Cinema e fluidità
Cult
Siamo abitati da voci, immagini, libri e desideri che vanno e vengono da lontano. Orlando, ma biographie politique di Paul B. Preciado assume la forma di una lettera indirizzata a Virginia Woolf.
Preciado prende, o meglio usa nell’accezione winnicottiana, il romanzo di Woolf come un oggetto vivo. Ventisei persone trans e non binarie interpretano Orlando e raccontano la propria vita. Il risultato non è un docu-film “sul” genere, né un film “sulla” transizione: è una scena collettiva in cui la biografia individuale appare per ciò che è sempre stata: una composizione storica, politica, familiare e fantasmatica. Nessuno diventa sé stesso da solo. Nessuno ha un corpo prima dello sguardo dell’altro, della lingua e delle immagini che lo rendono leggibile oppure mostruoso.
Preciado pluralizza Orlando. Il personaggio di Woolf smette di essere solo una figura singolare che attraversa epoche e ambienti e si fa costellazione. Orlando è molti corpi, molte età, molte voci, molti modi di portare sul volto l’urto tra ciò che si sente di essere e ciò che un mondo consente di essere. Woolf aveva già dato figurabilità poetica a un’esistenza che attraversa i generi e i secoli. Preciado sposta quella metamorfosi nel presente: oggi Orlando passa per documenti, diagnosi, protocolli, autorizzazioni, sguardi clinici. Attraversa una macchina sociale che produce i corpi come riconoscibili o irriconoscibili.

Il docu-film incontra la psicoanalisi su una questione cruciale. Il problema per lo psicoanalista non è mai decidere quale “sia” il genere di una persona, come se si trattasse di individuare una sostanza profonda dell’identità, ma chiedersi come il genere contribuisca alla vita psichica di quella persona: che cosa consente di legare, separare, trasformare, rendere vivibile? Come Spinoza chiedeva che cosa può un corpo, il film chiede che cosa può il genere quando diventa pratica di soggettivazione.
La scena con lo psichiatra è centrale nel documentario. La sua figura dovrebbe autorizzare il viaggio, certificare la transizione, rendere praticabile un passaggio. Ma riconoscere significa anche classificare; autorizzare significa ridurre il movimento a una traiettoria prevista. Il sistema burocratico statale tollera la transizione a condizione che abbia una destinazione binaria. Il soggetto viene ascoltato nella misura in cui accetta di rispondere alla domanda del dispositivo legale: che cosa sei?
È qui che si può introdurre la nozione di fantasma politico. Non semplicemente il fantasma individuale, con le sue scene inconsce, e nemmeno soltanto la trasmissione familiare, con i suoi mandati e segreti. Il fantasma politico è la matrice affettiva e semiotica attraverso cui un’epoca stabilisce quali forme di vita possono essere immaginate, nominate, desiderate, riconosciute. È la scena impersonale che precede il soggetto e gli offre parti recitabili, volti possibili, posture tollerabili. Il film mostra proprio questo: non esiste biografia trans separabile dalle condizioni storiche del suo apparire.
Per questo il cinema risulta un medium particolarmente efficace, rendendo visibile il modo in cui ogni corpo è già preso in una grammatica dello sguardo. Il volto diventa una superficie decisiva. Che cosa guardiamo quando guardiamo un volto? Cerchiamo un uomo, una donna, un’età, una coerenza? Deleuze e Guattari hanno chiamato “viseità” questa funzione culturale: il viso non è un dato naturale, ma una macchina di codificazione.
I volti degli Orlando non vengono offerti allo spettatore come prove d’identità, ma come superfici in transizione. Il testosterone non è presentato soltanto come elemento farmacologico, ma come attante materiale-semiotico: modifica voce, tratti, pelle, percezione del sé, e il modo in cui il mondo risponde a quel corpo. Gli ormoni non “spiegano” il soggetto, ma partecipano alla sua composizione.

Questo consente di comprendere uno snodo importante: la transizione non coincide necessariamente con il passaggio da un’identità a un’altra. Può essere, quando il campo lo permette, una caesura nel senso bioniano, come osserva Dana Amir nella sua lettura dell’Orlando di Woolf: ceasura è una frattura che non cancella la continuità, ma trasforma il tempo psichico senza ridurlo a taglio dissociativo. Scena dopo scena, il film lavora perché la transizione resti attraversamento, non produzione di un’identità finalmente leggibile.
Anche Winnicott ci aiuta a pensare questo passaggio. Il gioco non è un ornamento della vita psichica, ma il luogo in cui il soggetto può trovare forme non ancora stabilizzate di esistenza. Il genere, nel film, appare come gioco serissimo: area transizionale dove qualcosa può essere provato senza essere subito fissato. Vestiti, nomi, posture, voci, immagini di sé possono diventare teatro difensivo, certo; ma anche spazio potenziale. Anche il gioco è costruito, eppure è uno dei luoghi più veri dell’esperienza umana.
Dire che il genere è un processo psichico mai fissato una volta per tutte significa dire che qualcosa che elude il paradigma della definizione identitaria e sospende la scelta binaria che obbliga a decidere tra due termini già dati. Gli Orlando di Preciado non chiedono una ulteriore terza casella da barrare. Piuttosto mettono in crisi la macchina stessa delle caselle.

Questa interrogazione riguarda anche la psicoanalisi. Quando l’analista ascolta una soggettività trans o non binaria come eccezione da spiegare, conferma il dispositivo che pretende di analizzare. Quando riduce il genere a difesa, ribellione o adattamento, senza interrogare il controtransfert e il fantasma politico che rende alcune vite più difficili da pensare, perde la sua vocazione. Se invece sostiene il movimento senza saturarlo, la psicoanalisi ritrova la sua dimensione radicale: ascoltare le forme impreviste attraverso cui una vita tenta di diventare vivibile.
Forse è questa la lettera che Preciado invia a Virginia Woolf: il tuo Orlando non era un personaggio, era una politica della trasformazione. A noi, spettatori e analisti, resta il compito più difficile: non chiedere troppo presto a Orlando che cosa sia. Guardare, ascoltare, sostare nel passaggio. Lasciare che il viaggio non venga subito trasformato in diagnosi, categoria, destino. Lasciare che Orlando continui a scrivere.
Titolo originale: Orlando, ma biographie politique
Titolo italiano: Orlando
Paese di produzione: Francia
Anno: 2023
Regia: Paul B. Preciado
Musica: Clara Deshayes
Cast: Paul B. Preciado, Oscar S. Miller, Janis Sahraoui, Liz Christin, Elios Levy, Victor Marzouk, Frédéric Pierrot, Virginie Despentes.
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