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Cinema e confini

Cult

Ricordo di Pasolini

Lo scrittore e l'artista al varco liminare della realtà

Annabella Cerliani

L’ottobrata romana finisce, in quest’anno 1975, in una giornata grigia, la mattina presto c’è addirittura una nebbiolina sulla spiaggia vicino al mare. Mio marito fa correre il cane in giardino, io preparo il caffè. Il primo ad arrivare è Gregoretti e poi Morandi che sta molto vicino a noi al Villaggio dei Pescatori. Arrivano tanti amici, tutti insieme, Scola, Pontecorvo, l’avvocato Feletti vogliono parlare con mio marito. Poi però le idee mi si confondono, non lo so ancora che questa è una giornata storica, finora è solo una domenica al mare. “Chiamiamo Moravia, lui saprà tutto di certo”. Parlano tutti insieme, qualcuno nomina Pasolini e allora capisco una cosa che mi pare romanzesca, Pasolini è morto, lo hanno ammazzato. Mio marito, l'avvocato Arnone che collabora con i registi nella loro associazione, dice: “Attenti, magari sono chiacchiere, telefono a Dacia”. La Maraini è nostra amica, lui chiama, ma nessuno risponde. Qualcuno fra gli altri che arrivano dice: “No, quali chiacchiere hanno ammazzato Pier Paolo, è vero, stanotte sul mare di Ostia”. Ricordo perfettamente una sospensione a quelle parole, un attimo di gelo.

Dopo è solo un insieme di voci ognuno dà la sua versione: un balordo, un caso, qualcuno già ipotizza un delitto su commissione, io sto zitta. Frequento poco Pasolini, ma seguo con gran interesse tutto quello che fa, sono solidale con lui, gli rendono la vita impossibile, lo accusano di tutto. Pasolini è un uomo gentile, parla poco, ma quando lo fa dice sempre qualcosa che è interessante ascoltare, mi da un po’ di soggezione, anche se lui è sempre gentile, con tutti. La sua romanzesca vita notturna di cui si vocifera con finti rossori, non sembra appartenere al grande poeta che mi fa pensare con ogni parola che scrive, al ragazzino che gioca a pallone appena può. Immagini replicate ovunque, spesso con ironia, come se fosse strano per uno scrittore amare il calcio, in un paese in cui la partita è la vera messa perché la vera fede è quella della squadra.

La sua poesia sullo scontro fra studenti e poliziotti a Valle Giulia nel 1968, pubblicata sull'Espresso, è a favore dei poliziotti rispetto agli studenti che sono figli di papà. La polizia è un bersaglio facile e la sua poesia ha diviso il paese, ma me lo ha reso più vicino, io da brava progressista ero confusa, lui mi ha mi ha aiutato a farmi un’opinione. I suoi articoli di quegli anni sul Corriere mi hanno illuminata, come fari, non solo come lucciole.

Non sempre sono d'accordo con lui, ma sono sempre catturata da quello che scrive, anche il suo cinema divide, io trovo affascinante la sua ricerca della vera natura dell’uomo che la civiltà ha distrutto. Un mondo mitico di cui mi fa sentire la nostalgia. Sono gli anni del divorzio, della nuova legge di famiglia, del femminismo e lui ci risveglia dai nostri sogni di gloria. Per questo non è amato, perché si rifiuta di bearsi al banchetto del benessere come se l’età dell’oro fosse finalmente cominciata per merito nostro. Lui ci ripete di continuo che è un inganno, che quello che perdiamo vale molto di più di quello che ci lasciano avere. Non lo vogliamo sentire andiamo avanti sbronzati dai supermercati e dalle nostre conquiste sociali: noi stiamo cambiando il mondo finalmente! Come se le Brigate Rosse fossero la storia di Pollicino. Noi non lo vorremo vedere il male, lui ci costringe a farlo. Intellettuale scomodo non è solo una frase, purtroppo. Pasolini ha il coraggio di guardare e di capire. Sembra impossibile che sia passata una vita, scrivere era un atto d’amore per noi che non lo abbiamo capito fino in fondo. È tutto ancora presente, i funerali, la folla che assiste muta, il discorso di Moravia le fotografie del suo corpo sfregiato, ma anche il commento di tanti, troppi: “In fondo se l’è voluta”. Opinione che è tipicamente nostra bisogna stare a casa e pensarla come tutti, se no si finisce come il Grillo del focolare, spiaccicati sul muro. Pasolini non stava a casa, non stava zitto, guardava il mondo con occhi consapevoli e questo ci ha aiutato a vivere. I tempi, purtroppo, gli hanno dato ragione. È una perdita che ci siamo autoinflitti, la sua voce avrebbe potuto renderci più guardinghi verso il nostro presente. I suoi libri, i suoi articoli letti ora sono ancora sorprendenti,

non gli abbiamo restituito l'amore e il rispetto che aveva per noi dicendoci la verità a suo rischio. E se la grandezza della sua poesia ci consola, i suoi scritti ci coinvolgono anche ora, più di allora. Ma come mai non abbiamo capito? Pasolini non era solo un poeta era un profeta.

 

 

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