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eidos

Cinema e separazioni

L'altro film

Separazioni, segreti e sentimenti intorno al fuoco di Hestia

Dialogo con Giulio Caselli

Barbara Massimilla

B.M.: Penso che Sentimental Value sia un film che può essere iscritto ad honorem nella storia della psicologia analitica oltre che nel panorama del grande cinema internazionale. Troppe tematiche affrontate dal regista sono d’interesse psicologico, in particolare quella centrale dei traumi, dei segreti veicolati dalla trasmissione psichica che attraversa le generazioni. A latere dell’eredità psichica viene rappresentato sul piano simbolico il valore architettonico della casa come luogo delle origini, metafora della vita interiore e delle strutture sociali. Una casa che ha un’anima, una storia, uno spazio circoscritto dai confini precisi, testimonianza viva di una narrazione intrecciata a innumerevoli destini umani.

Il primo fotogramma mette a fuoco dall’alto il panorama urbano di Oslo, svettano delle gru che alludono al costruire ininterrotto di nuovi spazi, appare il verde di un cimitero con le sue croci, un riferimento alla perdita che a breve entrerà in scena, poi lo sguardo si ferma sulla grande villa di famiglia, superba per la sua bellezza. Ricordo le parole di uno tra i più influenti geografi contemporanei Franco Farinelli sulla teoria e la storia dei fondamenti spaziali della cultura occidentale e sulla genesi del concetto moderno di paesaggio: stavamo osservando la forma di una casa del centro storico di Roma, lui guidava il mio sguardo nel riconoscere in quella prospettiva una straordinaria somiglianza con il volto umano, sottolineava il valore in architettura di non perdere di vista la sovrapposizione tra le forme dell’umano e le strutture create dall’uomo. 

 

 

Per Freud la casa nel linguaggio onirico rappresenta la proiezione del corpo umano, una figurazione del corpo. Per Bachelard la casa vive nell’ombra del corpo e contiene la vita nella sua essenzialità, penetra in noi come noi siamo in essa, e non ci lascia mai anche quando dovesse non esistere più, perché una parte di noi resta indelebilmente legata al suo ricordo. Sulla reciproca identificazione tra casa e individuo inizia Sentimental value. Esploriamo ogni angolo della villa, ogni piano, ci appare anche una crepa nel muro, si dirama dalle fondamenta verso l’alto. Tutto lo spazio domestico è narrato nel compito in classe scritto a scuola da Nora bambina, la primogenita, per descrivere le caratteristiche dell’abitazione della propria famiglia. Coinvolti nell’esplorazione girovaghiamo dunque per la casa, questa ci fa ascoltare attraverso una vecchia stufa i segreti familiari, ascoltiamo pure gli scambi che avvengono durante le sedute di psicoterapia tra la madre analista e i pazienti. La casa soffre, pensa, ha assistito in passato alla morte del trisavolo, ai litigi tra i genitori, ha provato dolore quando il padre si è separato dalla madre lasciando le sue due figlie nel silenzio. La casa è pure il luogo dove la nonna paterna si è uccisa, vittima del trauma subito nel 1943 per le torture inferte dal nazismo in Norvegia. Uno spazio dunque vivo e partecipe che tesse silenziosamente i fili di numerosi destini…  

 

G.C: Seguendo Bachelard che citavi, il fuoco non è soltanto un elemento fisico, ma una potente immagine della vita psichica: rappresenta l’intimità, il calore della memoria e il luogo in cui l’immaginazione raccoglie e trasforma l’esperienza. Il focolare domestico diventa così il centro della casa e, simbolicamente, il centro dell’interiorità. In questo senso la stufa presente nel film assume una funzione particolarmente significativa. Essa non è soltanto un oggetto della casa, ma sembra custodire e restituire le voci e i segreti della famiglia. Il fuoco contenuto nella stufa può essere interpretato come il “fuoco interiore” che mantiene vive le memorie e i sentimenti non elaborati, ciò che continua ad ardere sotto la superficie della vita cosciente. Questo simbolismo richiama anche la figura di Hestia, dea del focolare domestico e del centro della casa. Nella prospettiva simbolica junghiana e hillmaniana, Hestia può essere vista come immagine archetipica del centro psichico che raccoglie e contiene la vita emotiva. Il fuoco del focolare non illumina soltanto lo spazio fisico, ma tiene uniti i legami e custodisce le storie che attraversano le generazioni.

La stufa del film diventa quindi una sorta di cuore della casa psichica: attorno ad essa si condensano i ricordi, i traumi e le parole non dette. Come nel pensiero di Bachelard, il fuoco domestico è al tempo stesso intimo e rivelatore: scalda, protegge, ma può anche far emergere ciò che è rimasto nascosto. In questa prospettiva, il film sembra suggerire che l’ascolto di quel fuoco interiore, delle memorie che continuano a bruciare nella casa e nella psiche, sia una condizione necessaria per comprendere e trasformare l’eredità emotiva della famiglia; un fuoco alchemico e trasformativo.

 

 

B.M.: La relazione tra il padre Gustav e le due figlie Nora e Agnes è centrale. A proposito dei loro tre destini sovrapposti è molto potente la scena dove i volti si trasformano magicamente l’uno nell’altro, forse a sottolineare quanto i processi di differenziazione siano complessi in una famiglia segnata tragicamente dal trauma, finché qualcuno interrompe la catena di una trasmissione al negativo e decide di ricostruire una nuova narrazione per elaborare tutto il dolore psichico proveniente dal passato.  Così la sceneggiatura scritta dal padre regista diventerà una storia, un film, per poter sciogliere catarticamente quel nucleo segreto legato al suicidio della propria madre e riconvertirlo in una scena diversa dove la riconciliazione con il passato è ancora possibile. Da questo desiderio di fare chiarezza e ristrutturare la relazione affettiva con Nora e Agnes inizia la ricerca di senso che porta al ritorno del padre nell’amata casa per coinvolgere le sue figlie in un processo condiviso di trasformazione. Sceglierà come protagonista Nora la sua primogenita attrice, mentre Agnes la secondogenita inseguirà le tracce del trauma ricostruendo presso gli archivi storici della città la vicenda dell’arresto di sua nonna e le torture da lei subite da parte della Gestapo. 

“Faccio i film con i miei amici, sono la mia famiglia” afferma Gustav e rivolgendosi a Nora: “La storia l’ho scritta per te, sei l’unica che potrebbe interpretarla, gireremo in casa nostra”, ma laconicamente Nora gli risponde di non contare su di lei… si capisce fin dai primi fotogrammi la fragilità di Nora quando in preda a una crisi di panico non riesce ad entrare in scena per recitare la sua parte in teatro. Un incipit potente, anche lo spettatore resta inchiodato alla sua ansia e percepisce con il fiato sospeso tutta l’inquietudine di Nora: riuscirà o meno a interpretare il ruolo o come una falena impazzita continuerà a strapparsi l’abito che la imprigiona in un ruolo soffocante. 

Catarticamente la tensione si scioglierà in quella frase criptica urlata dal palco, dopo essere riuscita finalmente a entrare in scena: “Hai detto che mi avresti salvata, ma mi hai buttata tra le fiamme. Ascolta!”, la voce disperata di Nora si mescola alle sonorità di una musica esplosiva. 

Tra le fiamme… appunto, un fuoco divampa e distrugge ogni speranza di salvezza – come deve essere stato per sua nonna Karin antinazista rinchiusa nel campo di prigionia.  Quando Gustav riceve la notizia dall’attrice americana della sua rinuncia a interpretare il ruolo di protagonista nel film, perché percepisce onestamente di non essere all’altezza, lui l’accoglie senza rancore, l’abbraccia come una figlia, è consapevole che il rifiuto di Nora a recitare la parte ha comportato una scelta successiva di ripiego, purtroppo fallimentare. Per Gustav proprio in quell’istante di estremo sconforto e malessere in casa divampa dolcemente il fuoco: arde silenzioso e vigile nel focolare, lenisce la ferita provocata da un dolore antico, proprio da quel momento la narrazione cambia il suo corso, man mano l’affettività tra lui e le figlie prenderà forma in modo visibile e circoleranno sentimenti di vicinanza e gratitudine.  Questo fuoco che arde nel focolare domestico mi ha fatto pensare ancora ad Hestia… un fuoco contenuto all’interno di precisi confini, un’energia orientata, protetta, accende la luce della coscienza e rende visibile ciò che si nasconde nell’ombra; diversamente indomabile è il fuoco che distrugge senza limiti perché manca di argini, come accade nel film quando ci mostra l’esplosione a teatro del panico e dell’angoscia senza nome di Nora, oppure quando dietro a una porta ascoltiamo il colpo secco dello sgabello, cade sul pavimento perché ci ricorda che Karin s’impicca, si suicida per la depressione, conseguenza psicologica delle torture subite nel campo di prigionia nazista. Da qui la preziosità di avere quel fuoco che divampa tra le mura del caminetto, la presenza di Hestia protettrice di una casa interiore, quel fuoco sacro energia viva che crea il contatto vitale con la realtà, la sintonia e l’armonia con l’altro.

G.C.: Quella frase che riportavi di Nora sul palco, pronunciata in uno stato di forte tensione emotiva, può essere letta simbolicamente alla luce della riflessione di Bachelard in particolare sull’ambivalenza dell’elemento fuoco. Per Bachelard il fuoco non rappresenta soltanto il calore intimo del focolare a cui ci riferivamo prima, ma possiede anche una dimensione eccessiva, violenta e ustionante: è l’elemento che affascina e al tempo stesso consuma, capace di bruciare ciò che tocca quando non trova una forma di contenimento. Nel grido di Nora sembra emergere proprio questa qualità distruttiva del fuoco. Le “fiamme” in cui si sente gettata alludono a un’esperienza psichica troppo intensa, che travolge le difese e si manifesta come angoscia senza nome. La scena teatrale diventa così il luogo in cui l’energia emotiva repressa irrompe con forza, quasi come un incendio improvviso. In termini simbolici, Nora appare esposta a un fuoco che non scalda ma ustiona, che non illumina ma acceca.

Nel pensiero di Bachelard questo fuoco eccessivo è legato all’immaginazione passionale e alla dimensione tragica dell’esperienza umana: esso rivela quanto l’elemento ignico possa trasformarsi in potenza distruttiva quando non è raccolto entro uno spazio protetto. La frase urlata dal palco rappresenta quindi un momento di esposizione radicale al trauma familiare e storico che attraversa la storia dei personaggi. In quel grido il fuoco diventa immagine della sofferenza psichica che divampa senza argini, rendendo visibile la ferita interiore che Nora porta con sé.

 

 

B.M.: L’invito a cogliere in Hestia una dimensione architetturale e strutturale della mente dà valore alla sua capacità di mediare l’Anima, un luogo interiore dove radunare le immagini, un luogo dove continuamente la vita psichica può avvenire. Il tema del film si sviluppa dall’idea che il mondo interno ospita nel corso della vita molti luoghi, e che la nostra esistenza psichica si fonda e sedimenta anche sulle esperienze connesse ai luoghi. Il corpo e la mente hanno memoria dei luoghi e ne riconoscono le caratteristiche, non solo attraverso il ricordo per immagini, ma anche nell’istante in cui una situazione ambientale riesce a riattualizzare nel soggetto la specifica sensorialità   e visibilità  indelebilmente legata a forme dello spazio conosciute in precedenza. 

Attraverso il personaggio di Gustav-regista possiamo accedere a una sceneggiatura privata, a un copione nato da un suo tragico frammento personale connesso al luogo dell’anima, alla casa delle origini, attraverso quella narrazione Gustav approda al desiderio di condividere con le proprie figlie i molteplici significati sottesi alla loro relazione. Gli affetti più cari possono rivitalizzarsi all’interno della casa percepita come un contenitore protettivo non più come palcoscenico di morte e separazioni. 

I luoghi vissuti, ritrovati, immaginati coincidono sempre con l’identità individuale e collettiva, sia come spazio fisico che come spazio all’interno del Sé. Man mano il film si snoda come un viaggio, ci fa navigare sulle acque silenziose di un fiume sotterraneo, lambisce tutti i paesaggi interiori dei tre protagonisti aprendosi a segreti, sentimenti, visioni. Scopriamo un fiume dalle acque trasparenti e a tratti torbide, che come uno specchio riflette l’interiorità dei suoi abissi e la profondità del cielo. Un fiume che si chiama anima. Per noi junghiani, anima è l’atteggiamento generale della coscienza verso l’inconscio e l’interiorità. Un luogo interiore che rivela l’intreccio continuo tra sentimenti e frammenti di pensabilità, specchio intimo dell’inconscio, al contempo cassa di risonanza del mondo relazionale: del mondo esterno e l’altro da noi. Lo specchio dell’anima rivolto verso il mondo interno rispecchia dall’altro suo lato il mondo esterno racchiudendo in sé i paesaggi della mente e quelli della vita.

Gustav spera di riparare il lutto traumatico della propria madre e il rapporto conflittuale con la figlia maggiore attraverso la messa in scena dalla sua storia personale, sgorgata da una ricerca di verità e sentimenti perduti. Già con la figlia minore aveva ricucito i fili del trauma in una nuova tessitura quando le fece interpretare in un suo film la parte di una bambina che salendo su un treno si salva dai nazisti. Ma con Nora tutto era rimasto in sospeso… Per Gustav la macchina cinema gli consente in extremis l’ultima possibilità di liberare Nora da un destino di depressione e suicidio. Penso che in questa narrazione rientri l’immagine di Hestia come protettrice delle relazioni nello spazio-anima. In fondo Hestia potrebbe essere la figura che ispira la casa-cinema, ossia un regno trans-storico, una sintesi visiva e narrativa artistica tra cicli di vita e singoli momenti spazio-temporali. Significa realizzare un dispositivo che dà struttura consistente, architettonica alle trasformazioni culturali, socio-politiche oltre che alle singole storie individuali. Il finale di Sentimental Value rivela proprio l’aspirazione del regista di evocare la creazione di un’ecologia espansa dell’arte cinematografica, la struttura cinema come dispositivo concreto, stabile e al contempo visionario, infinito di storie nelle storie. Un ultimo accenno ad Hestia sul tema della cura dell’altro. Forse non è un caso che la madre psicoanalista muoia sin dall’inizio e quasi non abbia un volto tranne che nella celebrazione del funerale, nel rinfresco sempre ambientato nella magnifica casa, nelle parole di ricordo e cordoglio degli amici e nella vignetta clinica quando nella stanza dell’analisi dialoga con una paziente. Non è un caso perché la sua funzione di cura per Nora e Agnes è traslata nella presenza solida della struttura-casa, nel focolare, nel recinto, nel giardino che la circonda, nella stufa-orecchio che trasmette parole e sussurri tra un piano e l’altro. Come viene detto nel tema in classe di Nora all’inizio del film: lei stessa può immedesimarsi nella casa e vivere dall’interno tutto ciò che la abita. 

Questa attitudine alla cura la piccola Nora l’aveva esercitata nei confronti della sorellina Agnes. Alla fine del film la commozione di chi guarda è provocata dal dialogo intenso tra le due sorelle. Agnes si è resa conto che la sceneggiatura del padre è dedicata a Nora e la prega di leggerla, di considerarla, di interpretarla come attrice. Agnes in quel momento si prende cura di sua sorella, le mette a posto la stanza in disordine, una camera nel caos quanto lo è l’anima di Nora, anima travagliata nella sua ricerca di maschile e di padre. “Perché se abbiamo vissuto nella stessa famiglia tu sei riuscita a salvarti” chiede Nora ad Agnes. “Perché io avevo te… mi sentivo al sicuro” risponde Agnes. Penso che Hestia si sia anche concretizzata nella profonda relazione protettiva tra le due sorelle.

 

 

G.C.: Per Jung infatti l’Anima non è soltanto una figura simbolica, ma una vera funzione psichica mediatrice, capace di tessere immagini, affetti e narrazioni che mettono in relazione coscienza e inconscio. In questa prospettiva l’Anima opera come una sorta di dispositivo immaginativo che raccoglie frammenti dell’esperienza e li trasforma in storie interiori. Nel film questa funzione sembra assumere una qualità quasi cinematografica. La psiche non si limita a ricordare eventi, ma li mette in scena attraverso sequenze di immagini, come se scorresse una pellicola interiore fatta di luoghi, ricordi e fantasie. La casa, la stufa che ascolta, il giardino, gli spazi attraversati dai personaggi diventano allora veri e propri schermi psichici su cui la vita interiore proietta le proprie immagini. In questo senso l’Anima può essere pensata come un “teatro dell’immaginazione”: non più il telaio che fila fili, ma una macchina narrativa che svolge fotogrammi, crea scene e permette alla psiche di riflettersi su se stessa. Questa dimensione meta-rappresentativa è stata spesso evocata nel rapporto tra cinema e psiche e tanto è stato scritto ovviamente su questo tema citando Fellini, chiaramente; mi permetto di citare un altro piccolo film dove il film diventa una metafora del funzionamento immaginale della mente: il gioco temporale e narrativo messo in scena nel film La Belle Époque del 2019 con Daniel Auteuil mostrava come la ricostruzione scenica del passato possa funzionare come dispositivo psichico capace di riattivare memorie e sentimenti.

Nel film discusso qui, la funzione Anima prende forma non solo nelle immagini cinematografiche ma anche negli spazi che custodiscono senso e relazione. Un giardino, una stanza, o perfino una stufa che diventa “orecchio” della casa possono trasformarsi in luoghi psichici in cui la memoria prende voce. È come se l’Anima abitasse questi spazi e li rendesse capaci di raccogliere e restituire la vita emotiva della famiglia.

In questo senso la funzione materna – evocata anche simbolicamente dalla casa e dal focolare di Hestia – appare come la capacità di attivare questo spazio narrativo della psiche. Quando tale funzione è presente, la vita psichica può organizzarsi in immagini condivisibili, storie raccontabili, scene che permettono di pensare il dolore e trasformarlo. La psiche diventa allora davvero un teatro interiore: un luogo dove le immagini dell’anima scorrono come fotogrammi e dove l’esperienza può finalmente essere vista, riconosciuta e condivisa. La funzione Anima che ogni buon materno riesce a ingaggiare con i figli può addirittura prendere la forma di spazi carichi di quel senso e significato; un giardino, un orecchio magico a forma di stufa che fa ascoltare al di là del tempo.

 

 

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