Cinema e separazioni
Arti visive
Il Musée Guimet, fondato nel 1889 da Émile Guimet, si presenta oggi non soltanto come uno dei più importanti musei di arte asiatica al mondo, ma come uno spazio simbolico in cui l’Occidente ha progressivamente tentato di pensare l’alterità. La sua storia, da Lione a Parigi, dalle collezioni private ai grandi patrimoni archeologici provenienti da India, Cina, Giappone e Sud-est asiatico, racconta un movimento che eccede la semplice accumulazione culturale, si tratta di un vero e proprio processo trasformativo.
In questo senso il Museo stesso può essere letto come un dispositivo psicoanalitico, una sorta di contenitore in cui materiali eterogenei, inizialmente “non pensabili”, vengono progressivamente trasformati in esperienza estetica e conoscenza.

Secondo Wilfred Bion, psicoanalista freudiano profondo conoscitore del pensiero junghiano, la mente umana è chiamata a trasformare gli elementi β (grezzi, sensoriali, non simbolizzati) in elementi α (ovvero pensieri pensabili). Il Museo Guimet sembra incarnare questa funzione attraverso le opere asiatiche, originariamente immerse in contesti religiosi, rituali e simbolici spesso estranei alla cultura occidentale, che attraverso un’accurata ricerca ed un pensiero condiviso appaiono accolte, riorganizzate e rese piacevolmente fruibili all’interno di uno spazio architettonico che privilegia la luce, l’apertura, la circolazione dei visitatori.
La ristrutturazione conclusa nel 2001 che vede la centralità della luce naturale e degli spazi fluidi, rafforza questa lettura. Il museo diventa un luogo di trasformazione percettiva, dove il visitatore è invitato a transitare da una posizione di estraneità a una possibile esperienza di integrazione visiva e simbolica.
Non è casuale che all’osservatore attento, che si muove all’interno del Museo non sfugga il legame tra il pensiero di Wilfred Bion e le afferenze dell’induismo in alcuni aspetti teorici della sua teorizzazione e del suo pensiero psiconalitico. Wilfred Bion ara nato in India da genitori inglesi a Muttra, dove nei primi otto-nove anni di vita trascorsi la sua “ayah” (nutrice) si prese cura di lui amorevolmente. Lo psicoanalista ha descritto il legame profondo con sua infanzia indiana, con la lingua e la cultura locale, che mantenne nel suo mondo interiore anche dopo essersi trasferito da bambino in Inghilterra per compiere gli studi accademici, secondo gli usi dell’epoca.

Tornando al concetto di trasformazione, nell’induismo non si limita a un cambiamento formale, ma implica una vera e propria metamorfosi della coscienza. L’esperienza del reale è sempre mediata da stati di percezione mutevoli, guidati dal karma, dalla pratica e da processi che eccedono il controllo dell’Io. Testi come la Bhagavad Gita, poema filosofico-religioso indiano, segnano il passaggio da una religiosità rituale a una dimensione narrativa ed esperienziale, in cui la verità non è unica né oggettiva, ma emerge dall’integrazione di molteplici prospettive. Questa concezione risuona profondamente con l’idea bioniana di verità come “O”, ovvero una realtà ultima, inconoscibile direttamente ma avvicinabile attraverso il processo trasformativo del pensiero.
Nel museo, statue, raffigurazioni e sapienti iscrizioni, si riferiscono all’Om induista ed è proprio su questo punto che il dialogo tra psicoanalisi e pensiero orientale si fa più intrigante. Il concetto bioniano di “O”, la verità ultima, l’assoluto non conoscibile ma solo esperibile, trova una sorprendente risonanza proprio nella sillaba sacra Om della tradizione induista.

L’Om non è semplicemente un suono, ma una condensazione simbolica dell’intero universo. Composto dai fonemi A-U-M, esso rappresenta triadi fondamentali dell’esistenza: terra-atmosfera-cielo e pensiero-parola-azione. In altri termini, è una forma sonora che racchiude ogni possibile articolazione del reale.
Se “O” in Bion indica ciò che non può essere conosciuto ma solo “divenuto” (become), l’Om rappresenta una via esperienziale per avvicinarsi a questa totalità, non attraverso il pensiero discorsivo, ma mediante un processo trasformativo che coinvolge il corpo, la percezione e la coscienza. In entrambi i casi, siamo di fronte a una verità che non si lascia catturare razionalmente, ma che può essere soltanto esperita, attraversata, per poter giungere alla coscienza.

Il Museo Guimet, in questa prospettiva, può essere pensato come uno spazio in cui “O” prende forma senza mai esaurirsi in essa. Le opere esposte, statue, mandala, reliquiari, immagini divine, funzionano come condensatori simbolici, analoghi all’Om: non rappresentano semplicemente qualcosa, ma aprono a una dimensione altra, che trascende la rappresentazione stessa.
L’esperienza del visitatore diventa allora simile a quella dell’analizzando di fronte all’emergere di “O”, un incontro con qualcosa che non può essere pienamente tradotto in parole, ma che produce un cambiamento positivo destinato a restare.
Il museo può allora essere inteso come una rêverie collettiva, un luogo in cui l’Occidente ha cercato di metabolizzare l’Oriente, non senza ambivalenze. Le missioni archeologiche e le esplorazioni (da Pelliot a Bacot, da Foucher a Delaporte) rappresentano, in quest’ottica, non solo imprese scientifiche ma anche tentativi di appropriazione e traduzione psichica dell’alterità.
Le collezioni del Guimet, arricchite nel tempo fino a includere opere dall’Afghanistan al Giappone, e integrate anche da quelle del Louvre, costituiscono un vero e proprio archivio di “trasformazioni”, ogni oggetto è stato sottratto al suo contesto originario per essere reinscritto in un nuovo campo simbolico.
Questo passaggio non è mai neutro, implica certamente una perdita attraverso cui si può raggiungere una nuova forma di pensiero e di verità, non intesa come una raccolta di prove (evidence based), ma come il confluire di esperienze nell’incontro e di vertici di osservazione di se stessi, delle realtà interne del mondo esterno. Come nel processo analitico, qualcosa viene inevitabilmente trasformato, e dunque anche alterato per poter essere compreso e migliorato.
La concezione induista della verità come somma di prospettive parziali trova nel museo una potente incarnazione. Il Guimet non offre una verità unica sull’Asia, ma una costellazione di opere d’arte, narrazioni, immagini che il visitatore è chiamato a integrare osservandoli e vivendo un’esperienza immersiva coinvolgente.
In questo senso, l’esperienza estetica ha un’analogia con l’esperienza analitica in quanto il visitatore è messo di fronte a materiali che sollecitano la sua capacità di trasformazione interiore attraverso la bellezza e l’armonia delle forme e dei significati. Le opere non sono semplicemente guardate ma vissute e sognate.
Il Museo Guimet, osservato attraverso la lente psicoanalitica e in dialogo con il pensiero induista, appare come un luogo di conciliazione e riconciliazione tra mondi diversi, religioni, persone, secoli, culture, ambienti, vite, continenti. Un luogo che costruisce dialogo, vicinanza e pacificazione attraverso opere, significati e incontri tra persone che passeggiano, leggono, s’incontrano, vivono nello stesso ambiente-universo, dando ognuno la propria lettura e traendo i significati che le opere trasmettono e di cui le persone necessitano.
La conoscenza non è mai data una volta per tutte, ma emerge da un processo che implica tolleranza reciproca, dell’ignoto e dell’incertezza, apertura all’Altro e capacità di lasciarsi trasformare dall’esperienza vitale dell’ incontro.
In questo senso, il Guimet non è solo un museo, è uno spazio mentale, in cui l’Occidente continua a sognare e a rielaborare il proprio rapporto con l’Oriente, sostando come nel suono di Om e nell’esperienza di O, in quella soglia in cui il canto dell’anima naviga tra mente e cuore mentre approda al piacere di pensare, in armonia con se stessi e nel mondo.
(Musée Guimet, Musée National des Arts asiatiques, place d'Iéna n. 6, Parigi, Francia)
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