Cinema e confini
Serie Tv
La miniserie Transatlantic co-creata da Anna Winger con Daniel Hendler, la sceneggiatrice di Deutschland 83 e Unorthodox, ambientata a Marsiglia nei primi anni Quaranta, racconta la vicenda poco nota svoltasi nell’Europa devastata dalla furia nazifascista, dell’impresa dell’Emergency Rescue Committee. L’ERC, guidato dal giornalista americano Varian Fry (Cory Michael Smith) e dalla facoltosa ereditiera Mary Jayne Gold (Gillian Jacobs), sono impegnati a salvare intellettuali e artisti ebrei destinati alla deportazione e allo sterminio nei lager nazisti. La serie è volutamente, un’avventura pienamente consapevole dell’orrore minaccioso che l’attraversa, ma leggera nei toni dei dialoghi, dei colori, delle ricostruzioni storiche. Strategia adottata per poter avvicinare alla durezza dei temi mostrati in tutti i loro drammatici risvolti, dal suicidio del filosofo Walter Benjamin (Moritz Bleibtreu), alla incarcerazione senza motivo né spiegazioni di artisti e persone comuni da parte dei nazisti e dei collaborazionisti del regime di Vichy, un pubblico ignaro o non ancora avvezzo rispetto alle persecuzioni raziali nazifasciste e alle drammatiche vicende che hanno preceduto e accompagnato la Seconda Guerra Mondiale. Transatlantic non si limita al racconto storico che descrive dettagliatamente anche attraverso una ricostruzione meticolosa degli ambienti, ma mette in scena i cambiamenti psichici e ideali quando la realtà esterna, persecutoria e violenta, infrange le difese interiori. A seguito dell’avanzata della Germania nazista che ha scatenato la Seconda guerra mondiale, il movimento dei confini geografici condiziona e induce cambiamenti interiori, ambientali, sociali di portata epocale, ben raffigurato nella Serie tv.
Nelle sette puntate lo spettatore si trova immerso in quel tempo ed emotivamente coinvolto attraverso diversi livelli di narrazione. Il primo livello è quello paesaggistico. Marsiglia diventa città-porto, soglia tra chi spera di fuggire e chi teme di essere catturato. I Pirenei si ergono come ultimo confine fisico, varcarli significa raggiungere la Spagna e raggiungere la libertà, restare vuol dire esporsi alla persecuzione e alla morte. In questo scenario i confini non sono solo geografici, bensì uno specchio di movimenti psichici, linee fragili, sempre pronte a spostarsi e a incrinarsi sotto la pressione della Storia. È qui che il confine politico e geografico riflette il confine interiore: quando una frontiera si chiude, anche lo spazio intrapsichico si restringe; quando si apre, l’inconscio lascia intravedere nuove possibilità di sopravvivenza e di trasformazione.
Centrale è la tensione tra neutralità e responsabilità. Da un lato lo sguardo distaccato, opportunista e cinico delle Istituzioni, rappresentate tra gli altri dal diplomatico statunitense Graham Patterson (Corey Stoll), dall’altro la necessità, la dedizione e il sacrificio di chi sceglie di agire nell’anonimato per il bene, salvando persone e speranze, di lottare senza sosta contro il Male. Ogni gesto di aiuto diventa quindi un atto di ribellione etica, ogni documento falsificato è un varco aperto contro il muro dell’indifferenza, il gesto leale di che salva vite rischiando la propria. Così la serie mostra come i confini ideologici non siano entità astratte ma forze che si incarnano nella realtà quotidiana, nelle vite di ognuno, nei desideri, nelle paure e nelle scelte.
È però sul piano psichico che Transatlantic acquista la sua profondità più intensa. I protagonisti non sono figure immobili, ma soggetti attraversati da un movimento di trasformazione interiore. Il giornalista Varian Fry (Cory Michael Smith), all’inizio mero osservatore, vede incrinarsi la cortina difensiva che lo manteneva distante dal dolore degli altri. La persecuzione esterna induce nel reporter una frattura interna, il suo Io, costretto a scegliere, passa dal ruolo di testimone a quello di salvatore. Questa metamorfosi come ogni trasformazione, porta con sé il peso del trauma, ma anche l’accesso a una verità più autentica del Sé. Mary Jayne Gold (Gillian Jacobs), miliardaria mondana e civettuola, attraversa un percorso emblematico. Donna frivola e facoltosa, circondata e immersa nel privilegio, diviene una leale compagna di lotta e sostenitrice concreta della resistenza politica e culturale alle leggi razziali e alla ferocia nazifascista. In lei la mutazione psichica consiste nell’abbattimento del muro che separava il piacere personale dall’impegno civile. Il mondo esterno, limitrofo al suo guscio dorato, segnato dalla violenza, le impone di oltrepassare quella soglia, di accogliere nella propria vita l’Altro, sconosciuto e diverso, con tutti i suoi bisogni e limiti. Questa scelta comporta perdita e rinuncia, eppure questa esperienza inedita le permette di vedere e affrontare le proprie difficoltà, innescando in lei un desiderio di giustizia che sarà difficile, doloroso e trasformativo.
La guida Lisa Fittko (Deleila Piasko) che accompagna i profughi attraversando i monti separano la Francia invasa dalla Spagna che accoglie, diventa personificazione del confine stesso. La giovane donna è il ponte vivo tra la cattura e la salvezza, la presenza che incarna la possibilità di attraversare la propria paura e tramutarla in azione. Nella rappresentazione scenica, la sua funzione psichica è quella della mediazione, segno che il confine non è solo barriera, ma anche passaggio, possibilità di rinascita.
Gli esuli, artisti e intellettuali come Walter Benjamin (Moritz Bleibtreu), Marc Chagall (Alexander Fehling), Hannah Arendt (Alexandra Pfeifer) o Max Ernst (Jonas Nay), portano sulla scena il trauma dell’esilio. Lacerati tra il ricordo e l’incertezza, mostrano come il confine tra passato e futuro diventi terreno instabile. In loro la creazione artistica si fa tentativo di sutura, gesto simbolico per tenere insieme ciò che rischia di disgregarsi.
La serie si muove su un confine estetico, oscillando tra ricostruzione storica e invenzione drammatica, tra rigore e ironia. L’eco del cinema classico americano, in particolare di Casablanca (del 1946) accompagna la narrazione, creando un tono sospeso tra commedia sofisticata e tragedia. È una scelta che non attenua la gravità del tema, ma ne offre una forma, un contenitore psichico che rende rappresentabile l’orrore. Perché le persecuzioni razziali? La serie non elude la domanda, anzi, la mette in scena nelle sue conseguenze. L’antisemitismo nazista non fu un accidente, ma un progetto politico e ideologico fondato sull’idea perversa della “purezza della razza”, costruita a tavolino contro ogni evidenza scientifica, valore etico e cognizione culturale. Gli ebrei, percepiti come corpo estraneo e minaccia immaginaria, divennero il capro espiatorio su cui scaricare paure collettive, frustrazioni economiche e pulsioni distruttive. In termini psicoanalitici, il meccanismo della proiezione gioca un ruolo centrale: ciò che non si tollera in sé viene espulso e collocato nell’altro, che diventa oggetto di odio e persecuzione. La serie, mostrando artisti e pensatori braccati, fa emergere l’assurdità di questa logica: i portatori di cultura e bellezza vengono trasformati in nemici, a dimostrazione di quanto fragile e costruita sia l’idea di confine tra “noi” e “loro”.
Transatlantic mostra come i confini dell’Io siano mobili e vulnerabili, pronti a ridefinirsi di fronte allo shock della persecuzione. La minaccia esterna scardina le difese narcisistiche sane, obbliga a un confronto con l’angoscia primaria, ma apre anche alla possibilità di nuove configurazioni interiori. È in questo continuo attraversamento che i personaggi si reinventano: Varian Fry nella sua missione, Mary Jayne Gold nella sua metamorfosi etica, Lisa Fittko nella sua funzione di ponte, gli esuli nella loro capacità di sublimare la perdita. In questo senso, il confine degli Stati, chiuso, invalicabile, sorvegliato, diventa specchio dei confini del Sé: quando la frontiera si sbarra, anche la psiche si ritrae; quando qualcuno riesce ad attraversarla, si apre lo spazio di un rinnovamento interiore.
Come opera artistica e finzionale (fiction), la narrazione si concede delle libertà narrative che si discostano dalla verità storica quanto necessaria per rendere fluido il racconto e mantenere viva l’attenzione dello spettatore, migliorando la comprensione degli avvenimenti e limitando il turbamento inevitabile indotto dai tragici eventi storici, attraversati dai personaggi. Queste licenze hanno anche un valore simbolico, spostano l’attenzione dalla cronaca all’elaborazione psichica, mettendo in luce l’effetto che la Storia produce nelle strutture interiori.
Transatlantic racconta la soglia, tra la vita e la morte, tra l’Io e l’Altro, tra la neutralità e l’azione. È proprio nella frattura dei confini psichici che si trova la sua forza più autentica. Mostra come l’essere umano, quando viene toccato dal trauma della persecuzione, dell’esilio, della deportazione, possa superare le proprie difese e trasformare la vulnerabilità in possibilità di rinascita. Non un racconto di eroi intoccabili, ma di individui che, costretti a mutare per i colpi inferti loro dal mondo, scoprono di poter attraversare la propria paura e reinventarsi al di là del confine. È in questa soglia fragile e luminosa che la serie parla anche al nostro presente, perché i gesti di coraggio, di accoglienza e di cura non appartengono esclusivamente a un’epoca lontana, ma sono possibili sempre e necessari in ogni tempo storico, anche oggi, più che mai. La Storia, con le sue ombre e i suoi ritorni, ci ricorda che ogni generazione è chiamata a misurarsi con i propri confini etici e interiori. La lezione di Transatlantic è allora quella di un’umanità che, pur ferita, può sempre scegliere di essere migliore, di aprire varchi là dove sembrano esserci soltanto filo spinato e mura invalicabili, e di trasformare l’angoscia in possibilità di incontro, ripresa e resilienza, condivisi, dinamici, vincenti.
Titolo originale: Transatlantic
Anno: 2023
Regia: Stéphanie Chuat, Véronique Reymond, Mia Maariel Meyer
Musica: Mike Ladd
Interpreti: Gillian Jacobs, Cory Michael Smith, Deleila Piasko, Corey Stoll, Ralph Amoussou, Gregory Montel, Jonas Nay, Alexander Fehling, Moritz Bleibtreu, Louis-Do de Lencquesaing, Luke Thompson, Amit Rahav, Henriette Confurius, Alexandra Pfeifer.
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