Cinema e separazioni
Arti visive
Lorna Simpson, è un’artista afro-americana, in mostra a Venezia alla Punta della Dogana (Pinault Collection). Un progetto che assembla opere realizzate con tecniche miste alla sorprendente installazione “Ice”. L’accurata selezione di fotografie d’epoca, tratte da collezioni di riviste storiche degli anni ‘50 e ‘70 come Ebony e Jet trovate, casualmente nella propria casa di famiglia, preziose documentazioni visive e concettuali della vita nera – si mescola a frammenti di giornali conservati nella Library of Congress per inserirli entrambi in paesaggi immaginari di un blu intenso, in scenari magnetici che ricordano le forme dei ghiacciai, dei vulcani, dei poli estremi del nostro pianeta. I dipinti, di grande formato, sono punteggiati da piccoli collage che vorrebbero rappresentare testimonianze affioranti misteriosamente dal passato. Un caleidoscopio di ricordi galleggia nel blu infinito della natura tra mari, nuvole, distese oceaniche e cieli notturni. Ritagli indecifrabili vibrano nel colore trascrivendo sullo sfondo del quadro tracce di memorie e di storie lontane. Un occhio che scruta, il volto di un bambino che emerge, strisce di scrittura scorporate dal testo…

Lorna Simpson

Lorna Simpson
Eppure queste inattese epifanie ci sorprendono e resistono all’ondata del tempo. La Simpson aveva lavorato con la tecnica del collage per lunghi anni prima di dedicarsi alla pittura. In Ice fa coesistere creativamente entrambi i metodi esplorando nuovi percorsi. Il suo campo d’indagine esprime molteplici interrogativi, nelle immagini che affiorano si alternano storie di occultamenti, oblii, ritorni di memoria a proposito di dinamiche di sfruttamento, di genealogie della violenza, di discriminazioni razziali e problematiche di genere. Dagli anni ‘80 la sua ricerca si aggiunge a quella delle artiste femministe afro-americane, la Simpson in particolare spicca nel gruppo per la sua capacità di narrare anche attraverso il supporto della fotografia riuscendo a comporre armoniosamente continue sovrapposizioni di tecniche che coesistono.

Lorna Simpson
Il fattore tempo nella sua arte è centrale, mediante l’assemblaggio di frammenti con metodi differenti l’artista crea un movimento energetico su più piani temporali, intreccia molteplici orizzonti alla ricerca di un significato condiviso, ancora attuale nel qui e ora. In Three Figures (2014) i tre esili corpi dei manifestanti sembrano danzare un po’ sospesi ma uniti nel loro gesto di resistenza in difesa dei diritti umani. L’immagine è ispirata da una fotografia scattata in Alabama a Birmingham nel 1963 durante una manifestazione dove la polizia con degli idranti aveva travolto gli attivisti. Una reminiscenza che vuole sottolineare come le tracce di un passato di lotta siano inseparabili dal presente. Una tenace e incancellabile resistenza persiste, resta inscritta nella trasmissione intergenerazionale come dimostra il recupero da parte di Simpson della cultura afroamericana ereditata dai suoi genitori. Un palinsesto di eventi di lotta, mirati a combattere le discriminazioni continuamente ritornano alla memoria.

Lorna Simpson
Come sottolinea il catalogo della mostra, citando il filosofo e storico d’arte Georges Didi-Huberman, a proposito dell’intreccio e della sovrapposizione tra scansioni temporali diverse, si può intuitivamente immaginare la risposta a cosa muove veramente il gesto artistico: “Cosa ci solleva? Sono forze: psichiche, corporee, sociali. Grazie a loro trasformiamo l’immobilità in movimento, lo sconforto in energia, la sottomissione in rivolta, la rinuncia in gioia espansiva. Le sollevazioni avvengono come gesti: le braccia si alzano, i cuori battono più forte, i corpi si distendono, le bocche si sciolgono” [G. Didi-Huberman, Soulèvements, Paris, Gallimard, 2016]. La Simpson ricorre alla pittura ‘sollevando’ dallo scrigno della memoria archivi visivi, per riaccendere immagini della realtà passata e riportarle in vita, in un’epoca come quella attuale minacciata dall’esplosione di figurazioni svuotate di senso e controllate da politiche repressive. Così in Three Figures la ‘pulizia’ a colpi di idranti sui manifestanti fallisce, quella fotografia ha resistito nel tempo per ricordare attraverso la pittura storica di Simpson che quell’abbraccio non è precipitato nell’oblio, la lotta per i diritti umani non si è mai fermata. Anche nella serie Ice risuona il concetto di resistenza: pittura, ghiacci, nuvole e fuoco si intrecciano e nell’acque dell’artico si riflettono anche le traversate nere dell’Atlantico durante lo schiavismo; oppure lo ritroviamo nella figura della donna afroamericana trasfigurata in un corpo di animale, tranne nel volto che resta umano. Le opere di Lorna provocano un’esperienza sensoriale profonda, esprimono un racconto che dal personale diventa sempre collettivo, universale.
Michael Armitage artista quarantenne nato in Kenya fa eco alla poetica della Simpson negli spazi magici di Palazzo Grassi (Pinault Collection). Il tema resta sempre quello dei diritti umani in un’epoca attuale di grande crisi e paura del futuro. Armitage affronta nella sua pittura problematiche scottanti come la violenza, l’urgenza di gestire il fenomeno migratorio, le gravi tensioni sociopolitiche e gli abusi di potere che stanno affliggendo il mondo, l’odio per la cultura compresa ogni forma d’arte. Come la Simpson anche Armitage attinge a eventi storici e fatti contemporanei, alla letteratura e al cinema, all’antropologia, a uno sguardo complessivo sulle figure più significative della storia dell’arte.

Michael Armitage

Michael Armitage
La sua pittura è visionaria e il suo tratto mai cristallizzato evoca sempre il movimento, intrecciando realtà e mito, ispirandosi alla letteratura africana contemporanea come alla mitologia greca. Una attenzione particolare è rivolta alla migrazione, alle violenze subite da chi parte, ai naufragi, alle delusioni vissute nei paesi di accoglienza. Le opere sono dipinte ad olio su un tessuto lubugo ricavato dalla corteccia di alberi seguendo le tradizioni indonesiane e ugandesi, una scelta mirata per liberarsi dalla convenzione occidentale dell’uso tradizionale della tela. Pertanto le irregolarità del materiale rendono la sua pittura vibrante e carnale punteggiata da ruvidità, da fori e da pieghe che conferiscono una plasticità cromatica sorprendente alle opere, costruendo sovrapposizioni e stratificazioni intensamente evocative.

Michael Armitage
Come scrive Salman Rushdie nel catalogo dedicato all’artista: “Michael Armitage risponde al suo tempo, al nostro tempo, utilizzando tutto il vocabolario, tutto l’arsenale dell’arte […] fa della sua fragilità una risorsa, suggerendo che anche i suoi soggetti umani possano trasformare la propria in forza, e che ciò che può operare questa magia è la bellezza. La risposta alla bruttezza è la bellezza. La risposta al potere è la bellezza. La risposta alla tragedia è la bellezza. È una testa dorata su sfondo rosso che si protende verso il cielo. sono figure umane che si stagliano contro la ricca semi-astrazione dei colori fauve, rossi, verdi, blu, che si battono, si contorcono, si confortano a vicenda, avvolte in un paesaggio di foreste, lotte e miti. Ci sono gli orchi. Ma c’è anche la luce. Sto cercando un termine che definisca questa estetica, e penso che il più vicino a cui posso arrivare sia umanesimo”.

Michael Armitage
Le figure delle sue opere rispecchiano – che siano in pericolo o serene, minacciate o salve – non solo la mera esistenza e la propria natura umana, ma emergono soggettivamente con dignità per la loro importanza, per il loro valore intrinseco. La pittura di Armitage ci trasporta in una sfera sensoriale ed emotiva che tocca le corde della spiritualità e del senso autentico del vivere: siamo tutti esseri umani meritevoli di amore e dignità, sullo stesso piano, in ogni luogo e in ogni tempo.

Michael Armitage
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