Cinema e separazioni
L'intervista
Un episodio durato pochi istanti, appunto quaranta secondi, ma sufficiente a trasformare irrimediabilmente il corso di molte vite. In questo senso il titolo stesso del film indica una separazione. Un momento brevissimo che divide in modo netto un prima e un dopo, segnando un divario irreversibile tra l’innocenza e la morte.
Presentato in concorso alla 20ª Festa del Cinema di Roma, in cui ha vinto il premio speciale della Giuria al migliore cast attoriale, il film 40 secondi nasce dal tentativo di restituire cinematograficamente la vicenda che nel settembre 2020 ha scosso l’opinione pubblica italiana, ovvero l’uccisione di Willy Monteiro Duarte, il giovane ragazzo di Colleferro morto dopo essere intervenuto per difendere un amico durante una lite. È ispirato all'omonimo libro della giornalista e saggista Federica Angeli sulla storia realmente accaduta al ragazzo italiano, figlio di capoverdiani, medaglia d'oro al valore civile alla memoria, vittima di omicidio a seguito di un pestaggio compiuto dai fratelli Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia.
Vincenzo Alfieri usa un linguaggio esasperato, che non lascia tregua, che tiene sospeso lo spettatore per tutta la durata del film. L’uso frequente della macchina a mano per aumentare tensione e immersione, le ambientazioni crude, spesso legate alla strada o a contesti quotidiani, il montaggio serrato, quasi frenetico, contribuiscono al fiato sospeso che culmina col finale. Segnando in modo netto il prima e il dopo.
Proprio la dimensione della separazione emerge come uno dei nuclei tematici centrali dell’intervista. Il regista riflette sul modo in cui quel breve arco di tempo rappresenti un punto di rottura, non soltanto nella vicenda di Willy, ma anche nell’esperienza dei ragazzi coinvolti. L’adolescenza, racconta, è un’età in cui ci si percepisce come invulnerabili. Tuttavia basta un evento improvviso e definitivo, come la morte, per interrompere questa continuità e costringere chi resta a confrontarsi con il peso delle proprie azioni. In questa prospettiva, i quaranta secondi diventano il simbolo di un passaggio traumatico. Una separazione che spezza la linearità dell’esperienza e obbliga i personaggi a ridefinire se stessi.
La separazione, inoltre, non riguarda soltanto la frattura temporale tra prima e dopo, ma attraversa l’intero tessuto relazionale del film. Nell’intervista con Alfieri si sottolinea come i rapporti tra i personaggi siano segnati da una fragilità costante. I legami oscillano tra attrazione, dipendenza e conflitto, e i protagonisti appaiono spesso incapaci di comunicare la propria fragilità. Più che relazioni esposte alla rottura, suggerisce il regista, si tratta di relazioni già incrinate, in cui la separazione diventa un’esperienza inevitabile, quasi una condizione esistenziale. In questo senso il film esplora il dolore della distanza, tra individui, tra scelte diverse, tra appartenenza al gruppo e responsabilità personale, mostrando come ogni decisione segni un ulteriore distacco tra ciò che eravamo e ciò che diventiamo.
All’interno di questa prospettiva, 40 secondi si configura dunque come una riflessione sulla separazione nelle sue molte forme. Temporale, relazionale e la dimensione del lutto. Il racconto di un evento circoscritto diventa così l’occasione per interrogarsi su come un singolo gesto possa generare fratture profonde non solo tra le persone, ma anche dentro di loro, lasciando emergere il difficile confronto con il dolore, la responsabilità e la perdita.
"In 40 secondi il tempo sembra coincidere con un momento che divide un “prima” e un “dopo”. Possiamo leggere quell’istante come una separazione traumatica, un taglio che spezza la continuità dell’esperienza e obbliga i personaggi a ridefinirsi"?
Il tempo la sua percezione che ne abbiamo, è un concetto che mi ha sempre ossessionato. Così come la destrutturazione del tempo, cosa ben visibile nella maggior parte dei miei film. In questo caso però è stato ancora più importante perché sono partito da un concetto fondamentale: da adolescenti come lo si percepisce il tempo? Quanto valore temporale si dà al concetto di noia? E soprattutto, quanto sono durati per Willy quei 40 secondi? Ovviamente c’è anche un voler separare i due momenti come dice giustamente lei, il prima e il dopo. Anche qui ho riflettuto sull’adolescenza, perché a vent’anni ci sentiamo tutti immortali, finché non capita qualcosa da cui non si può tornare indietro. Quando finalmente si vedono le conseguenze delle proprie azioni dritte in faccia. Dalla morte non si torna indietro, ma è chi resta che deve fare i conti con se stesso.
"Nel film la relazione con l’altro appare fragile, esposta alla rottura. Quanto è centrale per lei la separazione come esperienza di perdita, non solo fisica ma simbolica, che mette in crisi il legame e l’identità"?
Credo che tutte le persone siano continuamente fragili e forti. Le persone che riescono a mantenere un equilibrio sano tra questi due aspetti sono quelle che a mio avviso riescono a non rimanere schiacciate dal peso dell’esistenza in tutte le sue sfaccettature. Nel film la relazione con l’altro è sicuramente fragile perché c’è un costante cane mangia cane. Sono tutti personaggi in qualche modo dipendenti da altri o che ne subiscono in modo negativo il fascino. Sono tutti predatori e poi prede. Ma non direi che sono esposti alla rottura, direi piuttosto che sono già rotti e che tentano, seppur in modo sbagliato, di comunicarlo. La separazione per me è assolutamente centrale, nel film come nella vita. Dobbiamo imparare a distaccarsi dalle cose quando si presenta la necessità, e come dico sempre, dobbiamo imparare a vivere il dolore. Il dolore bisogna viverlo fino in fondo per poterlo riconoscere e poi abbandonarlo. Anche quando è insopportabile.
"La separazione in psicoanalisi è anche un “taglio”, qualcosa che interrompe e ridefinisce. Ha pensato al montaggio, all’uso del tempo e dell’inquadratura come strumenti per rendere visibile questo taglio psichico"?
Ovviamente sì. Tutto il film è stato costruito in scrittura, regia e montaggio per interrompere e ridefinire ogni volta la realtà di ciò che si vede. Aggiungo che il film parla di scelte. Ogni personaggio compie delle scelte. A parte Michelle, che avrebbe voluto andarsene nonostante il commento “A bella” perché per lei era un commento stupido e puerile e che non andava alimentato con altro, ma il suo fidanzato è tornato indietro e ha attaccato briga. E così facendo ha scelto per lei. Ogni volta che un personaggio compie una scelta compie anche una separazione tra un prima e un dopo. Tra noi e gli altri. Ma come per l’ostrica di Verga, quando un personaggio lascia il proprio “scoglio” per provare e ridefinirei, soccombe.

"Nel cuore della storia assistiamo a una progressiva separazione all’interno del gruppo: ciò che inizialmente sembra compatto si incrina fino a dividere i ragazzi in posizioni opposte. Nel costruire questa frattura, ha voluto mostrare il momento preciso in cui l’appartenenza si rompe e ciascuno è costretto a rispondere individualmente delle proprie azioni"?
In realtà dipende a quale gruppo ci riferiamo. Il gruppo di Willy rimane sempre abbastanza compatto, ad eccezione per la coppia Michelle e Christian. Nel gruppo dei fratelli Bianchi invece la questione cambia: lo definirei più un branco, che di partenza è anche poco unito e che si forma sbilenco per poi distruggersi dopo la morte di Willy. E sì, ho assolutamente voluto raccontare sia il formarsi che lo spaccarsi, basta vedere la scena della macchina tra loro quattro quando scappano dal luogo dell’omicidio. Lì c’è tutto.
"Raccontare una storia che ruota attorno a un tempo così circoscritto comporta una grande precisione narrativa. Qual è stata la sfida più complessa nel mantenere alta la tensione senza perdere profondità emotiva"?
La sfida non è stata tanto sulla tensione quanto sulla credibilità dei personaggi e delle dinamiche che li accompagnano. Dovevano sembrare veri in termini di scrittura, di costumi indossati, di slang parlato, di musica ascoltata ecc… affinché lo spettatore si potesse sentire in mezzo a loro. Allontanare Willy il più possibile, facendolo cioè arrivare quasi alla fine del film, era complesso ma stimolante, perché lo spettatore deve quasi dimenticarsi di lui abbracciando una cruda verità di provincia che crea tensione per le sue storture. E alla fine, quando arriva Willy la tensione esplode, perchè sappiamo purtroppo come va a finire.
"Nel film si avverte una chiara separazione tra i ragazzi che riescono a sottrarsi a una deriva distruttiva e quelli che invece vi precipitano. Le interessava raccontare questa separazione come il frutto di una scelta consapevole, oppure come il risultato di condizioni, fragilità e contesti che rendono quella linea di confine molto più sottile e instabile di quanto sembri"?
Non credo si nasca cattivi. Credo si nasca con delle naturali attitudini, ma sono convinto che siamo molto definiti dal contesto in cui nasciamo e cresciamo. Ciò non toglie che comunque, con gli strumenti giusti, anche da adulti si possa prendere coscienza di ciò che ci ha formato nel modo sbagliato e migliorarci.
"Nel momento conclusivo, segnato dal lutto per il ragazzo Willy, la separazione assume un carattere irreversibile e tragico. Come ha costruito cinematograficamente questa scena, attraverso il montaggio, il silenzio, la luce, il ritmo o la posizione della macchina da presa, per far percepire allo spettatore non solo la perdita, ma la frattura definitiva che quel lutto imprime ai personaggi e alla comunità"?
Ho agito come per il resto del film, attenendomi a ciò che si prova nella realtà. Chiedendomi da spettatore cosa avrei voluto vedere e cosa no, e da genitore comeavrei potuto essere rispettoso di ciò che è accaduto ad un figlio. Nel film non ci sono velleità artistiche. Non c’è una vera costruzione tensiva da giallo, o da thriller. C’è la ricerca del giusto, sempre. C’è la volontà di non rendere pornografica la violenza o la morte. Tant’è che davanti al copro del figlio, la mamma semplicemente si avvicina e le sue mani si avvicinano ma non riescono a toccarlo, per pudore, per paura, per rispetto… per tante cose. Le mani della mamma sono le mie mani mentre scrivevo e dirigevo questa storia.
Titolo originale: 40 secondi
Titolo italiano: 40 secondi
Paese di produzione: Italia
Anno: 2025
Regia: Vincenzo Alfieri
Soggetto: Tratto dal libro-inchiesta di Federica Angeli sulla vicenda reale di Willy Monteiro Duarte
Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Giuseppe Stasi
Musica: Alessandro Bencini
Prima mondiale: Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 (15 ottobre 2025)
Cast: Francesco Gheghi, Justin De Vivo, Francesco Di Leva, Enrico Borello, Beatrice Puccilli, Sergio Rubini, Maurizio Lombardi, Giordano Giansanti, Luca Petrini, Daniele Cartocci
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