Cinema e separazioni
Cinema e Psyche
L’amore finisce e io devo ridefinirmi
Fece scalpore e riscosse particolare successo di pubblico e di critica il film Kramer contro Kramer, ( Kramer vs Kramer di R. Benton, USA, 1979) negli anni della sua uscita. Un bravissimo Dustin Hoffmann interpretava un ruolo che sarebbe diventato molto di moda sociologicamente, se così posso dire, negli anni successivi. In altri termini, nel 1979 e negli anni ’80 del ‘900 il padre “single” non era ancora così frequente da incontrare; o forse si “nascondeva” maggiormente temendo, come accade nel film, una critica sociale multiforme, velata e indiretta, da parte di colleghi di lavoro, amici o conoscenti. Lasciato dalla moglie, il protagonista di Kramer contro Kramer, diventato un film “classico” sulle separazioni coniugali con figli coinvolti, è costretto a ridefinirsi profondamente: deve imparare in fretta a cucinare decentemente, far vestire e lavare suo figlio in tempo per la scuola, polemizzando con lui simpaticamente nel frattempo; avrà tempi lavorativi e di vita sempre più difficili da gestire, anzi, dovrà anche trovarsi un nuovo lavoro per non perdere suo figlio, figurando come disoccupato. Infine, non potrà poi socializzare adeguatamente con i nuovi colleghi, partecipare ad aperitivi organizzati in ufficio, ridere nei “tempi giusti” alle battute di manager importanti, per pensare di fare carriera, dato che la vita di padre “single” ha tempi molto stretti. Kramer contro Kramer anticipava una tematica successivamente sfruttata con successo in altre opere, non solo quella del padre single, ma anche del conflitto con una madre che in seguito reclama il figlio, approfittando della questione “di genere” per cui “una madre ha sempre diritto a riavere suo figlio” o “il figlio è (più) giusto che stia con sua mamma”. Anche in La ricerca della felicità, (The Persuit of happyness di G. Muccino, USA, 2006) un manager deve lottare con tutte le sue forze per sopravvivere, abbandonato dalla moglie, che lo considera un fallito. Il “perseguimento della felicità-successo” in stile americano qui è particolarmente difficile: oltre a quanto detto per il signor Kramer, il protagonista in questo caso dovrà spiegare a suo figlio che sua madre non è fuggita perché non gli voleva bene e che si può sopravvivere anche soggiornando in un dormitorio pubblico, o in casi estremi nei bagni della metropolitana, cercando di vendere a tutti i costi improbabili apparecchiature mediche per pagare le spese e arrivando poi al successo svolgendo molto di più di quanto richiesto, nel durissimo periodo di prova di un nuovo lavoro molto prestigioso e ben remunerato. In Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse ( Demain tout commence, di H. Gélin, Francia, 2026) invece, il protagonista, oltre a dover reinventarsi lavorativamente la propria vita, deve far fronte, con un suo amico omosessuale, appena conosciuto, che ospita lui e figlia, ad una madre che successivamente torna ed esige, attraverso vie legali, di riavere sua figlia. Il protagonista scoprirà di non essere neppure il padre biologico della bambina che ha cresciuto ed educato. E alla madre sarà allora confessato che sua figlia ha una malattia genetica che le lascia poco tempo da vivere. Così tutti quanti dovranno “riformulare” se stessi e i propri obiettivi e formare una sorta di famiglia ricostituita a distanza, per vivere al meglio la vita che resta con la figlia a questo punto condivisa più che civilmente.
Io e Annie di Woody Allen, 1977.
La molteplicità delle famiglie
Come vediamo attraverso separazioni e riavvicinamenti ogni personaggio deve necessariamente reinventarsi proprio grazie agli allontanamenti che inevitabilmente accadono in ogni percorso di vita. Anche da un punto di vista sociologico è come se fosse sancito ufficialmente un cambiamento che già esisteva: i tipi di famiglie sono, non solo oggi, decisamente multiformi, come ricordano i manuali di scienze umane più recenti (A.Como, R. Danieli, E. Clemente Il laboratorio delle scienze umane e sociali, Paravia, Milano, 2024). In Kramer contro Kramer e in La ricerca della felicità troviamo, ad esempio, la famiglia monogenitoriale cioè un padre con figlio a carico. In Famiglia all’improvviso invece abbiamo quella che oggi viene definita famiglia di fatto: persone non sposate, neppure legate da rapporti sentimentali, che costituiscono a tutti gli effetti un nucleo familiare. Attraverso le separazioni, la cosiddetta “famiglia” è costretta a riformularsi, ridefinirsi, per scoprirsi in una molteplicità di tipi nuclei familiari che da tempo esistono o che vengono creati, anche se inizialmente poco riconosciuti da certi stati e culture. In Mrs Dubfire – Mammo per sempre (Mrs Dubfire, di C. Columbus, USA, 1993) un padre si traveste da tata perfetta per poter restare in compagnia dei suoi figli: potremmo dire junghianamente che è un uomo che sceglie di vivere i suoi lati anima , la parte femminile presente in ogni uomo, e valorizzarli, mettendosi nei panni di una donna che dispensa anche consigli di ogni tipo per famiglie in un programma televisivo molto seguito.
I classici di Woody Allen ci hanno raccontato il dolore della separazione coniugale con la nota giusta dose di ironia. In Io e Annie (Annie Hall, di W. Allen, USA, 1977) l’elaborazione del lutto della separazione viene sintetizzato anche in una carrellata nostalgica dei momenti migliori della vita di coppia. Non ci sono ricongiungimenti, ma la consapevolezza che una riformulazione di noi stessi, nelle separazioni e nei lutti relativi, risulta salutare e necessaria. Ci possono essere casi dove una rielaborazione non è possibile e troviamo infatti solo l’amarezza della distruzione di una relazione nata con i migliori auspici. Pensiamo al celebre La guerra dei Roses (The War of the Roses, D. DeVito, USA, 1989) Qui i personaggi smarriscono del tutto il loro sentimento iniziale senza ricreare un nuovo modo soddisfacente di amarsi. Arrivano quindi ad un conflitto aperto nella casa coniugale dove la “guerra” è fatta da dispetti reciproci con una violenza fisica e psicologica sempre più accesa ed esasperate fino a che i due coniugi, incapaci di separarsi, vivendo sempre sotto lo stesso tetto, si ritrovano appesi ad un lampadario e, un attimo prima di cadere e morire, dichiarano, paradossalmente, di amarsi ancora tanto…

Kramer contro Kramer di Robert Benton, 1979.
Separazioni in culture e contesti particolari
In Il dittatore dello stato libero di Bananas (Bananas, di W. Allen, USA, 1971)i due protagonisti si separano e il lui, interpretato da Woody Allen, per elaborare il lutto si arruola nella lotta di liberazione di un’isola molto somigliante a Cuba, prima della rivoluzione castrista - di cui questo film è una parodia - e diventerà, in un modo improbabile, ironico e impacciato, proprio quell’eroe rivoluzionario che la lei del film sognava: ma una volta a letto, facendo l’amore, si scoprirà il travestimento di lui e lei esclamerà delusa: “sentivo che mancava qualcosa!!!”. I due protagonisti torneranno assieme dopo aver (ri)scoperto e accettato se stessi per quello che realmente sono. Istanze femministe e politiche vengono accettate ma anche relativizzate in nome della possibilità di restare assieme anche con le rispettive fissazioni e problemi di carattere e relazionali. Anche in questo caso rintracciamo una modalità ironica di riformularsi dopo e grazie ad una separazione.
Nel film iraniano Una separazione (Di A. Farhadi, Iran, 2011) ritroviamo i conflitti di cui abbiamo parlato, ma il fattore del contesto culturale iraniano ci racconta di come alla comprensibile difficoltà di lasciarsi si debba aggiungere, come appesantimento ulteriore, anche un bagaglio di regole culturali che complicano ulteriormente il distacco. La critica della moglie all’Iran come paese “senza futuro” e inadatto a far crescere sua figlia non viene accettato, anzi, diventa un ostacolo al trovare un accordo di separazione. Inoltre anche il contesto familiare, con la presenza di un padre anziano malato di Alzheimer e la necessaria ricerca di qualcuno che se ne occupi da parte del marito protagonista, e i problemi che insorgono dalla donna, a sua volta sposata ad un marito geloso e controllante, che accetta di nascosto di lavorare come badante, ci racconta, senza entrare nei particolari, di come ogni separazione coniugale, non solo in Iran, debba tenere conto di contesti familiari differentemente problematici e complessi. Da una singola famiglia si creano due nuclei che le scienze umane chiamano famiglie unipersonali e monogenitoriali, ognuno dei quali, come accade in Una separazione, deve far fronte, senza l’appoggio emotivo – e spesso anche economico - dell’altro partner ai normali problemi del vivere quotidiano, con in aggiunta il peso di dover prestare cura a parenti anziani, figli confusi o problematici e certamente anche al proprio disagio legato al lutto dell’essersi lasciati. In altri casi, nel Giappone descritto in Rental Family – Nelle vite degli altri (Rental Family, di Hikari, Giappone, 2025), separazioni legate a un lutto sono relativamente compensate da un attore che interpreta la parte dei parenti mancanti. E’ anche questo un modo per provare a rielaborare allontanamenti avvenuti in modo traumatico. L’attore scopre che anche attraverso la finzione si può arrivare ad affezionarsi a quelle persone, bambini, anziani, single non per scelta, a cui si offre una figura affettiva sostitutiva. Nel film Con gli occhi degli altri (di A. De Sica, Italia, 2025) in un’isola delle coste italiane, si consuma un “amore tossico”, tra un ricco marchese e la sua compagna che vivono frequentando solo una ristretta cerchia di persone anche “nuove” ma garantite o selezionate da persone fidate. In questo caso, un po' come in Luna di fiele (Bitter Moon, di R. Polanski, Francia, USA, Regno Unito, 1992), la separazione sarebbe stata una decisione salutare per entrambi i partner, una volta esaurita la passione e ogni motivazione, non necessariamente sentimentale, per vivere assieme. In entrambi i film si nota il disperato tentativo di riaccendere una passione che lentamente ma inesorabilmente si sta spegnendo. Sono storie che ci mostrano la necessità di separarsi proprio per rinnovare se stessi, certamente vivendo il lutto per la perdita di un paradiso sentimentale perduto definitivamente. Se i due partner non si lasciano, la possibilità di omicidio e suicidio è molto alta, proprio perché non si ipotizzano, anche da parte di uno solo dei due amanti, alternative allo stare assieme, anche in modo insoddisfacente.
Lasciarsi e ritrovarsi come verifica di valori e desideri
Le separazioni sono rotture definitive oppure occasioni per trasformare ogni persona coinvolta. Credo rappresentino inevitabilmente momenti di “verifica”, come a scuola. Ogni docente nel testare i suoi studenti mette alla prova anche se stesso, quello che ha spiegato e soprattutto come lo ha spiegato. La vita di relazione nelle convivenze di lungo periodo è fatta di abitudini e la routine spesso indicata come la causa di malintesi, stanchezza in generale, perdita o modifica del desiderio che cerca altre modalità o persone nuove per soddisfarsi. In ogni caso una separazione definitiva o provvisoria significa quasi sempre una “verifica” per le persone coinvolte: vivevano e si sentivano bene, apprezzavano conquiste e i momenti critici, inevitabili in ogni percorso evolutivo? Erano soddisfatti dei valori, delle regole che necessariamente ogni vita in comune finisce per darsi? Ai miei studenti spiego sempre che senza un minimo accordo comune non si organizza neppure una gita o una sera in pizzeria: per quanto informali ed elastici si possa essere come gruppo, bisogna comunque rispettare orari, gusti e opinioni differenti o essere anche dell’umore giusto per uscire a divertirsi, per fare solo alcuni esempi.
Anche ora con Ucraina, Iran, Gaza, Libano, Israele e Stati Uniti per citare solo alcuni casi di conflitti armati in corso, ci stiamo separando da quelli che in occidente erano (o sembravano) dei valori condivisi, raggiunti dopo “separazioni” particolarmente cruente, alludo alle due guerre mondiali. Al termine del secondo conflitto, con la dichiarazione dei diritti umani del 1948, l’occidente esausto e “ferito” nel suo desiderio di un mondo pacifico - o almeno non così distruttivo nei normali conflitti che la convivenza planetaria necessariamente comporta - si era proposto degli obiettivi: gli articoli della dichiarazione universale dei diritti umani sono infatti considerati, anche da coloro che li hanno proposti, degli ideali da raggiungere, non la realtà di fatto. Così in ogni costituzione dei paesi democratici gli articoli sono scritti affinché sia chiaro cosa è lecito e auspicabile e cosa molto meno per una convivenza non solo pacifica ma produttiva e soddisfacente per tutti: è qualcosa di simile ad un legame sentimentale, se ci pensiamo bene. Le regole del codice stradale non ci raccontano come ogni automobilista effettivamente si comporta, ma come sarebbe auspicabile che guidassimo tutti per un viaggio piacevole, ma soprattutto sicuro, per fare un esempio. Anche nei rapporti umani, d’amicizia, di lavoro e sentimentali ogni persona coinvolta mira a stare non solo bene, ma anche “al sicuro”, attraverso regole stabilite ed accettate.
Ogni conflitto armato è spesso una separazione collegata alla rottura di ideali condivisi
Rivoluzioni e guerre spesso segnalano che qualcosa non funziona nei rapporti in una comunità o in una nazione, un po' come in una relazione di coppia. La guerra dei Roses ci racconta di una storia iniziata con i migliori propositi e conclusasi nel peggiore dei modi. I due protagonisti erano appassionatamente coinvolti e innamorati. Poi qualcosa cambia in loro stessi o nel loro rapporto. Si pensi a quanti popoli ed etnie differenti hanno convissuto pacificamente o in modi conflittuali, ma non distruttivi, per secoli. Ostacoli e problemi appaiono inevitabili in ogni percorso umano di una singola persona, di una famiglia o di una nazione. Nel suo saggio Christopher Vogler illustra bene come senza qualcosa di “negativo” non si possa costruire nessuna storia, nel mito, in ogni racconto, ma anche nel cinema e in ogni video, mi viene da evidenziare. (C. Vogler, Il viaggio dell’eroe. La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e di cinema. Tr. it. Dino Audino, Roma, 2009). Quindi ogni conflitto, di coppia o relazionale in genere, presuppone un periodo di separazione dove le parti in causa pensano di avere – ognuna – assolutamente ragione rispetto a come si deve vivere, lavorare o amare. La separazione è in sé salutare e necessaria per lo sviluppo psicofisico, ci insegna praticamente ogni corrente della psicologia: un bambino o un adolescente devono “rischiare” e “trasgredire” almeno in una certa misura – cogliere e gustare proprio quell’unico frutto proibito, in termini biblici – se vogliono raggiungere una loro autonomia dalle figure genitoriali, dalle quali si allontanano proprio disobbedendo alla severa legge di figure genitoriali occidentali prima del 1968 ma anche ai consigli amorevoli e preoccupati dei (fin troppo) amichevoli genitori contemporanei. Nel periodo della “separazione” ogni soggetto si sente potente e pensa di avere ragione, di essere del tutto autosufficiente ed autonomo, ma può avvertire anche dolorosamente la mancanza dell’unione che ha spezzato. Posso sentirmi “libero” rispetto ad un genitore che ho sconfitto a parole o conquistandomi la mia indipendenza, ma ci sarà anche un periodo di rimpianto, nostalgia per il rapporto che è venuto a mancare.

L'agente segreto di Kleber Mendonça Filho, 2026.
Ogni conflitto e rivoluzione implica separazioni e riformulazioni e nei film che parlano di separazioni coniugali troviamo spesso entrambi. Se si parla di conflitti armati e rivoluzioni capita di vedere meglio spunti critici, utili ad un processo che dalla separazione potrebbe portare ad una nuova forma di unione, migliorata e più evoluta di quella iniziale, come avviene in una sintesi di opposti, per dirla con Hegel o con Jung. Diversi contributi recenti mostrano proprio un tentativo di rielaborare una ferita lasciata aperta, non solo ricordando traumi politici, ma anche rivisitandoli per comprenderli e considerarli sotto aspetti spesso nuovi ed insoliti, come dovrebbe avvenire in ogni rielaborazione psicologica efficace. Nel film La scomparsa di Josef Mengele (Das Verschwinden des Josef Mengele, di K. Serebrennikov, Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, 2025) ad esempio, non vengono mostrate, come magari ci si aspetterebbe, scene di violenza sui minori rinchiusi nei lager. Si vede invece un dottor Mengele apparentemente gentile, ma in realtà intento a fare i conti con il severo giudizio di suo figlio, oltre che con la paura di essere catturato e condannato come Heichmann. Mengele, come un qualunque accusato di gravi colpe, appare, per dirla con Hannah Arendt, “banalmente malvagio” nel dire “ci sono altri che hanno commesso crimini peggiori o più numerosi” , oppure “ho salvato anche tante vite umane”. Certamente è un uomo in fuga, con la complicità di un ampio contesto composto da molte persone in differenti paesi compiacenti, dove il denaro o l’indifferenza bastano a non produrre un’indignazione tale da determinare la cattura di quest’uomo che rappresenta probabilmente una delle forme del male più difficile da elaborare, specialmente per chiunque operi nel campo della cura. Mengele proprio perché medico conosceva con precisione scientifica quali effetti potevano avere i suoi brutali esperimenti sui bambini, costretti anche ad essere fotografati con lui come ad una gita scolastica. In L’agente segreto (O agente secreto, di K. Mendonca Filho, Brasile, Francia, paesi Bassi, Germania, 2025) la vicenda di un padre che viaggia per ritrovare il figlio viene narrata soprattutto con lo scopo di mostrare non la cattura di futuri desaparecidos, ma il violento clima, in senso fisico e psicologico, che si poteva sperimentare nel 1977 in un Brasile sotto dittatura militare, clima presente, in forma diversa e forse più esplicita, vista la cattura e la sparizione di uno dei protagonisti, anche nel film Sono ancora qui (Ainda estou aqui, di W. Salles , Brasile, Francia, 2024. In Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin, di O. Assayas, Francia, 2025) vediamo come nasce e soprattutto prospera una dittatura, non solo russa, nell’era di internet e del mondo delle video-immagini: ad un certo punto, per fare solo un esempio, viene mostrata una centrale operativa dove diversi hackers ed esperti di informatica e social network entrano nei siti web e soprattutto nelle chat condivise di tutto il mondo per favorire critiche al governo di un paese ostile alla Russia e sostenere, più o meno apertamente, la politica putiniana. (si veda anche il contributo di Riccardo Foti per approfondire). Infine ne La voce di Hind Rajab (di K. Ibn Haniyya, Tunisia, Francia, Regno Unito, USA, 2025) troviamo, attraverso il racconto di una singola vicenda, come il tema dei diritti umani sia attuale: la voce di una bambina che potrebbe essere nostra figlia o nipote e che viene bombardata, assieme all’ambulanza che la sta per salvare, richiama il bisogno di insistere, sempre e comunque, sulla necessità di regole, anche in caso di guerra, da rispettare da parte di tutti (rimando per approfondimenti al mio articolo Da No Man’s Land a No Other Land su Eidos N. 55). I film che ho appena citato, a mio parere, rappresentano appunto il bisogno di raccontare storie di traumi collettivi passati e presenti quali sono le dittature in ogni loro forma, ma anche i conflitti armati e le giustificazioni che vengono fornite da ogni mezzo di comunicazione per iniziarli e continuarli. Ogni guerra è una separazione da buoni propositi individuali e collettivi che si pensava potessero durare sotto forma di leggi e dichiarazioni di diritti umani estesi ad ogni individuo e paese. Se i film citati sulle separazioni coniugali richiamano il desiderio di pensare l’affettività in modi nuovi, aperti ad un confronto tra generi, ad esempio, più egualitario e rispettoso delle differenze individuali, oltre che di genere, i film che raccontano guerre e dittature passate e presenti penso siano un avvertimento per tutti: attenzione, quei diritti che abbiamo stabilito come universali, non sono rispettati se non in alcuni paesi e con alcune persone. E gli errori-orrori del passato possono ripetersi se manca una rielaborazione effettiva che indichi cosa nelle relazioni – tra stati e persone – è da correggere o evitare in quanto pericoloso e potenzialmente letale. Ogni guerra è un allontanamento più o meno rischioso e duraturo da quanto si era stabilito tra nazioni. Come detto non si tratta di evitare conflitti, ma di sfruttare le separazioni, le guerre in corso e passate, per renderli costruttivi, non così catastrofici come sembra accadere in questo momento, aprile 2026, con i conflitti armati citati prima. Come i film sulle separazioni coniugali dovrebbero aiutarci a ridefinire desideri e obiettivi rispetto a come ci relazioniamo con partner, figli, parenti e amici, così diversi contributi su guerre e dittature – anche in questo caso ne ho citati solo alcuni – i film su dittature e guerre dovrebbero invitare nazioni, individui e soprattutto capi di stato a riflettere sulla gestione dei conflitti almeno su un punto: il fine non giustifica i mezzi, anzi. (Rimando per approfondimenti al mio L’energia delle (video) immagini. Creazione e racconto di sé attraverso il cinema e le sue variazioni (Alpes, Roma 2023).
La scomparsa di Josef Mengele di Kirill Serebrennikov, 2025.
Se l’obiettivo è il rispetto reciproco di tutti, il mezzo utile non è l’invadere militarmente un paese o instaurare una dittatura, così come in una relazione sentimentale o relazionale in genere se riscontriamo una qualche forma di violenza, psicologica o fisica, è meglio fermarsi, senza se e senza ma. Concludo in modo un po' di ottimismo con Amitav Acharya, un esperto di relazioni internazionali che sostiene che un nuovo ordine mondiale potrebbe assomigliare ad una multisala con tanti film, di culture differenti, dove il pubblico potrà scegliere e valorizzare contributi diversi tra loro, senza necessariamente creare un’unica egemonia permanente. Le sue parole valgono per le nazioni ma anche per ogni persona che ha attraversato o sta vivendo una separazione:
“Nessuna civiltà è un’isola. Tutti i popoli del mondo sono legati da una comune appartenenza al genere umano e tendono a proporre – sia di propria iniziativa che attraverso la condivisione di conoscenze – soluzioni simili a problemi simili. Ciò significa che esistono idee e approcci all’ordine mondiale comuni a più luoghi del mondo. (…) Il passato ci insegna che se le civiltà possono scontrarsi, possono anche imparare l’una dall’altra, cooperare e persino dar vita a qualcosa di meglio rispetto a ciò che è venuto prima. La storia non finirà, continuerà ad avanzare e progredire per sempre.” (A. Acharya Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente. Tr. it. Fazi, Roma, 2026, pag. 33)
Non sono sicuro di un progresso perpetuo del genere umano. Junghianamente mi sembra più ragionevole aspettarsi regressioni che possano auspicabilmente portare a successivi progressi. In altri termini, da un lutto, da una separazione causata da un conflitto, persone e nazioni potrebbero imparare e migliorarsi proprio prendendo consapevolezza di quello che non ha funzionato, con sincera e reciproca autocritica. Naturalmente questa è una speranza che volentieri coltiviamo, ma non una certezza. La crisi attuale che viviamo , proprio perché risulta particolarmente grave, forse porterà ad una maggiore consapevolezza.
Vedi tutto il numero