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Cinema e progresso

Cinema e Psyche

Orwell 2.0

Il lato oscuro del progresso

Luisa Cerqua

“La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero” (Karl Kraus)

 

Un futuro in cui la contraddittorietà dell’umana natura, sempre in conflitto tra desiderio di libertà e “voglia di fascismo” (1984), provocherà la cancellazione di libertà di pensiero e sentimento? Sembra essere questo il problematico interrogativo di Orwell 2.0 – Il lato oscuro del progresso, mediometraggio con format documentaristico (biografia/narrazione) ideato e diretto da Sabina Bologna (distrib. laF, Sky 135, On Demand, Sky Go, Chili). La visione di questo, movie insieme al complesso mosaico di testimonianze, interviste a letterati, politologi, filosofi, biografi (come Scurati, Manferlotti, D. Attenborough, Taylor etc.), funzionari di intelligence, esperti di privacy e cyber-sicurezza, offre una galleria di spezzoni filmici, foto d’epoca e letture di brani delle opere di Orwell (al secolo E. Arthur Blair 1903,1950), che danno vita a uno sfaccettato ologramma del geniale scrittore.  Luci e ombre. La testimonianza del figlio adottivo Richard Horatio Blair e la voce/ombra narrante della prima moglie Eileen (interpretata da Elena Russo Arman) integrano il racconto sull’uomo. Di madre britannica e padre anglo-indiano, Orwell nasce nel 1903 a Motihari (India) ed arriva nell’Oxfordshire a sette anni. Grazie al precoce talento ottiene la borsa di studio per laurearsi a Eton College ma resterà sempre un outsider.

 

Richard Horatio Blair

 

A vent’anni va in Birmania come ufficiale di Polizia Coloniale e scrive Giorni in Birmania (1934); nel ’36, parte volontario per la guerra di Spagna, milita nelle fila repubblicane e scrive Omaggio alla Catalogna, una cronaca di guerra alternativa alle manipolazioni della propaganda comunista di allora che non sfuggirà al sequestro del KGB. A guerra finita, tuttavia, la grande capacità ricostruttiva/mnemonica dello scrittore avrà la meglio sulla censura.  Nel ’40/’42 è speaker radiofonico di Estern Service (BBC), notiziario per ascoltatori indiani e, nel ‘44/’45, dalla Germania racconta gli ultimi giorni del Reich. Muore a Londra nel 1950 (a soli quarantasei anni) due anni dopo la stesura del suo capolavoro 1984, per complicazioni polmonari connesse al tabagismo.    

Sorprendenti sono l’attualità di pensiero e la capacità visionaria di questo pensatore, e precursore del romanzo distopico, totalmente immerso nelle contraddizioni di un periodo storico in veloce e turbolenta evoluzione. Le guerre sono sempre grandi e controversi acceleratori della storia. Orwell visse e raccontò tre guerre, come scrittore, come partigiano nella guerra civile spagnola e come reporter di due guerre mondiali. Le sue opere preavvertono e ipotizzano i sinistri possibili contraccolpi delle straordinarie accelerazioni di progresso scientifico-tecnologico (non certamente umano) generato in tempi di guerra per annientare il ‘nemico’. Rende pensabili e immaginabili gli amari risvolti della medaglia (Enola gay conclude il secondo conflitto) legati alle regressioni umane e civili che ogni guerra scatena. L’esistenza e la convivenza ‘Civile’ scompaiono quando si è in fuga dalle le bombe e in cerca di salvezza. Del resto come restare civili se brutalmente scagliati nella distruttività disumana che slatentizza la guerra? Come tornare ad essere ‘civili’ dopo l’operazione Al-Aqsa flood di recente memoria? Immagini e testimonianze da Bucha, Mariupol’, Deir Yassin, Gaza ci riempiono d’orrore. Nei laboratori scientifici di Oppenheimer, o nelle stanze dei bottoni politici, morte lutti, desertificazioni di intere città e desolazioni disperate diventano astratte come formule matematiche? Cingolani definisce “Debito cognitivo” la condizione umana di deficit che può verificarsi quando all’evoluzione scientifico-tecnologica non corrisponde più un’analoga evoluzione umana cognitiva e psicoemotiva. Se questo accade c’è rischio di una grande confusione, afferma Cingolani, tra: “…ciò che è semplice da usare e ciò che non è facile da imparare... c’è accesso a una quantità di informazioni gratuite e mancanza di una logica e di una cultura – aggiungerei di un’etica - per poterle utilizzare al meglio” (R. Cingolani, intervista di C. Buoncristiani per il CPdR).  

 

 

Torna in mente l’aforisma di Krauss “La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Ora ci vorrebbe il pensiero “, che potrebbe essere parafrasato dicendo: “La libertà di conoscenza ce l’abbiamo. Ora ci vorrebbero menti desiderose di conoscenza”. La parola progresso (progrèdi) indica il percorso verso gradi superiori di civiltà, umanità, autoconsapevolezza e sapere eppure, paradossalmente, pregressio et regressio coesistono e ogni avanzamento comporta il suo contrario. Possiamo vedere che quando la velocità di innovazione invenzione e scoperta è superiore a quella dell’evoluzione umana di massa, cognitiva psicoemotiva ed etica, il progresso può generare distopie, diventare fonte d’esclusione e creare sacche d’emarginazione sociale da cui emergono impreviste risposte e oscure gerarchie di poteri oppositivi e rabbiosi per i quali “… arroganza, ignoranza e volgarità… sono garanzia di successo”. (H. Arendt). Dopo Hiroshima non è plausibile utilizzare il concetto di progresso in modo ingenuo o neutro. L’immagine di un terrorista islamico che imbraccia l’ultimo modello del micidiale Browning M2 affiancata all’avveniristica skyline di Dubai offre forse garanzie di progresso?  

 

George Orwell nel fumetto di Christin e Verdier 

 

La distopica visione orwelliana sembra oggi sostanziarsi in inquietanti forme di fascio-comunismi dittatoriali e integralismi, religiosi e laici, basati sull’illibertà e sulla manipolazione dell’informazione di massa, sul controllo del pensiero o sulla minaccia atomica, sull’uso di fake news o del terrore, sul controllo della privacy (polizia morale/Grande fratello) e sull’uso del ‘bipensiero’(doublethink) quale veicolo di verità opposte che si elidono: «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza», «Chi controlla il passato controlla il futuro.» E “La mente gli scivolò nel mondo labirintico del bipensiero. Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo ad entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla…” (Orwell, 1984). L’uso alterato di parola pensiero e informazione che purtroppo contraddistingue i totalitarismi moderni sembrerebbe inverare la pessimistica locuzione spengleriana: “…un tempo non era permesso pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace” (Il tramonto dell’occidente, O. Spengler, 1971). Definiamo Scoperta incontrare qualcosa che ignoravamo esistesse (l’America, l’inconscio, il DNA) e definiamo Invenzione i dispositivi tecnologici che trasformano i modi di vivere. Telescopio, stampa, motore a scoppio o digitale, hanno velocizzato i modi di comunicare, spostarsi e produrre così come la bomba al fosforo e il nucleare hanno velocizzato e incrudelito i modi di sterminare. Dalla clava al Robot, dalle biotecniche all’intelligenza artificiale i primati umani sono incessanti; va a Orwell il primato di aver visto anzitempo come da accelerazioni di progresso violente possano scaturire forme di potere dispotiche e alienanti che piegano ai loro fini illiberali scoperte invenzioni, innovazioni e rivoluzioni sociali.  

La fattoria degli animali è infatti una satira beffarda della rivoluzione bolscevica presto virata in totalitarismo; Animal Farm: A Fairy Story fu scritto tra il 1943/1944 e pubblicato solo dopo la fine dell’alleanza anglo russa (1945). Si ispirava al terribile reportage giornalistico del gallese Gareth Jones, avventuratosi clandestinamente in territorio ucraino durante il periodo delle così dette grandi riforme (1932/33). È su quello stesso reportage che la regista Agnieszka Holland basa il film L’ombra di Stalin-Mr.Jones  uscito nel 2019, e disponibile su Sky. Orwell però racconta in forma allegorica la realtà delll’Holodomor - holod (fame, carestia) e moryty, (uccidere-affamare) - causato dalla politica sovietica di forzata collettivizzazione dell’agricoltura. L’imposizione di quell’ideologico astratto ‘progresso sociale’, causò lo sterminio di quattro milioni di ucraini (1931/’33), quasi due milioni di cosacchi del Kuban e altrettanti russi. Si arrivò al cannibalismo.  

 

 

1984 invece guarda al futuro e profetizza una realtà post catastrofe nucleare in cui il progresso scientifico offre al potere dittatoriale il destro di ridurre l’uomo a cosa e l’esistenza a sterile lotta per sottrarsi al giogo disumanizzante di un Grande Fratello che, in luogo di libertà verità e amore, pone slogan e dittatura della propaganda. “La libertà non è un beneficio della cultura” sottolineava Freud, (Il disagio della civiltà, 1930). C’è una paradossale ineliminabile tensione tra civiltà, progresso e individuo. Prendiamo atto che il progresso di cultura, conoscenza e sviluppo scientifico /tecnologico non ha ridotto il potenziale distruttivo umano, lo ha arricchito. Come Orwell, con le debite differenze, anche Freud aveva attraversato le due guerre mondiali e tratteggiato una possibile prospettiva pessimistica del progresso civile, individuale e sociale. Il processo di civilizzazione implica costi psichici elevati e coercizione degli istinti e del principio di piacere. Rinuncia pulsionale e repressione delle pulsioni sessuali, inibizione delle tendenze aggressive, rappresentano il nostro tributo all’incivilimento. Ciononostante, istinti primitivi mai sopiti e pulsioni istintuali slegate seguitano a coesistere e co-agire con i movimenti evolutivi promotori del progresso umano. I fattori di deterioramento della civiltà quindi appartengono all’individuo stesso e alla sua modalità di stare nella Kultur. Agio e disagio ‘nella civiltà’.  

(Freud, Psicologia delle masse,1921)

 


Titolo originale: Orwell 2.0 Il lato oscuro del progresso

Paese di produzione/distribuzione: Italia (reperibile su Chili)

Anno: 2020

Regia: Sabina Bologna, Anna Migotto

Sceneggiatura: Sabina Bologna, Anna Migotto

Interpreti: Elena Russo Armen

 

 

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