Cinema e separazioni
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Vol. 112/2026, n.60 - Rivista di Psicologia Analitica (a cura di Nicola Malorni)
L’ultimo numero della Rivista di Psicologia Analitica curato da Nicola Malorni propone, attraverso un contributo corale di autori e autrici provenienti da diversi ambiti clinici e culturali, un approfondimento della funzione genitoriale contemporanea alla luce delle trasformazioni sociali e culturali che hanno interessato negli ultimi decenni la famiglia e i ruoli genitoriali.
A partire dalla metafora evangelica della vite e dei tralci, la genitorialità può essere letta, in chiave junghiana, come funzione di mediazione tra il Sé e il processo di individuazione. Il genitore, come il vignaiolo, non domina ma accompagna: pota, contiene, introduce limiti e frustrazioni necessarie affinché la crescita possa prendere forma. Il limite, in questa prospettiva, non è un ostacolo ma una condizione generativa.
La relazione genitore-figlio si configura così come un campo reciproco, sostenuto da quella capacità trasformativa che Wilfred Bion ha definito rêverie: uno spazio psichico in cui l’esperienza emotiva grezza può essere accolta, pensata e restituita in forma simbolica. In questo processo, come ha mostrato Carl Gustav Jung, l’inconscio genitoriale agisce in profondità, trasmettendo contenuti, immagini e conflitti al di là della parola e della coscienza.
La crisi contemporanea della funzione paterna – oscillante tra assenza e rigidità – si colloca all’interno di una trasformazione più ampia dei modelli simbolici. Il declino delle strutture patriarcali tradizionali apre a nuove possibilità relazionali, ma produce anche disorientamento psichico: il padre fatica a trovare una posizione integrata tra autorità e cura, mentre i figli si confrontano con una proliferazione di possibilità identitarie non sempre contenute.
Anche l’iper-esposizione precoce alle tecnologie digitali contribuisce a questo scenario, riducendo gli spazi di esperienza corporea e relazionale necessari alla co-regolazione emotiva. La mancanza di contesti in cui il bambino possa essere “pensato” dall’adulto indebolisce lo sviluppo delle funzioni simboliche, favorendo modalità di funzionamento più immediate e meno mediate dalla funzione riflessiva della psiche.
In questa prospettiva, il contributo di Donald Winnicott resta centrale: il genitore “sufficientemente buono” non è colui che elimina il dolore, ma colui che sa tollerare l’incertezza e sostenere il processo attraverso cui l’assenza diventa “pensabile” - appunto. Il limite, allora, non è ciò che impedisce, ma ciò che rende possibile il desiderio e la costruzione di significato.
I figli, soprattutto nell’adolescenza, si presentano come figure liminali, in transito tra stati identitari molteplici. La loro mobilità psichica richiede un adulto capace di funzionare come base sicura, non come sistema di controllo: il compito del genitore si rivela dunque non quello di impedire il passaggio, ma di offrire continuità e contenimento mentre il cambiamento accade.
La genitorialità può essere così pensata come un processo dinamico di montaggio simbolico di emozioni, silenzi, parole non dette, immagini che anticipano qualcosa che - per dirla con Jung - può essere “solo vagamente intuito”: un lavoro continuo di selezione, trasformazione e restituzione di senso.
In una società che tende a rimuovere il negativo, la sfida consiste nel restituire spazio al limite, al tempo e alla complessità. Non si tratta di proteggere i figli dal dolore, ma di accompagnarli nella possibilità di pensarlo. Solo così la relazione genitoriale può tornare a essere ciò che è, nella sua essenza: un luogo di trasformazione reciproca, in cui – come nella vigna – la crescita passa anche attraverso il taglio, la perdita e l’attesa.
In questo scenario, il linguaggio cinematografico può essere assunto come metafora efficace per pensare la genitorialità. Come nel cinema, anche nella relazione educativa non è tanto l’evento in sé a produrre trasformazione, quanto il modo in cui viene “montato”, contenuto, reso pensabile. La rêverie genitoriale funziona come un dispositivo di montaggio psichico: seleziona, lega, trasforma elementi emotivi dispersi in una narrazione dotata di senso. Senza questo lavoro, l’esperienza resta frammentata, agita o evacuata.
Su questo sfondo teorico si innesta con sorprendente coerenza il film “Cinque secondi” di Paolo Virzì, che costruisce un racconto intimo e stratificato attorno alla figura di un padre ferito. Adriano Sereni è un uomo ritirato, irrigidito da un lutto traumatico che ha interrotto la continuità della sua esistenza. Vive ai margini, in uno spazio che è al tempo stesso fisico e psichico: una villa decadente, circondata da vigneti abbandonati, immagine potente di una interiorità desertificata dal senso di colpa.
Virzì sceglie una regia sottrattiva, fatta di silenzi, tempi dilatati e paesaggi che respirano insieme al protagonista. La narrazione non procede per eventi eclatanti, ma per micro-movimenti: presenze, sguardi, attriti. È l’arrivo di un gruppo di giovani – portatori di vita, di progetto, di futuro – a incrinare l’immobilità di Adriano. Non c’è redenzione immediata, né svolta salvifica: ciò che accade è più sottile, più aderente all’esperienza analitica. Una lenta riattivazione del legame.
L’immagine della villa abbandonata e delle vigne incolte – assunta qui come figura simbolica – rappresenta una mente genitoriale collassata sul trauma e incapace di generare. Il lavoro di cura, come quello agricolo, richiede tempo, pazienza, capacità di intervenire senza distruggere: potare non significa reprimere, ma orientare la crescita. Allo stesso modo, la funzione genitoriale implica un continuo esercizio di equilibrio tra contenimento e apertura, tra presenza e separazione.
Il tempo psichico della trasformazione non è lineare né programmabile. Può condensarsi in un istante – “cinque secondi” – in cui qualcosa cambia direzione: un insight, un incontro, una sospensione del controllo. È il tempo di Kairos, che non coincide con la cronologia ma con la possibilità. In analisi come nella relazione educativa, questi momenti emergono quando si crea uno spazio sufficientemente sicuro da permettere l’emergere dell’inaspettato.
La genitorialità contemporanea appare attraversata da una tensione verso il controllo e l’ottimizzazione, verso la previsione e la standardizzazione iper-performativa. In una cultura orientata alla prestazione, il limite viene vissuto come fallimento, e il dolore o l’inatteso come anomalia da eliminare. I genitori sono spinti a garantire benessere continuo, producendo paradossalmente fragilità: figli poco esposti alla frustrazione e quindi meno attrezzati a simbolizzarla.
I giovani, nel racconto di Virzì, incarnano invece una funzione trasformativa. Sono figure liminali, in transito, portatrici di una energia che destabilizza ma rigenera anche. Nel loro movimento si intravede quella dimensione archetipica del passaggio che obbliga il genitore a rinegoziare la propria posizione. Adriano non torna a essere il padre di prima ma diventa altro, attraverso l’incontro con giovani “inattesi”.
Il film di Virzì, come ogni incontro analitico, evita il moralismo e lavora per immagini: corpi che si avvicinano, spazi che si riabitano, tempi che si riaprono. Il dolore non viene negato né risolto, ma attraversato. In questo senso, il film dialoga profondamente con la prospettiva psicoanalitica: la trasformazione passa attraverso la possibilità di sostare nel limite, non di eliminarlo.
In una contemporaneità che tende a rimuovere il negativo, Cinque secondi restituisce dignità al limite come condizione generativa. La genitorialità, come la vigna, richiede cura, attesa, capacità di tagliare e lasciare andare per consentire sviluppo e trasformazione.
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