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Cinema e confini

Festival

Oltre i confini tra cura e creatività

S-Cambiamo il Mondo VIII edizione

Barbara Massimilla

L’Associazione DUN è una ETS fondata nel 2015 da psicoanalisti, psicoterapeuti, psichiatri, antropologi e artisti impegnati nelle cure gratuite ai migranti e ai rifugiati. “DUN” è una parola armena che significa casa, abitazione, focolare: un nome simbolico per rappresentare il diritto di esistere di popoli che sono stati oggetto di genocidio e discriminazioni di ogni genere. DUN offre così un luogo di ascolto, di riconoscimento e di cura a chi appartiene a diverse etnie, per ricostruire la propria casa interiore attraverso l’incontro con l’altro, la riflessione psicologica e la creatività. L’obiettivo specifico consiste nell’affrontare il disagio psicologico connesso ai traumi subiti nella terra d’origine, nel percorso migratorio e nel paese ospitante, con le conseguenti difficoltà di integrazione nelle nuove realtà sociali. Il metodo multidisciplinare adottato, personalizzato sulle esigenze del singolo paziente, è quello di intrecciare di continuo il gesto creativo alla conoscenza di sé, alla cura e all’elaborazione dei traumi. Il percorso di terapia individuale e/o di gruppo si associa a diversi laboratori di espressione creativa, in particolare nel campo dello storytelling, degli audio-visivi, dell’arte cinematografica, delle attività artigianali quali quelle legate alla sartoria e alla cucina etnica.

 

 

Il momento storico che stiamo vivendo in Europa, caratterizzato da politiche espulsive e divisorie improntate all’odio, motivano la nostra Associazione a intraprendere progetti culturali ispirati ai valori dell’accoglienza, dell’uguaglianza, dell’etica e della non violenza per contrastare le discriminazioni verso diverse etnie. L’obiettivo generale che motiva il progetto stesso è dunque quello di valorizzare il fenomeno migratorio come simbolo di contaminazione feconda tra i popoli, attraverso la creazione di gruppi multietnici che possano facilitare gli scambi interculturali sul piano dell’empatia, del rispetto e della solidarietà.

 

La storia di Souleymane di Boris Lojkine, 2024

 

Ogni persona viene seguita con programmi personalizzati ad hoc dall’equipe di DUN nel rispetto dei propri desideri e bisogni esistenziali; nel dispositivo della cura i laboratori sono preziosi osservatori che interagiscono con la terapia psicologica individuale, arricchendola attraverso l’elaborazione delle dinamiche di gruppo. Uno dei principi alla base del modello è infatti quello della contaminazione, della massima apertura all’ascolto di ogni singola vita, delle origini e delle descrizioni del luogo e della realtà di provenienza di ciascun partecipante. Vite messe a contatto e in dialogo con le vite degli altri, all’interno del contenitore protetto dell’Associazione, nel quale la mescolanza tra etnie si riformula in termini di scambi arricchenti, di conoscenza e rispetto reciproco, di maggior consapevolezza e affetto verso la propria specifica identità culturale. Questo modo di lavorare ha come obiettivo quello di creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità: solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione, compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi dei laboratori creativi, è possibile riemergere dal naufragio identitario patito a causa dei traumi, lenendo le ferite psicologiche e ricostruendo una linea di speranza, continuità, vitalità e progettualità.

 

 

 

DUN ha concepito nel suo modello un dispositivo specifico connesso all’arte cinematografica, che permette di integrare alla riflessione psicoanalitica i linguaggi filmici. In particolare, ha ideato e prodotto il documentario Gift (2019), i cortometraggi: Il segreto di Hamida (2018), Intrecci (2022), Welcome to the river (2024).

Numerose inoltre le iniziative artistiche e creative, gli incontri culturali, eventi e la rassegna cinematografica annuale sul tema dell’intercultura e della migrazione: S-cambiamo il mondo. Giunta alla sua IX edizione in programma presso la Casa del Cinema di Roma, 20 e 21 giugno 2026. La rassegna ha sempre per obiettivo quello di promuovere attraverso il cinema sociale una profonda riflessione sul tema dell’etica delle relazioni umane e dell’uguaglianza dei diritti di tutti. Offre un’opportunità di grande visibilità per la presenza di un vasto pubblico e per la partecipazione di artisti importanti, di politici e di studiosi su temi legati all’intercultura: è infatti stata ospitata dalla Cineteca Nazionale, dal Museo MAXXI, dalla Casa del Cinema, con i patrocini di Amnesty International Italia, UNHCR, Associazione Italiana Psicologia Analitica, Società Psicoanalitica Italiana, Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Regione Lazio, e con il sostegno di Fondazione Migrantes (main sponsor), Fondazione Intesa San Paolo, Progetto Europeo Erasmus+.

La scelta dei film vuole coinvolgere, provocare emozioni, e offrire spunti riguardo al sociale, alla responsabilità civile ed etica nel promuovere l’uguaglianza tra i generi, al valore della coesistenza tra le culture e i popoli, al fine di sensibilizzare alla bellezza dell’incontro con l’Altro e con altri mondi.

 

La testimone - Shahed di Nader Sayevar, 2024

 

Il concept dei progetti e del metodo interdisciplinare che DUN adotta attinge alla etnopsicoanalisi e all’antropologia. La psicologia analitica di Jung con il suo culto per l’immaginale e il mondo mitologico e archetipico rappresenta un riferimento prezioso nel nostro attraversare le culture del mondo sempre alla ricerca di analogie e connessioni. Ci corrisponde sul piano etico e politico la visione filosofica di Édouard Glissant, uno dei maggiori intellettuali caraibici che sostiene la tesi che il mondo ineludibilmente si creolizza, che le culture del mondo, messe in contatto, cambiano scambiando tra loro, ed è importante che oltre l’orrore delle guerre, si realizzino anche i progressi della coscienza e della speranza, affinché l’umanità di oggi abbandoni, se pur con difficoltà, la convinzione molto radicata che l’identità di un essere sia valida e riconoscibile solo se esclude l’identità di ogni altro essere.

 

“Nel panorama attuale del mondo non è più possibile legare l’identità a un’unica radice, ed è necessario entrare nella verità della creolizzazione del mondo, di un’identità che comporta un’apertura all’altro. Soltanto una poetica della Relazione, un Immaginario, ci permetterà di ‘comprendere’ queste fasi e i rapporti tra le situazioni dei popoli nel mondo d’oggi, e ci autorizzerà, forse, a tentare di uscire dalla prigione in cui ci troviamo” (Édouard Glissant, Introduzione a una poetica del Diverso, Meltemi, 2020).

 

Il mio giardino persiano di Maryam Moqadam, Behtash Sanaeeha, 2024

 

Formare la mente a una visione interculturale riguarda dunque la “decolonizzazione dello sguardo”, dopo secoli di colonialismo si respira in una parte dell’umanità e specialmente nella ricerca artistica come nella letteratura, il bisogno di creare un altro ordine delle cose, di materializzare una dimensione etica capace di intrecciare a tutto raggio reti di persone, reti di cose, reti di simboli nella realtà mondo. Tematiche universali che precorrono il futuro lavorando su più fronti per educare le generazioni alla coesistenza creativa e pacifica. Questa idea – di intrecciare nei Laboratori artistici con donne migranti i linguaggi creativi delle diverse culture, trasmettendo liberamente le memorie delle origini ai manufatti realizzati da ogni partecipante, così come trasmettere attraverso l’arte cinematografica testimonianze di vite e culture che difendono il loro diritto ad esistere – provoca emotivamente un sentimento generativo, un movimento di erranza, la gioia di una completezza identitaria che unisce il luogo da cui si proviene a quello di accoglienza, la propria terra alle altre, in senso metaforico al tessuto della Diversità del “Tutto-mondo” di cui parla Édouard Glissant. La nostra intenzione progettuale consiste nel far interagire ‘il caos del Tutto-mondo’ in un ordine creativo dove le tracce culturali si ibridano in nuove sintesi pur mantenendo la loro specificità.

 

 

Opporsi all’eurocentrismo occidentale per mettere il focus sulla molteplicità, sulla pluralità delle culture. La diversità non è semplice differenza ma apertura alla pluralità che abita ogni identità. Rinunciare a una parte di sé che si abbandona all’altro… avvicinarsi all’altro senza trasformarsi in lui, mantenendo la propria identità, metafora della coesistenza tra i popoli e della preziosa relazione tra loro.

In un periodo storico definito drammaticamente dell’antropocene, che nel caso del fenomeno migratorio vede una grave emorragia di umanità, è necessario farsi promotori del pensiero arcipelagico della Solidarietà e dello Scambio per incentivare il formarsi di quella rete di culture e di voci che si incontrano e si toccano, creando una influenza l’uno sull’altro. Formare ed educare specialmente le giovani generazioni ad avvicinarsi all’altro senza trasformarsi in lui, per abbandonare quelle certezze immutabili espulsive del diverso, in favore di una accettazione gioiosa della realtà in cui viviamo fatta di costante mutamento, relazione e scambio. Comprendere che tale interazione è un arricchimento, nessuno perde la propria identità, si tratta in sostanza di un ‘dislocamento’ fruttuoso.

Dobbiamo dunque dare un senso al Caos Mondo, non esiste più una unità riduttrice, dobbiamo avere la forza immaginaria e utopica di capire che il caos non è il caos apocalittico della fine del mondo, ma diventa contenitore di senso quando se ne concepiscono tutti gli elementi come ugualmente necessari… nell’incontro con le culture del mondo bisogna avere la forza immaginaria, visionaria, di comprendere che tutte le culture esercitano allo stesso tempo una forza di unità e di diversità liberatrici. “Quello che crea il Tutto-Mondo è la poetica stessa di questa Relazione che permette di sublimare, attraverso la conoscenza del sé e del tutto, sia la sofferenza che l’accettazione, il negativo e il positivo” (Édouard Glissant, Introduzione a una poetica del Diverso, Meltemi).

 

La presentazione pubblica del progetto “Migrare nell’arte: cura, creatività, cinema. Formare la mente a una visione interculturale” vincitore del bando di Fondazione Migrantes 2025, dedicato al campo della sostenibilità e solidarietà ai migranti è avvenuta durante la rassegna cinematografica interculturale S-Cambiamo il Mondo VIII edizione che si è svolta il 21 e 22 giugno 2025, presso la Casa del Cinema a Villa Borghese in Roma, con la partecipazione attiva di oltre 700 spettatori in due giorni. S-Cambiamo il Mondo promuove l’incontro e il dialogo, attivando emozioni e provocando cambiamenti e trasformazioni positive nel proprio modo di sentire, di pensare e di essere attraverso: il cinema, la musica e stimolando l’espressione creativa che anima con passione da un decennio i Laboratori multietnici DUN.

Oltre alle proiezioni dei film sono intervenute personalità del mondo politico e religioso come Erica Battaglia presidente VI commissione Cultura di Roma Capitale e Pierpaolo Felicolo direttore di Migrantes, Riccardo Noury portavoce di Amnesty Italia.

In presenza del regista Mimmo Calopresti è stato proiettato il documentario Cutro, Calabria, Italia vincitore dei Nastri d’Argento 2025 nella sezione cinema del reale. “Cutro Calabria Italia non è solo un documentario – afferma il regista – che non vuole far dimenticare, ma anche la straordinaria partecipazione dei calabresi a cercare di dare solidarietà a quella povera gente che arrivava dalla Turchia. È il cinema che si fa realtà, per poter condividere il bisogno delle persone di un’umanità che nessuno può spegnere”.

A seguire un omaggio a Franco Battiato con la partecipazione del compositore e musicista Paolo Buonvino e una interpretazione live delle canzoni più famose e simboliche di Battiato come Povera patria e La Cura.

Quest’anno per la prima volta è stato istituito il Premio DUN Diritti Umani e consegnato a suor Rita Giaretta e Joy Ezechiel: in forma di opere del pittore artista Leonardo Albrigo e con una donazione a Casa del Magnificat fondata da Rita Giaretta nella capitale.

Con il patrocinio della Associazione CETEC teatro e carcere e della Fondazione Fo Rame è stato presentato al pubblico il monologo scritto da Franca Rame Lo stupro a segnalare l’urgenza di porre fine alla violenza di genere con l’attrice Gilberta Crispino.

I film di questo anno sono stati di forte impatto emotivo sulla migrazione e sulla violenza di genere, costruendo un mix cinematografico di grande valore sociale e artistico. Tutti i film sono stati pluripremiati nei più importanti Festival internazionali, a molti dei quali è stato conferito anche il riconoscimento del patrocinio di Amnesty International Italia e Francia. Alcuni titoli: Manas di Marianna Brennand (2024) un film necessario contro la violenza sessuale, di genere, lo sfruttamento verso l’infanzia. La storia di Souleymane di Boris Lojkine (2024), un film che segnala l’urgenza di gestire eticamente le migrazioni, come un diritto inalienabile degli esseri umani, nel rispetto assoluto della loro dignità, offrendo reali possibilità di integrazione. La testimone di Nader Saeivar (2024) sul desiderio di indipendenza delle donne iraniane che non covano vendetta contro gli uomini, ma aspirano a lottare per il pieno riconoscimento della libertà e dei propri diritti. Io sono ancora qui di Walter Salles (2024), Per non dimenticare mai che negli anni Sessanta e Settanta si sono verificati frequenti colpi di stato in Argentina, Brasile, Cile, Uruguay come in molti altri Paesi del Centro e del Sudamerica portando al potere capi militari e violente dittature. Tutti gli oppositori dei regimi venivano torturati, condannati a morte senza processo, fatti scomparire nel nulla. Un film politico che descrive il coraggio e l’amore di Eunice Paiva, una donna straordinaria impegnata per una vita nella ricerca della verità. Il mio giardino persiano di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha (2024), l’incontro tra una donna e un uomo non più giovani avviene nello spazio poetico e umbratile di un giardino di cedri. In poche ore vivono momenti di gioiosa spensieratezza, mentre si nascondono nell’intimità domestica per proteggersi dai vicini, dallo sguardo repressivo del regime iraniano.
Da anni la rassegna dedica una sezione alla Palestina e nell’ultima edizione è stato proiettato il Premio Oscar No other land di Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal, Rachel Szor (2024). Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, documenta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, situato nell’area di Hebron in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane (IDF), per costruirci un poligono di tiro e una zona d’addestramento militare. Un’ingiunzione della Corte suprema di Israele ha infatti respinto un ricorso pluridecennale dei suoi abitanti contro questa decisione, non riconoscendo l’esistenza di Masafer Yatta sebbene il villaggio sia attestato sulle carte geografiche dal XIX secolo. Il 26 febbraio 2024, durante il suo discorso di accettazione del premio per il miglior documentario vinto al 74° Festival di Berlino, il co-regista Yuval Abraham ha dichiarato: “Io e Basel [Adra, co-regista del documentario] abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo uguali. Io sono sottoposto al diritto civile, Basel al diritto militare. Viviamo a 30 minuti di distanza, ma io posso votare e Basel no. Io sono libero di andare dove voglio, Basel come milioni di palestinesi è rinchiuso nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid tra di noi, questa disuguaglianza, deve finire”.

Infine nel corso di tutta la rassegna i soci DUN hanno interpretato un reading con le poesie di scrittori Palestinesi da Gaza, per ribadire il diritto di esistenza del popolo palestinese, per seminare speranza in maniera artistica e poetica… per una Pace vera. 

 

 

 

 

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