Cinema e fluidità
Cult
Il contributo nasce dal lavoro del gruppo di ricerca del C.R.P.G. di Catania e Messina dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo, attivo da tre anni e mezzo sui temi dell’identità e dell’incongruenza di genere. Il percorso di studio si è ampliato attraverso il cineforum Oltre gli Schermi (2025), in cui il cinema è stato utilizzato come dispositivo di mediazione tra esperienza soggettiva e pensiero gruppale.
L’analisi si concentra su tre opere — The Danish Girl, Boys Don't Cry e Girl — considerate come tappe di un possibile continuum evolutivo della soggettività transgender.
In questa prospettiva, The Danish Girl si offre come dispositivo privilegiato per pensare la costruzione del Sé nella tensione tra continuità biografica e trasformazione in età adulta. Il film di Tom Hooper racconta la vicenda di Lili Elbe che, nella Copenhagen degli anni Venti, attraversa un progressivo processo di riconoscimento della propria identità femminile all’interno del legame con la moglie Gerda Wegener. La trasformazione di Lili modifica profondamente l’equilibrio della coppia, aprendo uno spazio attraversato da desiderio, perdita e ridefinizione.
La transizione di Lili Elbe non appare come evento improvviso, ma come lenta emersione di una verità psichica. Lili non nasce come “nuovo soggetto”, ma prende forma attraverso scarti percettivi, disallineamenti corporei e micro-fratture dell’immagine di sé. L’estraneità del corpo segnala l’irruzione di un’eccedenza che non trova ancora forma nelle rappresentazioni disponibili.
In particolare, la scena in cui Lili indossa e accarezza abiti femminili mostra come la sensorialità possa diventare esperienza incarnata, punto di passaggio tra percezione interna e possibilità di riconoscimento. Attraverso tessuti, superfici e dettagli corporei, il film restituisce il corpo come primo luogo dell’esperienza di sé.

Il gruppo ha consentito di sostare su questa soglia, aprendo uno spazio di pensabilità del divenire soggettivo nella sua natura non lineare, fatta di ritorni, resistenze e condensazioni affettive. Il percorso di Lili viene così letto come processo di identificazioni multiple, costruito anche attraverso lo sguardo di Gerda Wegener. Il suo sguardo non è semplice osservazione, ma atto di co-costruzione dell’immagine dell’altro. Il rispecchiamento produce simultaneamente riconoscimento e perdita. Il legame di coppia diventa allora il luogo in cui la trasformazione prende forma come esperienza inevitabilmente relazionale. Gerda attraversa un proprio lavoro di perdita e ridefinizione, sostenendo l’emergere di Lili attraverso una funzione di contenimento prossima all’holding winnicottiano. Un ulteriore asse interpretativo riguarda il ruolo dell’arte. La pittura diventa il luogo in cui ciò che non ha ancora forma psichica può apparire. Il quadro della palude, emerso anche nelle risonanze gruppali, assume il valore di metafora di uno spazio indifferenziato: insieme intrappolante e generativo. Parallelamente, il film insiste sul disallineamento tra trasformazione psichica e corpo. Il corpo non segue in modo sincronico il movimento interno, ma lo eccede e lo ritarda. Alcune immagini corporee — tra cui la fuoriuscita di sangue — possono essere lette come tentativi di iscrizione diretta dell’esperienza nel visibile, laddove il simbolico non è ancora in grado di contenerla. La regia di Tom Hooper privilegia un’estetica della prossimità sensoriale fatta di pelle, mani, tessuti e superfici. La materialità dell’immagine non ha funzione decorativa, ma restituisce il corpo come scena primaria del riconoscimento.
Nel suo insieme, The Danish Girl restituisce la soggettività come esperienza di attraversamento: uno spazio instabile tra corpo, immagine e desiderio, in cui il riconoscimento dell’altro resta insieme necessario e mai definitivamente acquisito.
Titolo originale: The Danish Girl
Paese di produzione: Regno Unito, USA
Anno: 2015
Regia: Tom Hooper
Musica: Alexandre Desplat
Cast: Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Ben Whishaw, Amber Heard, Sebastian Koch
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