Cinema e separazioni
Nel film
“Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference”
Robert Frost The road not taken (1916)
Due bambini amici in età di scuola elementare, un maschio e una femmina, giocano ad un parco giochi di Seoul, di fronte ad una strana statua, una figura umana con una bocca in continuo movimento…che continua ad aprire e a chiudersi meccanicamente. La statua, che domina il parco giochi di Seoul, sembra incarnare un richiamo sottile ma esplicito alla dimensione più basilare e fisica della vita umana: la nostra oralità e il bisogno di nutrirci. Il suo incessante aprirsi e chiudersi rimanda non solo all’atto meccanico della masticazione, ma anche agli atti involontari e volontari che scandiscono l’esistenza, come quello di respirare, muoversi, mangiare. Questi movimenti, seppur fondamentali, rappresentano il lato automatico della nostra fisiologia, quello che accompagna ogni giornata quasi inconsapevolmente. Tuttavia, il contesto in cui la statua si trova— il parco giochi in cui si sviluppa il gioco dinamico tra i due bambini—introduce una dimensione completamente diversa.
Il gioco dei due bambini, ripreso con delicatezza dalla regista Celine Song nel film “Past Lives” , si manifesta come un’esperienza spontanea e libera. I protagonisti si rincorrono tra le strutture del parco, immersi in un tempo sospeso e infinito che solo l’infanzia può concedere. Questa dimensione ludica si colloca tra fantasia e realtà, senza regole predefinite o limiti imposti: è il regno della creazione e dell’invenzione, dove la voglia di divertirsi si esprime in modo creativo. Il gioco non segue schemi prestabiliti, ma si rinnova costantemente, alimentato dalla gioia e dalla curiosità. In questo contesto, la relazione tra i bambini si arricchisce di significati profondi, diventando lo spazio in cui sentimenti ed emozioni si intrecciano con la possibilità di costruire insieme un piccolo mondo nuovo e personale. La scena iniziale sembra dunque suggerire come, pur essendo immersi nella quotidianità degli atti meccanico fisiologici, la relazione ludica infantile sia una costruzione dinamica, fatta di reciprocità e immaginazione, mai riducibile a un mero automatismo.

Lo sguardo della Regista coglie la sintonia tra i due bambini, la si scorge silenziosamente mentre si osserva la scena: i bambini si divertono rincorrendosi per prendersi e poi lasciarsi, in una dimensione di gioco sospesa, “senza tempo” se non quello in cui i genitori diranno che è arrivata l’ora di andare. Il gioco continua a fluire tra i due bambini sorridenti senza finire mai se non quando gli adulti richiamano la loro attenzione.
A questo proposito vale la pena ricordare come, secondo Donald W. Winnicott, “Il gioco è in sé un’esperienza creativa, che si manifesta nello spazio potenziale che si genera tra le persone, e che contribuisce in modo decisivo alla costruzione della realtà interna.” (Gioco e realtà, Raffaello Cortina Editore, 1971, p. 72). A questa scena di innocenza, e di incoscienza giocosa infantile fa da contrappunto la dimensione adulta della sequenza successiva: le due madri, sedute nello stesso parco giochi, osservano i loro figli mentre giocano e intanto si confrontano sul loro prossimo futuro.
Il loro dialogo introduce la prospettiva della lingua e della logica adulta, del tempo delle scelte che impattano anche sulle vite dei loro ignari bambini, quella in cui le scelte di vita assumono un peso concreto e possono determinare conseguenze significative, talvolta felici, talaltra dolorose. Una delle due madri, quella della bambina Na Young, informa l’altra genitrice che presto partiranno insieme al marito e alle due figlie. La reazione della madre del bambino, che si chiama Hae Sumg, espressa da una smorfia di dispiacere e delusione, evidenzia il suo dispiacere per la notizia insieme all’amara consapevolezza di una separazione imminente. Alla domanda sulla destinazione della prossima partenza, viene rivelato dalla madre di Na Young che la meta sarà New York, un luogo lontano da Seoul, che segna una netta divisione tra le loro vite di persone adulte e quelle dei loro bambini. La madre di Hae Sung si interroga, e interroga la amica, sulle ragioni di questa scelta, considerando che a Seoul la famiglia della sua amica sembra già avere tutto quello che una coppia e una famiglia potrebbe desiderare: successo e stabilità.

La madre della bambina Na Young suggerisce che il trasferimento è motivato da un desiderio di ulteriore affermazione artistica e da un bisogno di riconoscimento internazionale. Ella conclude la conversazione sottolineando una riflessione che racchiude il senso della separazione, deciso dagli adulti; ella, infatti, dice alla sua amica: “Quando lasci qualcosa, guadagni anche qualcosa”. L’esergo di Robert Frost, grande poeta statunitense di inizio Novecento, che ho scelto per aprire questo commento al film di Celine Song, fa riferimento alla scelta strada meno battuta. Come nella scena iniziale del film che ho descritto in cui la madre annuncia all’altra genitrice il loro imminente trasferimento negli Usa, la scelta in questo caso diviene anche separazione, un inevitabile bivio fisico e temporale che, giocoforza, definisce l’identità futura della bambina che parte e del bambino che rimarrà a Seoul: la bambina prende una strada, il bambino resta a Seoul, immerso in quell’involucro affettivo infantile comune che aveva caratterizzato la loro intima amicizia.
Nel processo di migrazione di Na Young, che diventerà Nora negli Usa, quando sarà più grande, viene dunque sancita una separazione forzosa tra due bambini che, così il film ci lascia intendere, sicuramente si vogliono molto bene, hanno un rapporto stretto e sono ignari di quanto sta per essere deciso e dunque agito da una delle due famiglie, anche la loro separazione e dunque la conclusione inevitabile della loro amicizia.
Ma se nell’ottimismo che muove la aspettativa adulta della madre, l’atto della migrazione in un altro stato per coltivare e realizzare la propria ambizione e dunque “guadagnare qualcosa”, rimane però latente, su un piano meno utilitaristico e maggiormente affettivo, un senso di perdita che si trasferisce anche sulla bambina in una trasmissione silente e inconsapevole.

Hae Sung il bambino suo compagno di giochi e segretamente innamorato resta invece ineluttabilmente la parte perdente di questa separazione, il polo su cui si deposita la malinconia e un senso di lutto impossibile da svolgere per la perdita della sua giovanissima amica. Il suo affetto resta dunque intonso, ma il film ci dirà che in questa separazione non è unicamente Hae Sung lasciato da solo nella incapacità di dimenticare Na Young e vivere con pienezza la propria vita. Past Lives introduce il tema della migrazione della famiglia di Na Young dalla Corea verso gli Stati Uniti, ponendo l’accento sulla separazione tra Na Young e Hae Sung. Questo evento funge da forza motrice che attiva una funzione identitaria: la scelta di partire, infatti, non è solo un cambiamento geografico, ma rappresenta un vero e proprio bivio esistenziale che segna la crescita e la definizione dei protagonisti..
In questa scelta migratoria, ciò che viene lasciato in ombra è la dimensione affettiva che caratterizza i rapporti tra le due famiglie e, soprattutto, tra i due bambini. La storia mostra come, nel prendere decisioni che sembrano razionali e proiettate verso il futuro, spesso si tende a rimuovere o minimizzare la portata emotiva che si cela dietro alle relazioni e ai legami affettivi. Questa parte rimossa resta comunque presente, seppur non esplicitamente riconosciuta, e influenza in modo silenzioso il percorso dei protagonisti.
È proprio dunque su questa dimensione affettiva, e sul fallimento parziale della sua rimozione, che si fonda lo sviluppo narrativo del film.
Le “vite passate”, quando hanno assunto in epoche lontane un significato profondo, possono riemergere nel presente, specialmente quando eventi specifici riattivano processi emotivi rimasti irrisolti e non completamente elaborati.
Il film nel suo incedere ci suggerisce come il passato non sia mai del tutto sepolto: i legami, le emozioni e le relazioni che hanno segnato l’infanzia possono tornare a influenzare il presente, stimolando una riflessione identitaria e affettiva che accompagna i protagonisti nel loro percorso di crescita.
La decisione di migrare, pur se guidata da aspirazioni di crescita personale o di affermazione artistica, porta con sé un retaggio emotivo che rimane spesso irrisolto. Si tratta di quelle tracce, o scorie, che derivano da desideri e sogni coltivati e non realizzati, e che affondano le loro radici già nell’infanzia. In questa fase della vita, i bambini sono costantemente esposti a scelte degli adulti che possono interrompere le loro relazioni più intime e profonde, lasciando sospensioni e rimpianti che difficilmente trovano piena elaborazione.
La narrazione che procede nello sviluppo del lungometraggio suggerisce che, in ogni separazione, non si ottiene soltanto qualcosa di nuovo, ma si può anche perdere ciò che si aveva e che era prezioso. La migrazione negli Usa di Na Young e della sua famiglia, dunque, non rappresenta solo un’opportunità di crescita o di cambiamento, ma porta anche una dimensione di perdita, che si manifesta soprattutto sul piano affettivo. Questo scarto emotivo diventa parte integrante della identità dei due bambini e del percorso che li separa, segnando il confine tra ciò che si guadagna e ciò che si lascia indietro.
Proprio qui in questo punto si innesta proprio lo iato sentimentale e identitario tra i due bambini che giocano e che apre la narrazione sottesa a tutto quanto il film comunica in modo affettivo; i bambini si piacciono, in una confidenza relazionale reciproca che oscilla tra amicizia e intimità relazionale, ma tornando verso le loro case sulle scale in salita in un quartiere storico di Seoul ad un certo punto si palesa un bivio tra le due scale; a questo punto le loro strade si separano fisicamente ma anche si perde per loro la possibilità di continuare a giocare, mantenere quella dimensione illusionale di unicità e di affetto.
L’amore infantile del bambino resta muto e incastonato dentro di lui; la bambina forse lo intuisce, forse prova anche lei per lui un sentimento non solo amicale anche se il loro rapporto è già contraddistinto anche dalla competizione. La sua famiglia ha già deciso, lei partirà e lui, Hae Sung, alla fine in qualche modo ostenta indifferenza nella ineluttabilità di questa vicenda separativa. La vita non permette di tornare al bivio dell'infanzia. Una volta che Na Young è diventata Nora a New York, la strada per tornare a essere la bambina di Seoul è interrotta per sempre, anche se parti di quella bambina coreana restano incorporate dentro di lei.
Dopo diversi anni, come un legame che riaffiora dalle pieghe dell’inconscio, i due bambini, divenuti giovani adulti, si ritrovano su Facebook, lei sceneggiatrice affermata a New York con un marito americano di nome Arthur, altrettanto affermato in campo artistico letterario. e lui giovane uomo coreano non ancora avviato verso una chiara vita adulta, apparentemente impantanato in una vita adulta, priva di particolari soddisfazioni, in cui egli non ha ancora “trovato l’amore”. I due iniziano a parlarsi a distanza, attraverso il social network; lei da New York e lui da Seoul si inizia a creare il presupposto per un riattivarsi del loro rapporto. Possono progressivamente confidarsi riaprendo una dimensione simile a quel tempo immemore infantile fermo, in cui giocavano e affettivamente esistevano solo loro due. È in questa occasione che Hae Sung può depositare nella loro comunicazione un senso temperato e forse non completamente sincero del suo vissuto verso Nora; egli infatti le dice “ Volevo solo rivederti….ero un po' arrabbiato quando sei partita….pensavo in continuazione a te quando ero a militare”.

Nuovamente Hae Sung, cresciuto, può comunicare a Nora la sua parte sentimentale nei suoi confronti; insieme si lega però la sua frustrazione di adulto, in parte invaso da un amore sfiorito in epoca infantile, ma che risuona come un freno nostalgico all’interno di una esistenza che fatica a svolgersi. Dopo un lungo tempo di dialogo tra i due, è di nuovo Na Young a mettere in atto una interruzione equivalente a una nuova separazione, nel momento in cui sembra accorgersi che il loro parlare condizioni eccessivamente la sua vita e che forse sta pensando troppo a lui nuovamente. Hae Sung accetta con un po' di amarezza ma riesce a dire, con fair play, “io non posso avere delle aspettative su di te”. La terza scena del film rappresenta un punto di svolta significativo nella narrazione, poiché mette in moto una dinamica completamente nuova tra i protagonisti. Qui è infatti Hae Sung a prendere l’iniziativa, desideroso di rompere la staticità che aveva caratterizzato fino a quel momento il loro rapporto a distanza, nuovamente interrotto ma, dopo altri anni, ancora indimenticato.
La sua decisione di andare a trovare Na Young (ormai divenuta Nora) a New York, pienamente accolta da lei, segna l’inizio di una fase in cui entrambi i personaggi diventano finalmente attori delle proprie scelte e non più semplici spettatori degli eventi infantili che li avevano separati e dei loro successivi riavvicinamenti parziali. L’espediente narrativo che conduce Hae Sung a New York è la sua imminente decisione di sposarsi, che egli utilizza come paravento per riavvicinarsi a Na Young. Questo evento lo porta a desiderare un ultimo confronto con il passato, un tentativo di chiarire, forse inconsciamente, i sentimenti non del tutto risolti nei confronti di Nora.
Il viaggio diventa così non solo un’occasione per rivedere un’amica d’infanzia, ma anche un momento cruciale per affrontare ciò che è rimasto in sospeso, prima di intraprendere un percorso di vita completamente nuovo. Anche se Nora si accorge che Hae Sung non sta dicendo la verità, nei giorni trascorsi insieme passeggiando per New York.
In questa fase, il passato e il presente dei due protagonisti si incontrano e si sovrappongono. I personaggi si ritrovano bloccati in una sorta di ripetizione emotiva, come sospesi su un asse temporale in cui il passato non è mai del tutto elaborato e il presente ne è ancora profondamente segnato. È proprio in questa oscillazione che può avvenire una possibile risoluzione, sia mentale sia relazionale: i protagonisti hanno finalmente la possibilità di confrontarsi con ciò che sono stati e con ciò che sono diventati, intravedendo la possibilità di trasformare la loro storia cristallizzata in qualcosa di nuovo.
Questa situazione sembra richiamare le parole di Sigmund Freud sulla ripetizione in Psicoanalisi: “Il soggetto non può ricordare tutto ciò che è stato rimosso, ma lo ripete, senza saperlo, e solo mediante il lavoro terapeutico può essere indotto a rielaborare ciò che ha vissuto, trasformando il passato in qualcosa di nuovo e consapevole” (Ricordare, ripetere e rielaborare, 1914, p. 11).
Nel confronto diretto tra Hae Sung e Nora a passeggio per New York e nella ricostituzione di quella intimità dal sapore infantile, la narrazione mette in scena questo processo: i protagonisti non appaiono nuovamente completamente consapevoli delle forze che li muovono, “la loro relazione coreana d’infanzia congelata nel tempo” ma attraverso il loro temporaneo riavvicinamento hanno la possibilità di elaborare ciò che è rimasto non detto e non vissuto.
All’interno di questa dinamica, spicca la figura decisiva del marito di Nora, Arthur, e del suo ruolo maturo. Pur esposto a dubbi e gelosie che riaffiorano, elicitati da questa visita, egli trova una misura che lo pone nella giusta distanza dalla vicenda, lasciando che la moglie si faccia attraversare senza intoppi nel suo riavvicinamento a Hea Sung; egli sembra configurarsi quasi come una specie di “terapeuta invisibile” nella scena.
Pur restando in secondo piano, la sua presenza e il suo ruolo sono fondamentali affinché Nora possa affrontare il ritorno del passato nella propria vita. Arthur diviene il garante di uno spazio sicuro dove il confronto tra Nora e Hae Sung possa avvenire senza che questa situazione si trasformi in una minaccia per la loro coppia. Nel momento del loro riavvicinarsi sembra affermarsi un tema della nostalgia di lei, forse in un momento di crisi nella sua vita, e suo un volere rientrare a contatto con quella parte infantile coreana che era stata forzosamente rimossa per crescere ed affermarsi nella nuova vita americana Sia la vita di Nora a New York con Arthur, sia quella potenziale solo immaginata a livello infantile a Seoul con Hae Sung, avevano una loro bellezza e validità. Nel momento in cui Nora e Hae Sung si riavvicinano, emerge con forza il tema della nostalgia che attraversa Nora.
Si tratta di una nostalgia che si manifesta probabilmente in un periodo di crisi personale, in cui Nora sente il desiderio di ritrovare quella parte che era stata sacrificata e rimossa per permetterle di crescere e affermarsi nella nuova vita costruita lontano da Seoul.
La narrazione sottolinea così come il senso di perdita e nostalgia non sia necessariamente legato a un rimpianto, ma piuttosto alla consapevolezza che ogni scelta comporta una rinuncia e, allo stesso tempo, potenzialmente può convalidare il percorso intrapreso malgrado gli inevitabili momenti di crisi.
Nonostante la separazione, sia fisica sia temporale, i due protagonisti restano pertanto uniti da un filo sottile ma tenace: il In-Yun (o inyeon), ovvero l’idea che un destino profondo, maturato e consolidato attraverso le vite precedenti, leghi le persone. Questo destino, secondo la tradizione coreana, agisce come una forza invisibile che supera il tempo e lo spazio, mantenendo vivi i legami anche quando le strade della vita sembrano definitivamente dividersi.
Cosa decideranno di fare i due bambini, divenuti adulti al momento del saluto del breve soggiorno a New York di lui? La separazione, ci dice il film, segna il destino ineluttabile dei due protagonisti. Di nuovo dunque la separazione verso la realizzazione, forse, delle loro vite. La riattualizzazione di un esito diverso sarebbe fuori tempo massimo.
Il film suggerisce infine, con delicatezza, che, anche quando le vite prendono direzioni diverse, può persistere intonso un legame profondo e indissolubile.
La regia di Celine Song sottolinea questa tensione emotiva attraverso diverse inquadrature che spesso dispongono i personaggi su alcuni piani separati o li dividono attraverso elementi architettonici. Queste scelte visive della regista sembrano rafforzare l’idea dell’impossibilità di stare insieme nel presente, ma allo stesso tempo mettono in risalto la presenza di un’affinità che resiste oltre la distanza e il tempo dentro la piega delle “Vite Passate”. Un’opera filmica che ha il dono di un tocco leggero ma nel contempo profondo e che ci ricorda il senso e la funzione fondamentale dei legami affettivi più autentici che persiste negli strati della nostra memoria, unica valida, benché dinamica, testimone della nostra identità.
Titolo originale: Past Lives
Regia: Celine Song
Anno di uscita: 2023
Paese di produzione: USA, Corea del Sud
Soggetto e sceneggiatura: Celine Song
Cast: Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro, Seung Ah Moon, Seung Min Yim
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