconta la storia vera di Hind Rajab una bambina palestinese di sei anni intrappolata a Gaza in una macchina il 29 gennaio del 2024, circondata dai cadaveri dei cugini e degli zii colpiti dal fuoco degli Israeliani mentre fuggivano da una delle aree più bombardate della città. Stavano scappando dal sud di Gaza city mentre la madre di Hind si allontanava con i figli più grandi a piedi. Il film intreccia realtà e finzione ricostruendo le ultime ore di vita della bambina. La tragica realtà è resa in modo sorprendente e inedito dalla registrazione delle chiamate telefoniche tra Hind e la Mezzaluna Rossa Palestinese. Le bande acustiche visibili graficamente sullo schermo trasmettono la voce della bambina, prima di essere crivellata con 355 colpi da un carro armato israeliano, puntato di fronte alla macchina mentre i soldati all’interno del carro ponderavano sadicamente il momento giusto per stroncare la sua giovane vita.  

Era stata la cugina – sopravvissuta di poco alla morte dei famigliari nell’abitacolo dell’automobile –a contattare al telefono gli operatori della Palestine Red Crescent Society. Anche uno zio dalla Germania, loro parente, si era messo in contatto con la Mezzaluna Rossa Palestinese, l’equivalente della Croce rossa internazionale, per segnalare l’estrema urgenza dei soccorsi.

 

Nel film la vera voce di Hind produce un effetto emotivo che scuote dal profondo, si assiste in diretta alla scena del trauma subito da Hind, alla sua toccante resistenza, alle sue accorate implorazioni di essere salvata. Le voci vere registrate del personale della sala operativa della Mezzaluna Rossa, tutti specializzati in soccorsi estremi, si alternano a quelle degli attori. L’epilogo è cronaca nota, aggiungerei agghiacciante il particolare sul via libera concesso all’ambulanza palestinese dagli israeliani per accedere all’area rossa e salvare Hind, per poi fare esplodere i paramedici a pochi metri dalla macchina di Hind.

 

Il film oscilla tra due sponde: possiede un valore storico sia a livello cinematografico sia umano – riuscendo a tessere i fili della realtà documentaria con quelli della fiction di straordinaria potenza drammaturgica – attraverso prove attoriali di grande livello e un tocco di alta regia.

Le bande sonore della voce di Hind sono strutture filiformi vibranti che galleggiano nei quadranti del grande schermo, seguite con crescente angoscia dallo sguardo e dall’ascolto dello spettatore (per inciso: sempre se coloro che stanno in sala abbiano l’intelligenza emotiva e la sensibilità di ‘saper’ accogliere un’operazione così complessa come quella che la regista e la sua troupe propongono. Ricordo una sconosciuta, mia vicina di posto durante la proiezione in Sala Grande a Venezia, rivolgersi a me nell’acme della tensione drammatica del film affermando: ‘Certo questa bambina è proprio matura, non sembra della sua età’. Potevo immaginare quanto razionalizzare aiutasse questa spettatrice a bypassare l’angoscia, ma sinceramente in quel momento così intenso che provavo per la visione del film ho solo pensato quanto la stupidità sia sempre cosa comune, gratuita e inutile).

Lo spettro sonoro provocato dalla voce di Hind, reso graficamente dai diagrammi sullo schermo, esprime attraverso la siluette delle oscillazioni acustiche ad andamento sinusoidale la totalità concreta, l’unica ormai possibile, del corpo/psiche di Hind… la sua trascrizione tangibile, la rappresentazione della sua presenza imperitura, simbolo di un’infanzia sacrificata al potere divorante di Stati onnivori, mostruosamente assetati di sangue, di terre da sottrarre, di individui seminatori di genocidi, terrorismo e conflitti, in un’epoca tra le più inquietanti per l’occidente dopo la seconda guerra mondiale.

Un altro passaggio drammaturgico di elevata intensità sta nelle inquadrature dove i due personaggi che interpretano gli operatori più vicini ad Hind, intendo i bravissimi attori palestinesi Saja Kilani e Motaz Malhees, restano in scena silenziosi con uno sguardo rivolto verso le onde sonore a latere dello schermo, in ascolto dello scambio reale tra la voce di Hind e quella dell’operatrice della Mezzaluna rossa. Entrambi gli attori sembrano affacciati sulla scena del trauma chiusi in un silenzio sacro mentre accolgono la paura, l’impotenza, l’innocenza di Hind.

L’opera, oltre ad onorare la memoria storica del genocidio perpetrato dal Governo Israeliano contro i civili palestinesi, riesce a dissipare con la sua testimonianza ogni forma di negazionismo assieme alle migliaia di immagini agghiaccianti che i social hanno trasmesso in diretta dalla striscia di Gaza in questi due anni.

Il cinema si fa dunque testimonianza coraggiosa, incontrovertibile, inequivocabile di un dato di realtà. Il valore documentaristico e umano si mescola al messaggio politico denunciando quanto l’occidente sia complice di Israele nella cancellazione di un popolo. La voce di Hind vibra nelle coscienze delle persone che si sentono spiritualmente stanche di questa carneficina alla quale stiamo assistendo inermi da due anni, compresa quella del 7 ottobre. Alcuni critici hanno trovato le lacrime eccessive denunciando il rischio di manipolazione emotiva, sono arrivati a parlare di pornografia del dolore… mi chiedo: quanto ci sarà ancora da costruire nel campo dell’etica e della ricerca di senso in una società dove si applica un continuo capovolgimento della verità? E la commozione, la solidarietà umana, l’urgenza di rispettare i Diritti scambiate con una forma di pornografia?

Resta il dispiacere per il fatto che la giuria di Venezia abbia perso un’occasione preziosa e non sia riuscita a conferire a The voice of Hind Rajab il riconoscimento che meritava: il Leone d’oro. Un premio che simbolicamente sarebbe stato assegnato, oltre che alla rappresentazione sublime, tragica, dolorosa del film, alla promozione della pace e al diritto di esistenza di ogni bambino in tutte le latitudini del mondo.

 

À pied d’œuvre di Valérie Donzelli, 2026

 

À pied d’œuvre di Valérie Donzelli è tratto dal romanzo autobiografico del fotografo Franck Courtés, protagonista l’attore Bastien Boullion, scelto dalla regista per delle preziose qualità che emergono nella narrazione, per “la sua forza pacata e la sua presenza discreta”. Boullion personifica con classe la determinazione a seguire il sogno che guida le scelte del suo personaggio: diventare uno scrittore affermato. Un punto iniziale incuriosisce molto, sta nel fatto che il mestiere che lascia sarebbe quello del fotografo professionista di moda, peraltro molto ben pagato. La fotografia arte creativa straordinaria dove si ha modo di esprimersi attraverso anima e tecnica, perché lasciarla per la scrittura? Questa scelta che all’inizio del film non trovava in me una risposta esaudiente man mano mi è apparsa più comprensibile. La scrittura possiede un vantaggio sull’immagine: mentre questa simbolicamente può prestarsi a molteplici letture attraverso le interpretazioni di chi osserva, la scrittura equivale a una costruzione netta, tangibile, dà forma e senso al mondo di chi scrive. Forse Donzelli ci vuol dire quanto nella nostra epoca, l’immagine da tempo stia avendo una predominanza negativa, l’uso superficiale ed abusato di molte immagini ha progressivamente svuotato il loro messaggio etico, il senso trasversale del linguaggio iconico. Bisognerebbe selezionare visivamente tutte quelle immagini ancora portatrici di significato… nella scrittura l’autore si espone, la trascrizione dei suoi pensieri diventa espressione della sua soggettività.

Il protagonista Paul di À pied d’œuvre è alla ricerca della sua matrice soggettuale, affronta un ciclo di vita che percepisce nuovo rispetto al passato, non ha dubbi nell’esporsi, ricercare se stesso documentando la realtà di un vivere quotidiano difficile, appunto al lavoro. Questa scelta solcherà una distanza con la sua vita precedente: moglie e i figli partono per il Canada; il padre e la sorella non lo comprendono e lo svalutano; l’editrice gli fa un pressing affinché lui scriva cose diverse.  

Nel frattempo per mantenersi in un tetro sottoscala Paul accetta ogni tipo di lavoro, dal giardiniere, all’idraulico, al traslocatore, all’autista usando la macchina del padre, guadagnando poche decine di euro al giorno. In questo modo raccoglie in giro le confidenze e i disagi di una società caotica, provata, dove domina lo sfruttamento lavorativo, l’indifferenza, l’apatia, la solitudine.

Le app, gli algoritmi, le valutazioni dei clienti scandiscono la sua vita, nonostante la fatica Paul resta imperturbabile, di notte rielabora le sue giornate e appunta sui suoi taccuini il pellegrinare di lavoro in lavoro, da questi appunti quotidiani nascerà il libro che scriverà. Un cinema militante politico quello di Donzelli che senza retorica denuncia il lavoro precario, lo sfruttamento, ricorda per certi versi le opere dei fratelli Dardenne o il film di Boris Lojkine La storia di Souleymane sul versante della migrazione.

Oltre il tema politico del lavoro, il pregio più sottile di À pied d’œuvre consiste nel percorso esistenziale, concreto e simbolico, di perseguire una scelta artistica creativa scendendo verso il basso… l’arte è un privilegio che non va coltivato nei salotti bene, bensì sporcandosi le mani, patendo un dolore fisico e mentale che si mescola all’umiltà della terra; proprio straordinario il passaggio in cui Paul si sfianca a travasare piante nel terrazzo di una casa di intellettuali borghesi e scopre infine che quel terrazzo non aveva solo un lato ma circondava l’intera casa, la fatica non era conclusa, così la sua via crucis continua per guadagnarsi il pane.

Raccontare storie per uno scrittore significa dunque stare immersi nella vita, narrare la realtà partendo dal basso. Assistiamo a un altro passaggio cruciale quando Paul investe involontariamente un cervo per strada e lo taglia a pezzi per poi congelarlo. Il cervo, animale nobile che simboleggia la rinascita in diverse culture è il tramite tra il mondo terreno e quello divino, ma è anche archetipo di virilità guerriera, di energia sapienziale, di guida spirituale. Nella simbologia cristiana incarna l’immagine sacrificale del Cristo che non si difende ma fa dono di sé. Forse Donzelli con questa scena misteriosa e onirica vorrebbe alludere al sacrificio dell’Io per arrivare a una essenza più profonda e autentica. Il vero Sé si coltiva con sudore e fatica stando con i piedi ben piantati a terra per poi elevarsi alla funzione Trascendente, immersi nella realtà della propria nuda vita, nella solitudine esistenziale che assapora fino in fondo la bellezza di una verità non ingemmata da idealizzazioni, da sovrastrutture. Apprezzare la nuda vita, immergersi in questa dimensione ci trasforma, ci guida verso l’essenziale, verso la materia concreta e vissuta delle cose, per poi aprirsi a una visione più ampia e spirituale della vita interiore.

L’epilogo finale compensa Paul delle sue umane fatiche e il suo libro-cronaca di vita avrà infine il giusto riconoscimento.  

 

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, 2025

 

Father Mother Sister Brother dell’iconico regista Jim Jarmusch descrive una trilogia familiare e vince il Leone d’Oro conferito dalla giuria della Mostra presieduta dal regista americano Alexander Payne. Ciascuna delle tre situazioni rivolge uno sguardo spietato sulla disfunzionalità dei sistemi familiari, realtà – come allude Jarmusch – che non sono mai conseguenza di una scelta da parte dei figli, si tratta piuttosto di costellazioni, modi di concepire la realtà, comportamenti ereditati dai genitori e dai predecessori nel corso delle generazioni, oltre al fatto che tale eredità implica anche una ineludibile responsabilità individuale anche dei figli per districarsi dalla rischiosa destinalità psichica al negativo.

 

New Jersey, Dublino e Parigi nel film sono gli scenari dove avvengono questi transitori ricongiungimenti familiari. Ogni incontro rappresenta una messa a punto di relazioni disastrate, grottesche tra genitori e figli che il regista osserva con velata malinconica ironia. In un lasso di tempo breve ma esaustivo lo spettatore entra nel cuore di questi legami: sembrano, a pensarci bene, le descrizioni di tre vignette cliniche, in qualche modo ricordano i racconti che i pazienti fanno allo psicoanalista quando riferiscono le dinamiche e i fallimenti delle proprie famiglie d’origine. Forse questo spiegherebbe la tendenza del regista nell’assumere dei toni didascalici nelle descrizioni dei tre “casi”.

Sullo sfondo e per contrasto si intuisce come i riferimenti di una famiglia in salute siano dei principi fondamentali come: capacità relazionale, intelligenza emotiva, accettazione reciproca, condivisione delle responsabilità, espressione rispettosa dell’affettività, l’amore per la verità e non per i segreti… Fattori numerosi, utopicamente difficili da preservare e proteggere nello spazio del contenitore famiglia, le combinazioni possibili sono veramente infinite, ma alcune realtà familiari non rispettano nemmeno uno solo di questi principi di base per al costituzione di un buon nucleo.

 

Il film non scende volutamente in profondità, osserva la superficie di queste relazioni che appaiono grottesche, epurate da una sofferenza ormai congelata specialmente nella psiche dei figli che hanno subito dei genitori narcisisti e anaffettivi, solo i due fratelli gemelli a Parigi lasciano presagire qualche speranza perché  il loro legame va oltre il fantasma dei propri genitori morti tragicamente durante uno dei loro viaggi avventurosi, si intuisce che ne riconoscono dopo la loro perdita le fragilità, l’inconsistenza, ma ne apprezzano in modo compassionevole il lato da puer eterni alla ricerca insaziabile del mondo. Lasciare per sempre la casa dell’infanzia a Parigi sarà un passaggio necessario e trasformativo per entrambi.

 

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, 2025

 

Nel New Jersey e a Dublino le relazioni si rivelano invece ipocrite, formali, non riparabili… come si potrebbe sperarlo con un padre americano ancora adolescente immerso nella sua falsità e una madre irlandese amante solo di se stessa e dei propri libri di successo? Non c’è più spazio mentale e affettivo per costruire nulla. Le relazioni sono cristallizzate immerse nella formalina. Gli scambi sterili, non toccano minimamente il linguaggio degli affetti, il regista affronta questo vuoto di sentimenti creando un movimento trasversale, sposta l’attenzione sugli oggetti, sui particolari estetici, formali, queste presenze mute e statiche compensano il freddo glaciale che si respira tra le mura domestiche. Basti pensare alla tavola della colazione imbandita alla perfezione dalla madre per accogliere le due figlie con the e dolcetti dai colori fosforescenti, all’ordine ossessivo degli arredamenti. Basti pensare al padre che simula povertà e disordine nell’accogliere la visita in casa dei figli in una landa desolata innevata del New Jersey e battere cassa e richieste economiche a loro, ma è tutto spudoratamente falso, l’arredamento di casa e la sua bella macchina vengono camuffati e nascosti, rimessi in ordine dopo che i figli lo salutano. Sarebbe stato difficile in questi contesti così malati, se non perversi, trovare un briciolo di autenticità, di rinsavimento, una scintilla di trasformazione, anche una reazione da parte di questi poveri figli, alcuni più inglobati nelle spire genitoriali, altri più ribelli, più critici e liberi, anche se non vengono risparmiati da conseguenze invalidanti nelle loro vite personali. Pazzesca l’interpretazione di Cate Blanchett che dimostra una versatilità straordinaria, ugualmente notevoli quelle di Adam Driver il figlio soccorrevole e della algida Charlotte Rampling, non da meno Tom Waits che dà vita a un padre distante mille miglia da incarnare la funzione genitoriale. Ma in fondo tutti bravissimi e ben scelti dal regista.

Il film resta in ogni caso fermo sulla punta di un iceberg il cui corpo sommerso resta inesplorato, la catastrofe familiare ben occultata procede dalla base al limitare della punta, non viene minimamente accennata… ma forse non era intenzione del regista, invece voleva dimostrare quanto l’istituzione familiare sia in questa epoca una realtà svuotata che andrebbe rinfocolata con nuovi valori, l’interazione è rimasta soffocata da un esasperato individualismo, la funzione genitoriale distante da incarnare la responsabilità umana ed etica necessari per essere un padre e una madre ‘sufficientemente buoni’.

 

 

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