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Cinema e fluidità

Serie Tv

Rough Diamonds

Fluttuazioni del desiderio tra Legge e libertà

Adelia Lucattini

La serie televisiva Rough Diamonds (2023), prodotta da Netflix, è stata creata e sceneggiata da Rotem Shamir e Yuval Yefet, con la regia affidata allo stesso Shamir insieme a Cecilia Verheyden i quali nei loro film e serie tv si sono concentrati sui conflitti identitari, religiosi e politici tra israeliani e palestinesi, analizzando la forte ambivalenza morale attraverso personaggi continuamente sospesi tra appartenenza, violenza e trauma. La loro sensibilità narrativa contribuisce, in Rough Diamonds, alla rappresentazione intima e complessa dei personaggi femminili e dei conflitti interiori legati all’identità, al desiderio e all’appartenenza.

La serie Tv è ambientata nel quartiere diamantifero di Anversa e intreccia dramma familiare, noir psicologico e riflessione spirituale all’interno della comunità ebraica ultraortodossa haredi, dove i legami familiari e la sopravvivenza economica si intrecciano costantemente con violenza, colpa e fluidità morale.

 

 

Il racconto si apre con il suicidio di Yanki (Yona Elian), membro della potente famiglia Wolfson, commercianti di diamanti ad Anversa. La tragedia richiama in città il fratello maggiore Noah (Kevin Janssens), che anni prima aveva abbandonato la comunità haredi e la fede ortodossa per crearsi una nuova vita a Londra. Noah ritorna con il figlio Tommy (Casper Knopf), e s’impegna a restare il tempo necessario per salvare l’impresa di famiglia e sottrarre il figlioletto all’influenza della nonna materna Kerra McCabe (Tine Joustra), potente figura criminale di Londra. Attorno a Noah si snoda il racconto di un sistema familiare e comunitario attraversato da segreti, debiti, corruzione, rivalità e conflitti.

Dal punto di vista psicoanalitico, Rough Diamonds rappresenta in modo straordinariamente efficace la fluidità della morale. Nessun personaggio appare completamente innocente o totalmente colpevole; ciascuno oscilla continuamente tra desiderio, bisogno di appartenenza e sopravvivenza. La serie mostra come la Legge religiosa possa trasformarsi da contenitore simbolico a dispositivo persecutorio e altresì, come l’assenza totale della Legge conduca alla disintegrazione psichica e sociale.

Noah Wolfson (Kevin Janssens) incarna questa ambivalenza morale. Allontanatosi dalla comunità haredi per sfuggire a un sistema vissuto come oppressivo e castrante, rimane invischiato nella rete vischiosa e violenta del mondo criminale dei McCabe. Noah è insieme ribelle e bisognoso di recuperare le proprie radici. Il ritorno ad Anversa non rappresenta soltanto un rientro geografico, ma un tentativo di trovare una struttura capace di dare senso alla propria esistenza e, soprattutto, di offrire al figlio Tommy una famiglia capace di amore. La comunità che aveva rifiutato torna così ad assumere la funzione di contenitore emotivo e identitario.

 

 

L’anziano padre Ezra (Dudu Fisher) incarna la tradizione. Patriarca autorevole e apparentemente custode della Torah, Ezra tenta di mantenere l’ordine familiare attraverso la rigidità religiosa e un controllo morale con venature persecutorie, a tratti sadiche, nei confronti dei figli. Ne dipanarsi delle puntate, lo spettatore scopre come anche lui sia coinvolto in melmosi compromessi, silenzi imperiosi e cupi segreti. La morale religiosa appare allora non come assoluto etico, ma come costruzione difensiva che tenta di imbrigliare pulsioni, affetti e sentimenti.

Anche il fratello Eli (Robbie Cleiren), il secondogenito della famiglia, vive una profonda scissione. Formalmente osservante dei valori comunitari, si rivela fragile, manipolabile e incapace di sostenere il peso della famiglia. Attraverso di lui la serie mostra come il rispetto esteriore della Legge possa convivere con l’angoscia, la menzogna e il fallimento personale.

Il personaggio femminile più interessanti è senz’altro la giovane vedova di Yanki Gila (Marie Vinck). Attraverso di lei gli autori affrontano il tema più complesso e struggente: il conflitto tra amore e dovere, tra desiderio e appartenenza comunitaria. Gila vive inizialmente all’interno del ruolo tradizionale imposto alla donna haredi: moglie devota, madre silenziosa, figura di sostegno priva di autonomia soggettiva. Dopo la morte del marito, tuttavia, il suo mondo s’incrina. Il lutto apre uno spazio psichico nuovo in cui riemergono desideri rimossi, bisogno di libertà e ricerca di autenticità emotiva, che subisce un’accelerazione grazie anche alla comparsa di Noah.

 

 

Il legame tra Gila (Marie Vinck) e Noah (Kevin Janssens) è costruito dalla serie in modo estremamente sottile e raffinato. Durante l’adolescenza, Gila e Noah avevano avuto un’intensa storia d’amore, affettiva e giocosa, prima che lui uscisse dalla comunità per recarsi a Londra, dove Gila non aveva avuto il coraggio di seguirlo, andando poi in sposa al fratello per arginare il disonore. Non si tratta soltanto di attrazione passionale, ma del riconoscimento reciproco di due giovani feriti, emarginati dall’ipocrita rigidità della comunità. Noah vede in Gila non la vedova del fratello, ma una donna viva, intelligente, sensibile; mentre Gila vede in Noah un uomo capace di ascolto e di rispetto, profondamente diverso dagli uomini haredim che concepiscono il femminile esclusivamente come funzione domestica e “riproduttiva”. 

La loro relazione, clandestina e appassionata, si sviluppa all’interno di confini morali continuamente fluidi. Il desiderio amoroso entra in collisione con la Legge religiosa, con la paura, il lutto ancora presente e con il controllo sociale della comunità. La serie mostra come, nelle società rigidamente normative, l’amore non possa mai essere vissuto come esperienza spontanea, ma debba continuamente negoziare con il divieto, l’imbarazzo e il giudizio collettivo. Proprio per questo il sentimento tra Noah e Gila assume una dimensione intensissima, prende corpo e cerca il diritto di esistere nello spazio dell’impossibile.

Gila rappresenta, inoltre, il femminile che tenta di emergere da una posizione di pura funzione ed assurgere ad un significato simbolicamente vivo. Per la prima volta Gila rivendica di poter desiderare pubblicamente qualcosa di proprio, di non essere più, soltanto, “la vedova di”, “la madre di”, “la donna di”, ma un soggetto pensante e autonomo. Tuttavia, uscire dagli schemi appare quasi impossibile. La comunità haredi funziona infatti come struttura totalizzante, non offre soltanto norme religiose, ma identità, protezione, appartenenza e sopravvivenza. Separarsene significa rischiare il vuoto, la perdita dei legami e l’esclusione sociale.

In questo contesto incontriamo la shadchanit Debbie Glazer (An Miller), sensale della comunità haredi di Anversa, che propone a Gila di sposare Yehuda Ziskind (Jeroen Spitzenberger) giovane vedovo con due figli; uomo gentile, sensibile e benestante di una comunità haredi statunitense. Attraverso di lui Gila scopre qualcosa l’inedito non pensato: la possibilità di lavorare, di avere uno spazio personale, di esistere non soltanto come moglie e madre, ma anche come donna. È qui che la serie introduce un elemento moderno all’interno di una struttura arcaica, la libertà non coincide necessariamente con la rottura totale della comunità, può emergere anche attraverso piccole trasformazioni interne al sistema.

La scelta di Gila di lasciare Noah per Yehuda non nasce dall’assenza d’amore, al contrario, è proprio la profondità del sentimento finalmente vissuto fino in fondo, a renderla consapevole della propria necessità di autonomia. Noah rappresenta però un uomo in cerca di sé stesso, ancora lacerato dal conflitto tra i traumi originari e il bisogno di vivere l’identità haredi. Gila comprende il proprio bisogno di costruire una soggettività autonoma all’interno di una coppia stabile e matura, lontana dalla soffocante comunità di Anversa, da cui in quanto vedova sarà sempre schiacciata a margini.

 

 

La serie pone allora una domanda centrale: è possibile vivere sentimenti profondi all’interno di un ruolo arcaico e castrante? E ancora, è possibile amare un uomo che forse non si ama ancora completamente, ma che possiede una qualità rara, cioè il rispetto per la libertà interiore e per il desiderio femminile? Noah, a differenza degli uomini haredi ne riconosce i desideri, la sofferenza e il bisogno di emancipazione, con una modalità relazionale fondata sul riconoscimento dell’Altro. Questo è forse il messaggio più rivoluzionario della serie, l’amore autentico non coincide con il possesso o con l’assorbimento della donna dentro un ruolo prestabilito, ma nel tollerarne la libertà. D’altro canto, una relazione matura necessita anche della forza del cambiamento e capacità di mediazione. La maturità dei due personaggi con coincide più con le loro possibilità reali, i progetti sono disallineati e la soglia delle scelte esistenziali rimasta fluida per anni, si è consolidata, richiedendo scelte difficili non più eludibili. L’adolescenza è lontana, il futuro si è presantificato e reclama di essere vissuto nella realtà, non più sognato anche se all’unisono. 

 

 

Il finale della serie segna la conclusione del rapporto tra Noah e Gila, tanto doloroso quanto maturo. Non vi è il trionfo romantico dell’unione passionale, ma qualcosa di più complesso, il riconoscimento reciproco di due soggettività che si sono trasformate nel tempo e riconosciute attraverso il legame. Gila sceglie una strada che forse non coincide ancora con la piena liberazione, ma che rappresenta comunque un movimento verso l’autonomia. Noah, dal canto proprio, comprende che amare significa sostenere di non trattenere l’altro, egoisticamente, per sé. Rough Diamonds, quindi, non è soltanto una serie sull’universo ebraico ortodosso haredi di Anversa, ma una riflessione universale sul bisogno umano di appartenenza e libertà, inoltre mostra come nessuno possa vivere senza contenitori simbolici e che ogni sistema chiuso rischia di trasformarsi in controllo, ipocrisia e violenza quando perde la capacità di accogliere il dubbio, la vulnerabilità umana e il desiderio.

 

Titolo originale e italiano: Rough Diamonds - La famiglia dei diamanti

Paese di produzione: Belgio, Israele, Paesi Bassi

Formato: Serie TV – 8 episodi

Anno: 2023

Regia: Rotem Shamir, Cecilia Verheyden

Sceneggiatura: Rotem Shamir, Yuval Yefet

Musica: Ruben De Gheselle

Cast: Kevin Janssens, Marie Vinck, Robbie Cleiren, Dudu Fisher, Ini Massez, Tine Joustra, Casper Knopf, Yona Elian, An Miller, Jeroen Spitzenberger, Janne Desmet, Els Dottermans, Robbie Cleiren, Wim Willaert.

 

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