Cinema e confini
Cult
Yitzhak Rabin nasce a Gerusalemme il 01/03/1922 da genitori provenienti dalla Bielorussia, emigrati in Palestina dopo il 1905, appartenevano alla seconda aliyah, immigrazione che concepiva il sionismo basato su idee progressiste di uguaglianza, creazione dei kibbutz e lotta al colonialismo per l’indipendenza. Soldato per più di ventisette anni, Rabin combatté per l’indipendenza di Israele nel 1948, generale in capo durante la guerra dei sei giorni, fu artefice di una grande vittoria militare e della conquista di territori tre volte più estesi dello stesso paese. Lasciato l’esercito è ambasciatore per Israele a Washington, rientrato è presente come ministro nel governo del paese. Nel settembre del 1993, in qualità di Primo Ministro, dopo mesi di trattative con Arafat, riconosce, a nome di Israele, l’Olp come rappresentante del popolo palestinese e Arafat, a nome del popolo palestinese, riconosce lo Stato di Israele e accetta il metodo del negoziato, rinunciando al metodo della violenza. Nel 1994 riceve il premio Nobel per la pace. Il tredici settembre, dopo mesi di trattative, Rabin e Arafat firmano, alla Casa Bianca, davanti al presidente USA Clinton, una dichiarazione di principi. Mentre nel 1995 firmano la seconda parte degli accordi di Oslo, che porta alla nuova nascita dell’autorità nazionale palestinese e della polizia palestinese. Nella lunga trattativa con Arafat, Rabin fu uno dei pochi in grado di proporre ai palestinesi le condizioni per la loro sovranità, concludendo un accordo ad interim che regolava le modalità precise dell’autonomia palestinese relative alla striscia di Gaza e all’enclave di Gerico. Il quattro novembre 1995 alle ore 21,45 a Tel Aviv nella piazza dei Re, dopo aver parlato a centomila persone che lo applaudivano, fu ucciso con tre colpi di arma da fuoco da un estremista conservatore israeliano. Colpevole di aver sottoscritto gli accordi di Oslo, in cui, per la prima volta, israeliani e palestinesi si riconoscevano come legittimi interlocutori. Alle elezioni israeliano del 1996, vince il partito del Likud e Benjamin Netanyahu viene eletto primo ministro. Per Rabin Israele era la terra della salvezza dalle persecuzioni inflitte agli ebrei, fuggiti dalle terre della paura e dell’odio verso un paese dove poter essere liberi cittadini e poter scegliere di vivere secondo leggi stabilite dalla loro comunità.
Rabin fa parte della vita di Amos Gitai: le due famiglie si conoscevano ed avevano una visione di Israele legata al sionismo dei pionieri, contro il fondamentalismo, la guerra permanente con i palestinesi a favore di una pace possibile. Nasce nel 1950 e fa parte della prima generazione nata dopo la fondazione dello Stato di Israele. Figlio di un architetto fuggito dal nazismo nel 1933 e di una specialista non religiosa di testi biblici. Diviene architetto come il padre per poi passare al cinema come documentarista, attore, regista e sceneggiatore: è uno dei maggiori cineasti israeliani. Durante la Guerra del Kippur del 1973 presta servizio militare, facendo parte di una squadra di soccorso, su un elicottero che viene abbattuto. A seguito di questa esperienza traumatica, sceglie il cinema come mezzo per esprimere le proprie idee e i propri ideali. Tema principale delle sue opere è l’identità politica e religiosa degli ebrei israeliani, Berlin-Gerusalem (1989), Kadosh (1989) e Kippur (2000).
La morte di Rabin segna profondamente l’uomo e l’artista Gitai: la speranza di cambiamento, di libertà e democrazia viene meno, è stato abbattuto il simbolo di una Israele capace di superare i traumi passati, di uscire da un eterno immobilismo, legato ad un’idea della religione e della storia di Israele fondamentalista, messianica e vendicativa. Con l’assassinio di Rabin si è compiuta una rottura tra due modelli, due sistemi di valori che si contrappongono. Con Rabin, per Gitai, muore una possibile rappresentazione della storia: il dialogo tra due popoli. Dopo la morte di Rabin, Gitai lascia Israele, si trasferisce con la famiglia a Parigi e per i successivi venti anni si dedica a una raccolta di filmati, documenti, testimonianze sull’assassinio e, aiutato da esperti, realizza un archivio sul prima e sul dopo la morte di Rabin.
Nel 2015, sono passati venti anni, gira e monta il film The last day, presentato a Venezia. Oltre al film scrive un testo teatrale, che, sotto la sua regia, sarà presentato al Festival di Avignone.
L’obiettivo del film e di tutto il lavoro di Gitai è duplice: raccontare la storia di quei momenti e di quel periodo per documentare la campagna denigratoria costruita su Rabin per creare un clima di divisione e di insicurezza; ma, anche, per ricordare agli israeliani che la possibilità di una riconciliazione c’è stata, è esistita e non va dimenticata. Rabin è un fantasma col quale fare i conti per accettare l’unica alternativa possibile: riconoscersi e vivere insieme. Il film racconta la storia degli ultimi giorni di Rabin ricorrendo alla finzione, scene interpretate da attori, ma anche ha spezzoni di girato, reportage televisivi, colloqui con i testimoni. Tutto ciò che in esso viene detto è vero. Il film si apre sulla manifestazione nella piazza dei Re a Tel Aviv in cui migliaia di persone ascoltano Rabin che, commosso per la solidarietà dimostrata, ribadisce la sua convinzione ad andare avanti. Rabin scende dal palco e mentre si avvia all’automobile un uomo lo colpisce con tre spari alle spalle, portato all’ospedale ferito, morirà dopo poco. Viene istituita una commissione, presieduta dal giudice Meir Shamgar, che effettuerà una lunga indagine sul sistema di sicurezza e sui possibili errori della scorta. Molte persone vengono interrogate, compreso l’omicida, indagato sui possibili complici. Oltre al lavoro della commissione, Gitai mostra il clima infuocato in cui vive Israele dopo l’accordo di Oslo. Filmati e registrazioni di discorsi televisivi e di manifestazioni contro l’accordo mostrano un paese non solo diviso ma impaurito, convinto che Rabin l’avrebbe portato alla fine di Israele. Interessanti spezzoni di filmati sui coloni ultrareligiosi, sulle manifestazioni e comizi indette dal Likud contro Rabin, rappresentato in divisa nazista o in una bara, mostrano che l’eccitazione è alta; lo stesso Rabin, dalla testimonianza del suo capo di gabinetto e di Simon Perez, della moglie e della sorella pensa che la maggioranza è contro di lui, ma che deve e bisogna andare avanti. La commissione di inchiesta troverà delle incongruenze e delle mancanze nella sicurezza del Primo Ministro poco attenta ed allertata al clima sociale di quei giorni. Nel film non è presa in considerazione l’dea del complotto, non c’è stato, ma emerge la convinzione profonda di gran parte degli israeliani che i palestinesi sono nemici pericolosi e che vanno cacciati dalla loro terra e dai loro confini. La firma del trattato è sentita come una catastrofe, si sentono circondati e assediati.
Da questa reazione da parte della popolazione provocata e alimentata, emerge la difficoltà e la quasi impossibilità di elaborare il lutto dei secoli di esclusione e persecuzione, ed il lutto per la Shoah nella convinzione che essi, il popolo ebraico, ha subito il male e il desiderio di annientamento da parte dei non ebrei ed è sempre soltanto una vittima. Per i religiosi ortodossi un ebreo non può uccidere un altro ebreo tranne che in un caso: per difendere la sacralità della terra biblica data da Dio al suo popolo. La legittimazione religiosa sul diritto alle terre appartenute al popolo ebraico li fa sentire come liberatori delle loro terre ingiustamente occupate.
Il discorso di Hannah Arendt sulla banalità del male che appartiene a tutti fu sentito come oltraggio ed insulto e fu espulsa e rinnegata da Israele. (1)

Anna Foa parla dell’“eccezionalità” con cui è stata vista e giudicata Israele da noi occidentali e europei. Ciò è dovuto dal nostro senso di colpa per la persecuzione degli ebrei nel Novecento, la nostra complicità diretta e indiretta (Primo Levi nei Sommersi e salvati e Liliana Segre che insiste sull’indifferenza e sul girarsi dall’altra parte) ci ha portato a considerare la nascita di Israele e tutta la sua complessa storia solo come un diritto sacrosanto degli ebrei stando sempre dalla sua parte, suoi alleati contro tutti gli altri. La diversità, l’unicità degli Israeliani che noi condividiamo non ha favorito un processo di normalizzazione, di confronto di Israele con i vicini. (2)
Nel film di Gitai è presente l’accusa di traditore rivolta a Rabin ed a tutti coloro che non vivono la memoria e il ricordo come una presenza dalla quale non si può e non ci si deve liberare. Sono incatenati al passato e devono giustificare la loro vita come testimonianza della quale l’odio è un elemento, a mio avviso, importante per tenere acceso il ricordo: se odio, se ho un nemico non dimentico e sarò sempre fedele a tutti coloro che sono morti.
La colpa di essere vivo si manifesta come fedeltà al passato e rinuncia ad una vita di pace. La religione come strumento politico per affermare la propria identità culturale e territoriale in una terra dove tre religioni giudaica, cristiana e musulmana, rivendicano le loro radici e la loro nascita, è da sempre motivo di conflitto e desiderio di escludere l’altro. Anche se una parte degli israeliani ha una visione laica e più razionale e desidera intraprendere un cammino di coesistenza, la maggioranza guidata da capi religiosi e dei partiti di destra sono portatori di un desiderio-fantasia irrealizzabile: il grande Israele che domina nelle sue terre promesse dalla Bibbia temuta e rispettata dai nemici.
Una piccola luce: tra Gerusalemme e Tel Aviv c’è un villaggio di qualche centinaio di abitanti dove ebrei e palestinesi convivono in pace e condividono la gestione della comunità: scuola, servizi, eccetera. Hanno montato una tenda che chiamano la “tenda del lutto” dove ebrei e palestinesi si incontrano, piangono, raccontano i loro lutti ed ascoltano il dolore dell’altro.
Prof. Dr. Sigmund Freud
Vienna, 19 Begasse, 26 febbraio 1930
Egregio dottore,
non posso fare quel che Lei auspica. La mia riluttanza a tenere occupato il pubblico con la mia personalità è insuperabile e l’attuale situazione critica non mi sembra nemmeno opportuna. Chi vuole influenzare una massa deve avere qualcosa di altisonante e di entusiasmante da dire e, questo, il mio giudizio spassionato sul sionismo non lo consente. Certamente, io nutro i
migliori sentimenti di simpatia per le libere aspirazioni, sono orgoglioso della nostra università a Gerusalemme, e mi rallegro del prosperare dei nostri insediamenti. Ma, d’altra parte, non penso che la Palestina possa mai diventare uno Stato ebraico né che il mondo cristiano, così come il mondo islamico, possano un giorno essere disposti ad affidare i loro luoghi sacri alla custodia ebraica. Mi sarebbe parso più sensato fondare una patria ebraica su una terra nuova, non gravata dalla storia; certo, so che, per un progetto così razionale, non si sarebbe mai
potuto conquistare l’entusiasmo delle masse e il contributo dei ricchi. Riconosco anche, con rammarico, che il fanatismo irrealistico dei nostri compatrioti ha avuto la sua parte di
responsabilità nel risveglio della diffidenza degli arabi. Non posso provare alcuna simpatia per una devozione mal interpretata, che fa di un pezzo del muro di Erode una reliquia nazionale e, a causa sua, sfida i sentimenti delle popolazioni locali.
Giudichi Lei stesso, se, con un simile atteggiamento critico, io sia la persona giusta per svolgere il ruolo di consolatore di un popolo scosso da una speranza ingiustificata.
Con rispetto,
il Suo devoto Freud
Lettera di Sigmund Freud a Chaim Koffler – membro della sezione viennese del Keren Hayesod, organismo sionista fondato a Londra nel 1920 – in risposta alla richiesta di firmare una petizione di condanna degli scontri tra musulmani ed ebrei scoppiati in Palestina nel 1929.
Titolo originale: Rabin, the Last Day
Titolo italiano: Rabin, the Last Day – L’ultimo giorno
Paese di produzione: Israele, Francia
Anno: 2015
Regia: Amos Gitai
Sceneggiatura: Amos Gitai, Marie-José Sanselme
Fotografia: Eric Gautier
Cast: Yitzhak Hiskiya, Pini Mittelman, Michael Warshaviak, Tomer Sisley, Yogev Yefet, Einat Weizman, Tal Yarden
Vedi tutto il numero