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eidos

Cinema e confini

La Suggestione

Un gol perfetto

Soglie e confini nella diversità

Nicola Malorni

Il contesto

Il cortometraggio Un gol perfetto è stato realizzato nell’ambito del progetto “Re.Mì. – Relazioni tra Minorenni per l’Inclusione di persone con disabilità”, promosso dal Comune di Campomarino[1], in Molise, con la collaborazione della cooperativa sociale Kairos e con la regia di Simone D’Angelo.  Il tema centrale è l’inclusione: si parla di disabilità, gentilezza, sport e cultura come medium relazionali.  

Il titolo Un gol perfetto è stato interpretato in un senso che non è affatto scontato: la “perfezione” non risiede nella prestazione sportiva o in un successo, dimensioni oggi inflazionate dalla cultura e dalla società in genere che incitano ad elevati standard prestazionali i ragazzi e le ragazze, esponendoli ad un elevato rischio di disagio sociale; piuttosto la “perfezione” è declinata come dimensione “relazionale” di accettazione reciproca delle imperfezioni.

Questo messaggio è potente in quanto rovescia lo stereotipo che la “diversità” sia una mancanza da correggere: al contrario, è una condizione ricca, che arricchisce il tessuto umano delle nostre comunità.

Ma questo messaggio non è affidato dal regista, come ci si aspetterebbe, ad una ragazza o un ragazzo con disabilità: piuttosto, sono ragazzi comuni, senza problematiche apparenti, che in una dimensione ludica e sportiva, si confrontano con il “limite” dell’Altro; e questa “imperfezione”, proiettata su una compagna derisa, umiliata e isolata, in un percorso di scoperta di parti in ombra, si rivela essere specchio della condizione umana universale.

La disabilità appare sullo sfondo ma, in alcuni momenti, è proprio lo sfondo a rendere chiara e definita la forma di un’emozione gentile, di uno sguardo accogliente, di una speranza che albeggia nell’isolamento e nei vissuti penosi dell’esclusione. È proprio lo sguardo espressivo, capace di superare il limite di una disabilità che blocca le parole, ad informare la gentilezza che accoglie e cura.

Il contesto laboratoriale all’interno del quale questa produzione cinematografica si è sviluppata è importante: non è un corto realizzato solo da professionisti, anzi, il coinvolgimento attivo di ragazzi, volontari, famiglie ha avuto sin dalla fase di progettazione un ruolo centrale. Un gol perfetto è il risultato di un progetto più ampio che mette insieme un ente locale, un istituto scolastico, una piccola comunità, un’associazione sportiva e una cooperativa sociale: è in altri termini il prodotto di un laboratorio di cinema sociale e di un processo di empowerment comunitario che si è sviluppato nell’arco di 12 mesi, con appuntamenti settimanali, interessando la comunità educante sin dalle prime fasi.

Pensato da un gruppo di psicologi e psicoterapeuti dell’infanzia e adolescenza, unitamente all’amministrazione comunale, per affrontare tematiche legate all’inclusione, al bullismo, alle relazioni tra pari, il progetto Re.Mì ha coinvolto i ragazzi facendoli confrontare, da veri protagonisti, con l’intera filiera produttiva: dallo studio della problematica sottesa al progetto di inclusione, alla creazione di un soggetto cinematografico mediante metodologie di scrittura creativa, fino alla produzione dell’audiovisivo e alle azioni di post-produzione con la partecipazione diretta nei ruoli di sceneggiatori, attori, aiuto regista ecc.

Il coinvolgimento diretto di adolescenti ha previsto anche momenti di inclusione partecipativa attraverso uno sport poco diffuso nel territorio regionale - l’hockey - messo in scena come laboratorio simbolico di inclusione e di empowerment.

 

 

L’approccio partecipativo si è rivelato di per sé un grande punto di forza del progetto e del cortometraggio: il cinema non è solo uno strumento di sensibilizzazione e informazione sul tema, ma mediatore esperienziale per dare voce e protagonismo a chi spesso è escluso dai circuiti della prevenzione e della comunicazione sociale.

La regia ha giocato su sequenze che alternano dialoghi tra i ragazzi, momenti di allenamento in squadra, scene più intime familiari. Si percepisce una volontà di “fare cinema” con i materiali a disposizione: ambientazione locale (palazzo storico), persone “vere” (ragazzi della squadra, genitori, comunità locale) più che attori professionisti. Questo ha donato autenticità all’audiovisivo senza preoccuparsi troppo di qualche inevitabile limite tecnico. Anche in questo senso, il titolo Un gol perfetto funge da provocazione: che cosa significa perfetto? Il cinema sociale, fatto per strada, nei cortili dei quartieri, con i ragazzi delle comunità locali, che spesso conoscono il mondo del cinema soltanto attraverso lo schermo, permette a tutti di chiedersi se la perfezione risieda nelle prestazioni e negli standard decretati dal Collettivo o dal mercato, o invece nelle relazioni, nell’accettazione di sé e dell’altro, nella valorizzazione dei contesti autentici di convivenza.

  

 

Il dono del silenzio

L’inclusione è un valore fondamentale per costruire società aperte e rispettose delle diversità: si investe tanto oggi nella formazione e sensibilizzazione verso questo tema, soprattutto in ambito scolastico e sociale, segno di uno spirito del tempo che tanto ha imparato dalle ingiustizie sociali, da fenomeni di segregazione razziale, dalle persecuzioni e genocidi sistematici, dominazioni e sfruttamenti di popolazioni indigene, discriminazione e imposizione di culture dominanti sulle popolazioni native.

Ci scopriamo tuttavia non immuni, esposti a fenomeni collettivi che ci sovrastano rispetto ai quali “uno più uno” può fare la differenza; l’unica via è perseverare nella valorizzazione dell’individualità ma è importante educare i giovani a cercare sempre un centro, aiutarli a individuare dei luoghi e un tempo per ri-centrarsi, ove ascoltare nel silenzio le voci che Jung attribuiva al “piccolo popolo di complessi interiori”, capaci di rivelare le dimensioni conflittuali dell’anima ma anche le vocazioni più autentiche del Sé[2]: si tratta di contenuti psichici autonomi e carichi di emozioni, parti di sè che si staccano dalla coscienza e operano nell’inconscio, influenzando il comportamento in modo spesso irrazionale e involontario. Questi complessi sono considerati da Jung come fenomeni vitali della psiche e possono essere compresi attraverso i sogni, le fantasie e le immagini inconsce. 

La protagonista di questo cortometraggio, esposta a dinamiche violente di esclusione dal gruppo di coetanei, sceglie di rifugiarsi in un suo “luogo sicuro”, la biblioteca del paese, un luogo silenzioso, apparentemente muto: ma questo rifugio non è una tana dove mimetizzarsi o anestetizzare il dolore, non si entra in un regno isolato dal mondo perché è abitato da presenze gentili, sguardi che invitano ad un dialogo che non ha bisogno di parole, dove è possibile percepire l’odore della storia e udire la voce vibrante del desiderio; è un luogo pulsante di vita, quella custodita dal silenzio, celebrata dall’ascolto e animata dall’immaginazione.

Quello della biblioteca è un luogo che sembra la trasposizione metaforica della ragazzina non verbalizzante, affetta da una sindrome genetica, che accoglie la protagonista invitandola a leggere. Ne arriva subito dopo un’altra che sembra sapere empaticamente di cosa ha bisogno: le consiglia un libro, è strana la sua gentilezza, è strana la gentilezza sempre perché ha il potere esecutivo di armonizzare il caos, di mettere ordine nei sentimenti, di aprire le porte all’Ombra mitigandone l’oscurità da cui giunge.

Sappiamo che nello spazio raccolto e accogliente di una biblioteca, quando le biblioteche erano ancora molto frequentate, potevano verificarsi kairologicamente incontri trasformativi straordinari. Nel romanzo La biblioteca dei libri proibiti di John Harding[3], la protagonista, Florence, una ragazzina di circa 12 anni, orfana, scova in una vecchia biblioteca antichi manoscritti legati a temi proibiti. L’incontro con questi testi la trasforma profondamente, facendola uscire da una vita di conformità per inseguire la propria libertà e identità. La biblioteca diventa un portale verso un altro Sé. Lo è anche per questa giovane contemporanea, sorpresa di scovare gentilezza in un luogo così poco frequentato da una società ostile al silenzio e alla quiete, ossessionata invece dalla competizione, dal successo, dagli elevati standard performanti.

 

 

Ho iniziato a sospettare, dopo la visione di questo cortometraggio e dopo aver casualmente intercettato il film Storia di una ladra di libri (The Book Thief) prodotto nel 2013 con la regia di Brian Percival, che tra gli scaffali di una biblioteca, metafora delle infinite possibilità espressive del Sé adolescenziale, possa rivelarsi un fattore mercuriale di trasformazione: durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, la protagonista di questo film storico, una ragazzina, anche lei orfana, trova rifugio e conforto nella biblioteca della famiglia adottiva. Gli incontri con i libri e con le persone che li amano cambiano il suo destino, mostrando come anche nei momenti più bui la cultura e la conoscenza possano salvare un’anima.

Ha bene espresso ciò che intendo affermare la straordinaria Emily Dickinson nella sua poesia There is no Frigate like a Book [4]che dipinge la biblioteca come luogo dove ogni libro è un piccolo mondo a sé stante, in cui ogni incontro con le parole può trasformare il lettore in un viaggiatore di universi infiniti, cambiando il modo in cui vede sé stesso e la realtà:

 

There is no Frigate like a Book

To take us Lands away,

Nor any Coursers like a Page

Of prancing Poetry –

This Traverse may the poorest take

Without oppress of Toll –

How frugal is the Chariot

That bears a Human soul.

 

Non c’è Vascello come un Libro — traduzione italiana

 

Non c’è Vascello come un libro

Per portarci in Terre lontane;

Né Corsieri più rapidi d’una Pagina

Di Poesia che s’impenna.

Questo viaggio può compierlo anche il più povero

Senza oppressione di pedaggio —

Quanto è frugale il Carro

Che trasporta un’anima Umana.

 

Così la protagonista di questo corto, una ragazza timida e riservata entra regolarmente nella vecchia biblioteca del paese. Incoraggiata da una ragazzina non verbalizzante, un giorno inizia a partecipare a un gruppo di lettura: quell’incontro con coetanee appassionate di libri la trasforma, concedendole la fiducia in altri esseri umani attraverso la condivisione di storie.

 

Soglie

 

Il racconto si articola intorno ad una metafora sportiva: lo sport (hockey) diventa spazio di incontro/ scontro, relazioni conflittuali, ma anche di “vittoria” differente: segnare un gol si rivela con lo sviluppo della trama come “segnare un cambiamento di sguardo” sulla dimensione del Limite inteso come diversità, ovvero come dimensione “altra” da esplorare e integrare, possibilità inconsce del Sé da scoprire e valorizzare nel processo di crescita.

La scena in cui il bullo sbaglia il tiro in porta e incrocia lo sguardo della protagonista è uno dei momenti più densi del cortometraggio, perché introduce un cambiamento sottile ma decisivo nella dinamica in atto.

Il tiro sbagliato rappresenta una frattura nella narrazione difensiva di sé: il bullo, di solito invulnerabile e dominante, mostra un’imperfezione. È un istante di esitazione, un’incrinatura nel ruolo che interpreta davanti agli altri. Questo fallimento fa cadere la maschera.

Quando i suoi occhi incontrano quelli della protagonista, avviene qualcosa che sfugge al controllo di entrambi. Non è uno sguardo di sfida, ma di riconoscimento: lei vede il ragazzo nella sua fragilità, oltre il suo comportamento aggressivo; lui per la prima volta si trova a essere visto senza difese, proprio mentre è vulnerabile.

È l’epifania del vero Sé che mette entrambi sullo stesso piano umano. Allo stesso tempo, si ritrovano entrambi sulla soglia di un cambiamento irreversibile: di solito è la protagonista a subire; qui, invece, è il bullo a trovarsi in una posizione di incertezza. Il suo sguardo è un misto di sorpresa, imbarazzo e paura di essere giudicato: il suo codice relazionale – basato sul controllo e sull’ostentazione di forza e sicurezza – si incrina. Ma questo rovesciamento non serve a umiliarlo, apre invece uno spazio possibile: lo spazio della complessità emotiva e della trasformazione. La protagonista, infatti, non sorride, non deride, non distoglie lo sguardo. Con lo sguardo non giudicante sta sul momento presente, nota e sostiene. Il suo sguardo è uno specchio calmo che non aggredisce, ma accoglie.

È il primo gesto in cui lei esercita una forma di agency silenziosa: non reagisce come vittima, ma come soggetto che contiene. È un istante di maturità emotiva che la definisce e che prepara il climax del cortometraggio. È una soglia narrativa che segna l’inizio della trasformazione del bullo e la presa di coscienza della protagonista, mettendo in campo la possibilità di rinegoziare la relazione.

La vulnerabilità dell’aggressore emerge e viene riconosciuta dalla protagonista. Questo non giustifica il comportamento, ma apre la porta alla comprensione del dato che dietro ogni atto aggressivo spesso si cela un’identità fragile.

Ciò che sostiene e alimenta la hybris[5] del bullo è sempre pronto a farlo precipitare rovinosamente in qualsiasi momento: questo fattore compensatorio si nasconde tra le lusinghe della psiche inconscia collettiva. Nel cortometraggio è rivelato dall’urlo del pubblico dopo il tiro sbagliato che non è solo un elemento sonoro: è un dispositivo narrativo ed emotivo potentissimo. In quella frazione di secondo, l’ambiente esterno diventa il megafono dell’ambiente interno del bullo.

Il boato del pubblico è immediato, istintivo, eco della psiche collettiva fagocitante: un misto di delusione, sorpresa, irritazione. Quel suono rappresenta la comunità che reagisce “rettilineamente” ad un fallimento pubblico di un eroe ormai decaduto. Per un ragazzo che basa la propria identità sull’immagine di forza, controllo e successo, questo è un terremoto. L’urlo frantuma per un istante la sua corazza identitaria.

Il bullo è colui che impara a dominare il rumore sociale: è quello che alza la voce, che ridicolizza gli altri, che si impone sul gruppo grazie al carisma o alla forza. Ma qui è il Collettivo ad alzare la voce contro di lui. Non con parole umane, ma con una vibrazione fisica: un’onda sonora che lo attraversa e lo sovrasta. È un rovesciamento completo: da soggetto attivo a oggetto dello sguardo pubblico, oggetto tra soggetti psichici collettivi.

Quell’urlo non resta fuori: sembra rimbalzare quantisticamente dentro di lui mutando il verso del suo processo di individuazione. Lo scarto tra ciò che voleva ottenere (applauso, approvazione, potere) e ciò che riceve (delusione, scherno implicito) apre un abisso interno, ma anche infinite possibilità.

Potremmo immaginare, giocando con personaggi ispirati ad Inside out, l’avvicendarsi di quattro diverse figure del “piccolo popolo dei suoi complessi interiori”: Vergogna, una ferita improvvisa al suo narcisismo; Paura del giudizio, la sensazione di essere smascherato; Rabbia, verso sé stesso o verso gli altri, per aver “perso la faccia”; Sgomento, l’oscillazione tra voler scappare e voler recuperare il controllo.

In termini psicodinamici, è il collasso temporaneo del Falso Sé[6].

È un’altra soglia trasformativa quella evocata con maestria dal regista D’Angelo, in questo caso con riferimento al conflitto tra la psiche individuale e quella collettiva. Il rifiuto della tifoseria obbliga il bullo – suo malgrado – a confrontarsi con un vissuto che evita con ogni mezzo: la possibilità di sbagliare, di non essere perfetto, di non riuscire a tenere insieme la sua identità di “dominante”.

È una situazione che molti bulli non tollerano, perché la loro aggressività è spesso la difesa contro una vulnerabilità percepita come intollerabile.

Paradossalmente, questo momento di crisi è anche il preludio della trasformazione: solo quando la corazza si incrina, il bullo può essere toccato dall’Altro – e infatti è subito dopo questo urlo che il bullo incrocia gli occhi della protagonista.

L’urlo è quindi una soglia: muta la scena sportiva in una stanza d’analisi. Il rumore esterno diventa la voce dell’Ombra che finalmente irrompe.

 

L’abbrivio dell’anima

 

Subito dopo il bullo corre dalla protagonista, come spinto da un abbrivio misterioso, e la raggiunge sulla soglia della biblioteca: è uno dei punti emotivamente più significativi del cortometraggio. È il vero nodo narrativo in cui il ragazzo si confronta – per la prima volta – con l’archetipo di Anima[7] che la ragazza incarna e, grazie alla sua mediazione, con un’immagine nuova di sé.

La corsa del bullo non può quindi essere considerata solo fisica: è la rappresentazione del suo percorso di recupero di un equilibrio psichico, tra l’Ombra e la Persona (ovvero, per Jung, la maschera sociale), dopo la frattura emotiva causata dal tiro sbagliato e dal boato del pubblico.

In quella corsa si avverte l’urgenza di ristabilire un ruolo, il bisogno di essere visto in un altro modo, la ricerca di un nuovo assetto identitario. È come se volesse riagganciare il senso di controllo sull’esistenza che ha appena smarrito.

Ma questa volta sceglie di correre verso la figura femminile (Anima) che gli ha rivelato chi è veramente: la protagonista è stata il suo “specchio silenzioso” durante tutto il cortometraggio. Rappresenta un punto fermo, un polo di autenticità che lui non ha ancora trovato.

La biblioteca – luogo di conoscenza, quiete, interiorità frequentato da figure animiche – è il contrario dell’arena pubblica del campo sportivo, dove lui era sovraesposto e sotto giudizio.

Qui, nel tempio di Anima, non c’è rumore, non c’è pubblico, non c’è competizione, non c’è ruolo da difendere. È un luogo dove ci si può permettere, anche solo per un momento, di essere e non di apparire.

Quando finalmente la raggiunge sulla soglia di questo luogo di celebrazione dell’autenticità e della gentilezza, lo sguardo che scambia con la protagonista è totalmente diverso da quello precedente sul campo. Non c’è più sfida, non c’è più arroganza, non c’è neanche quella superiorità performativa che prima ostentava.

Ora i suoi occhi mostrano esitazione, imbarazzo, e soprattutto una richiesta implicita: “Vedi qualcosa in me che io non riesco a vedere?”. Il regista, con un’inquadratura che mostra solo una metà del viso del ragazzo, sembra rivolgere a noi la stessa domanda, sollecita anche noi a cercare l’altra metà del ragazzo violento.

Ed è in questo gioco di rispecchiamenti reciproci che la protagonista si mostra Anima anche al nostro sguardo insegnandoci a non giudicare il ragazzo bullo che abbiamo di fronte, a non deriderlo, si presenta come nostra guida per poter accogliere le fragilità emergenti dell’Altro.

Credo sia questo il messaggio più importante per la comunità educante: nell’incontro/confronto con ragazzi devianti, violenti, persi, dovremmo riconoscerci come “guardiani di soglie”: essi non respingono, non sfidano, non giudicano. Semplicemente vedono e riconoscono.

L’esperienza analitica ci insegna, infatti, che nel mondo interno del bullo essere visti senza umiliazione è un’esperienza trasformativa.

Come in analisi, il bullo si trova in uno spazio dove può scegliere di non dominare, non sente la necessità di difendersi, può concedersi di essere vulnerabile senza essere ferito. Qui una storia di potere può trasformarsi in una storia di incontro.

 


[1] Il progetto è stato finanziato nell’ambito dell’Avviso pubblico “Educare in Comune”, avviso del Dipartimento per le Politiche della Famiglia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per il finanziamento di progetti per il contrasto della povertà educativa e il sostegno delle opportunità culturali e educative di persone minorenni. Il corto è utilizzato dal partenariato (Comune di Campomarino e Cooperativa sociale Kairos) come strumento didattico nei contesti scolastici o formativi (adolescenti, gruppi sportivi, contesti di inclusione) accompagnato da momenti di riflessione/feedback (questionari, tavole rotonde, workshop).

[2] L’essere umano non è abitato da una statica unità identitaria, ma piuttosto da una psiche multipersonale, da quel «piccolo popolo» di personalità parziali che agiscono costantemente in lui. La psiche, scrive Jung: «non è un’unità, bensì una contraddittoria molteplicità di complessi» (Jung C.G. (1928), “L’Io e l’inconscio”, In: Opere, vol. 7. Torino: Bollati Boringhieri, 2019 p. 118).

[3] Harding, J., La biblioteca dei libri proibiti, Garzanti, 2010.

[4] Dickinson, E., Poesie, Einaudi Editore, 2023.

[5] La hybris (dal greco ὕβρις) è intesa come un eccesso di orgoglio o presunzione che porta alla trasgressione di norme o limiti personali e sociali. È spesso collegata a sentimenti di onnipotenza o grandiosità che possono nascondere insicurezza profonda o vulnerabilità. Essa spinge difensivamente l’individuo a negare limiti e dipendenze, rischiando però il conflitto con la realtà esterna o interna. Nei miti e nella cultura greca, la hybris è spesso la causa della caduta dell’eroe, un avvertimento che la superbia smodata conduce a sofferenza o punizione.

[6] Winnicott, D. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, trad. Alda Bencini Bariatti, Roma: Armando, 1974. 

[7] Jung, C. G. (1951), Aion: Ricerche sul fenomeno dell'inconscio e sui simboli”, in Opere, Vol. 9, tomo II, Bollati Boringhieri, Torino., 1982.

 

 

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