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Cinema e confini

Nel film

Spazi liminali

Parthenope, Sorrentino e i confini della psiche

Ivan Paterlini, Vittoria Paterno

Cinema e psicoanalisi nascono nel 1895, inaugurando un nuovo linguaggio fatto di immagini, simboli e desideri. Come sostiene Wilfred Bion, le immagini sono i primi "pittogrammi" psichici: l'immagine filmica si fa simbolo vivo che agisce e trasforma. In questo contesto, la figura di Parthenope di Paolo Sorrentino diventa guida privilegiata per esplorare la relazione tra cinema e psiche.

La sirena Parthenope, secondo il mito, abitava le coste napoletane. Separata dal centauro Vesuvio (trasformato in vulcano), si lasciò morire di dolore, dando origine a Napoli. Iolanda Stocchi interpreta il suicidio della sirena come simbolo delle conseguenze di una mancata integrazione del femminile, dell'incapacità di "vedere oltre se stessi" e riconoscere l'alterità.

Nel film di Sorrentino, Parthenope incarna questo confine simbolico: tra vita e morte, tra sé e l'altro, tra desiderio e realtà. La protagonista esplora i limiti della propria bellezza, cercando il "katà métron", l'equilibrio che definisce nuove identità di sé.

La dimensione temporale è centrale nell'opera. Parthenope vive in un "tempo mitico" sospeso rispetto al tempo ordinario ma radicato nella vita reale. Come Holden di Salinger, ricerca e si smarrisce, viaggiando "da fermo" in un tempo che "esce dal tempo".

Hillman suggerisce di cogliere il tempo come Kairos: opportunità e apertura al possibile. Parthenope abita questo confine temporale tra passato e futuro, dove "storie passate e future coesistono" nell'infinito dell'accadere psichico.

"Siamo portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte”. Il desiderio diventa il motore del suo principio identitario, ma anche il confine tra possibilità infinite e scelte concrete.

Parthenope elegge il desiderio come sguardo: vuole vedere, esplorare, definire. Nel patto con il professore Marotta ("Io non ti giudicherò e tu non mi giudicherai") si apre lo spazio del sacro come sospensione del giudizio, zona liminale dove la vita diventa possibilità.

Il rapporto con il fratello rappresenta il confine più delicato: l'incesto simbolico come archetipo insostenibile. Per Jung, simboleggia il desiderio di tornare all'origine materna, ma comporta il rischio di rimanere intrappolati in una morsa asfissiante che può portare alla morte psichica.

Parthenope diventa mediatrice tra mondi, come Anima tra coscienza e inconscio. Il suicidio del fratello apre il "tempo delicato" dove lei sceglie di non sprofondare nel baratro ma di intraprendere la strada dell'Antropologia, trasformando la lacerazione in miracolo.

Il mare di Napoli torna simbolicamente nel figlio del professore, mostrando "l'infinito della vita e la possibilità di vedere". Napoli-Parthenope diventa metafora vivente del mistero: città che seduce, nasconde, ma invita a essere scoperta.

 

Come Psiche deve fidarsi di Amore senza illuminarlo, così chi "vede" Napoli deve accettare che il suo fascino risieda anche nelle ombre. È il confine tra visibile e invisibile, dove l'intimità del mistero si svela solo a chi sa guardare con gli occhi dell'amore.

Collegando Parthenope agli altri film di Sorrentino, emerge una riflessione sui confini esistenziali. In Youth, Jimmy Tree sceglie di "raccontare il desiderio, così puro, così impossibile, così immorale" perché "è quello che ci rende vivi".

 

 

Il tempo del desiderio diventa questione universale: quando arriva? Quanto può accompagnare le fasi della vita? Simone Weil afferma che "il desiderio puro è l'atto più vicino alla trascendenza", slancio verso ciò che è al di là del tangibile.

I personaggi di Sorrentino abitano sempre confini esistenziali: tra giovinezza e maturità, memoria e presente, responsabilità e libertà. In Parthenope il desiderio è scoperto; in Youth diventa memoria; in La Grazia si fa responsabilità morale.

Il vero viaggio della psiche non è nello spazio ma "nello sguardo con cui abitiamo il tempo". I confini non sono barriere ma spazi liminali dove la grazia si manifesta come possibilità di trasformazione. Come scrive Antonio Prete: "Niente muore davvero" - tutto si trasforma negli interstizi dell'anima, dove i confini diventano ponti verso l'infinito del possibile.

L'autobiografia non è "quel che facciamo della nostra vita ma quel che la vita fa di noi": un inno al sapersi creati dalla vita, narrati dalla vita, dove i confini dell'io si dissolvono nell'immensità del tutto che ci attraversa e ci trasforma.

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