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Cinema e separazioni

Approfondimento

Nuremberg

La separazione delle coscienze: Göring, Kelley e l’enigma della banalità del male

Adelia Lucattini

I film sull’Olocausto sono da anni un genere a sé. Un genere ben codificato tanto da rendere complicato, oggi, rappresentare qualcosa di nuovo senza scivolare nella ripetizione o in un genere di scuola. Eppure, i registi continuano a cimentarsi, per urgenza morale, dovere storico, per l’aura di difficoltà e prestigio che circonda ogni buon racconto della tragedia della Shoah.

Nuremberg (2025), il nuovo film scritto e diretto da James Vanderbilt, entra in questo territorio con un cast di eccellenza. La storia ruota attorno al processo di Norimberga e in particolare alla figura di Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe, e di Douglas Kelley (Rami Malek), lo psichiatra americano incaricato di valutare la capacità di sostenere un processo, dei gerarchi nazisti, prima delle loro deposizioni. 

Il film si ispira al libro biografico Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, che a sua volta riporta al testo più importante di Kelley: 22 Cells in Nuremberg (1947), una testimonianza diretta scritta dal medico dopo aver esaminato per mesi nel carcere dove erano detenuti, i principali imputati.

Il materiale narrativo è potentissimo. Le domande inevitabili sono perché questo il film sia necessario ancora oggi e come riesce a raccontare ciò che si promette.

La risposta più immediata è storica: il film arriva nell’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale e dell’avvio dei processi. Ma la scelta non è solo commemorativa. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti e in Europa, antisemitismo, nostalgie fasciste e retoriche suprematiste hanno cessato di essere manifestazioni dai margini estremisti e minoritari, e hanno iniziato a riemergere nello spazio pubblico, spesso alimentate da social media, propaganda e nuove forme di radicalizzazione.

In questo contesto, Nuremberg sembra muoversi più come una lezione urgente di storia e un’opera cinematografica fiduciosa nella propria capacità di raccontare. Il film vuole ricordare, avvertire, mettere in guardia senza cadere nel didascalismo ma tralasciando un approfondimento storico più dettagliato.

 

 

La scelta di mettere al centro Douglas Kelley è un’idea brillante e restituisce il giusto ruolo allo psichiatra che dà un volto scientifico alla “banalità del male” descritta da  Hannah Arendt. Le aule di tribunale sono state raccontate molte volte; l’angolazione clinica, invece, offre un accesso raro e potenzialmente esplosivo: la possibilità di osservare i gerarchi nazisti non come simboli storici, ma come soggetti, consapevoli e responsabili delle proprie aberranti azioni.

Nel film, il dott. Kelley, psichiatra U.S. Army che si occupa dei militari affetti da shell shock, arriva a Norimberga con una convinzione etica forte: se si riuscisse a “definire psicologicamente il male”, si potrebbe impedirne il ritorno. 

Ed è qui che il materiale originale di Kelley si fa più interessante: 22 Cells in Nuremberg non racconta la scoperta di una follia ma l’opposto. Kelley non trova “mostri” clinicamente aberranti. Trova uomini spesso lucidi, strategici, seduttivi, sadici, dotati di difese psicologiche efficacissime piegate al raggiungimento e mantenimento del potere e dei correlati privilegi socioeconomici.

 

Quella che Kelly anche nel film cerca di evocare è la banalità del male, anni prima che Hannah Arendt coniasse la formula. La sua rappresentazione nel cinema, fa vedere al grande pubblico questa banalità in azione. Russell Crowe interpreta un Göring elegante, controllato, quasi viscosamente affabile, in un inglese con un impeccabile accento tedesco. È un Göring che conosce il proprio potere anche scenico, anche in prigionia continua a vivere ritenendo che il mondo sia il grande palcoscenico di cui è il protagonista assoluto.

Il film insiste sul fatto che Göring sia manipolatorio e narcisista, lo stesso Kelley lo afferma più volte, e suggerisce al Procuratore statunitense Robert Jackson (Michael Shannon) di usare quel narcisismo durante il controinterrogatorio.

In una lettura psicoanalitica, Göring si manifesta per la sua capacità di occupare l’altro, di sedurre, di destabilizzare, di imporre una gerarchia invisibile, appare più come un bieco opportunista in cui il patriottismo, l’antisemitismo e la devozione verso Hitler, motivate da una smisurata ambizione ed egoismo. Il risultato un Göring non è solo storicamente riconoscibile ma psicologicamente ben tratteggiato.

L’idea centrale di Nuremberg è la possibilità di raccontare non solo il processo, ma il funzionamento mentale del male. Il focus dello psichiatra Kelley non è soltanto diagnosticare una patologia mentale nei nazisti ma anche comprendere come la psiche può sopportare l’orrore. Nello svolgimento della narrazione, individua sia delle difese sia una precisa strategia manipolatoria. 

Accanto a scissione: separare l’atto dalla responsabilità morale; diniego: “non sapevo”, “obbedivo ad ordini”; razionalizzazione: trasformare l’omicidio in burocrazia; idealizzazione: l’ideologia assunta come un falso Super-Io esterno che autorizza, ordina, disumanizza l’Altro, ridotto a “stuck”, pezzo, numero, come ben descrive Primo Levi in Se questo è un uomo (1947).

Questo è ciò che rende il film inquietante, disturbante e incredibilmente contemporaneo poiché mostra come la mente possa normalizzare il disumano. 

 

 

La prima metà è dominata dal duello psicologico tra Kelley e Göring. La seconda metà diventa si sviluppa anche come un classico courtroom drama che segue i passaggi del processo, aggiunge sottotrame, inserisce altri imputati e introduce un modello nascente di diritto internazionale.

A un certo punto, viene rivelato che il soldato dell’U.S. Army, interprete che supporta Kelley è ebreo, tedesco, fuggito dal Nazismo e poi arruolatosi per combattere in Europa. È una svolta narrativa potente, perché porta la Shoah dentro la stanza, dentro la relazione, dentro il linguaggio.

L’esecuzione che lo rende anche un “film educativo” riesce ad essere Storia e thriller psicologico, mostrare il processo di Norimberga, monito politico e rende giustizia al dott. Kelly a cui fu proibito de facto di rendere pubbliche le sue conclusioni sulle perizie psichiatriche ai lider del regime Nazista. Come molti film su Norimberga, Nuremberg inserisce filmati d’archivio dei campi di concentramento. È un momento in cui la pellicola cambia temperatura: la vicenda integra recitazione con documentazione storica. Durante i veri processi, fu proiettato un film di 52 minuti che mostrava crematori, fosse comuni, corpi, Vanderbilt decide di usare un estratto e di mostrare quel materiale terrificate agli attori, per la prima volta, direttamente sul set, in modo da catturare reazioni autentiche. Il risultato è potente e rivelatore: è come se il film avesse bisogno della realtà per ottenere ciò che la sceneggiatura non riesce a produrre da sola. L’archivio dà peso e valorizza l’estetica lucida, i dialoghi esplicativi e la caratterizzazione approfondita dei personaggi.

 

Il confronto è inevitabile con Judgment at Nuremberg del 1961 di Stanley Kramer, e la miniserie  Nuremberg del 2000 diretta dal regista canadese Yves Simoneau. Il primo del 1961 acconta uno dei processi secondari di Norimberga, in cui alcuni giudici tedeschi vengono accusati di aver applicato e legittimato le leggi razziali naziste. Il film mette in scena il confronto tra giustizia, responsabilità individuale e colpa collettiva della società tedesca dopo il nazismo. Attraverso testimonianze e interrogatori, il processo diventa una riflessione morale sul rapporto tra legge, coscienza e potere.  Più vicina è la miniserie del 2000 Nuremberg, ricostruisce i processi di Norimberga dopo la Seconda guerra mondiale e si basa sul libro Nuremberg: Infamy on Trial dello storico Joseph E. Persico. Anche qui lì Göring è centrale, ma la differenza è sostanziale, mostra un Göring più apertamente ideologico, più esplicitamente antisemita, più aggressivo nella logica razzista. Nel materiale originale, Kelley è una figura tragicamente moderna: un medico già traumatizzato dal lavoro con i soldati affetti da disturbo post traumatico senza alcuna supervisione, né gruppo di riferimento, che entrato in contatto con l’orrore, per cercando di comprenderlo con gli strumenti della professione, resta schiacciato dalle proiezioni sadiche e distruttive dei nazisti da lui visitati, sviluppando una grave forma di depressione che, molti anni dopo, lo porterà a levar mano su di sé, tornato in patria e professionista di successo, con una bella famiglia.

Il film lo rappresenta come un professionista raffinato, formato e che utilizza le visite alla moglie e figlia di Göring per studiare il contesto, antesignano delle visite domiciliari di basagliana memoria. Inoltre, il diario personale poi divenuto libro, utilizzato come supporto clinico e riflessione personale, al di là e ben oltre il compito diagnostico a lui assegnato. Erroneamente scambiato come  strumento ambizioso per ricavare una carriera accademica da quell’esperienza, nel film è ben evidenziato che sarà strumento indispensabile per il procuratore per indurre Göring a confessare pubblicamente i propri crimini vantandosene e così auto-accusandosi.  Nuremberg vuole ribadire l’avvertimento che Kelley stesso scriveva nel 1947: che il male non appartiene a una razza, non è un gene, non è una patologia rara. È una possibilità umana, se solo ve ne sono le condizioni e può di nuovo accadere, anche nelle democrazie se non adeguatamente tutelate dalla politica e soprattutto dai cittadini. 

Il film dedica il giusto tempo alla caccia a una “diagnosi dell’orrore” per accompagnare lo spettatore alla scoperta inquietante che una diagnosi non c’è. Quando, in una breve scena finale, Kelley tornato in patria, durate un programma radiofonico arriva a dire che il male è possibile anche in America, quel passaggio appare davvero una maturazione narrativa, in cui la verità necessità di essere comunicata anche se scomoda e difficile da accettare, consapevole di condannare se stesso all’isolamento e al silenzio, fino alla riscoperta del suo libro da Jack El-Hai (2005) ed alla realizzazione del film (2025) che dopo più di mezzo secolo anni, gli rendono publicamente la maritata giustizia. Come opera cinematografica, Nuremberg è spesso sia evocativo che evocativo. Il cast importante, la sceneggiatura forte, la rappresentazione intrinsecamente solenne ha molti momenti di forza, soprattutto quando la storia viene lasciata respirare e non spiegata. Per chi desidera davvero entrare nella mente di Göring, e nella zona grigia del rapporto tra clinico e criminale, probabilmente il libro di Kelley o la ricostruzione di Jack El-Hai  restano strumenti più incisivi.

Nuremberg con il potere del cinema, offre una prospettiva più potente, quella psichiatrica e la usa come cornice etica ed esperienza psichica. Il film parla del male assoluto e con il giusto garbo, riesce far avvicinare anche lo spettatore digiuno dei fatti storici legati ai lager nazisti, alla Seconda guerra mondiale e alla Shoah, rendendone possibile la comprensione senza essere sopraffatti dal dolore dell’inconcepibile e dell’orrore, permettendo l’interiorizzazione dei valori che il dott. Kelly ha difeso e per i quali si è coraggiosamente battuto anche per le generazioni future.

 

 

Titolo originale: Nuremberg

Titolo italiano: Norimberga 

Paese di produzione: Stati Uniti

Anno: 2025

Formato: Film (biografico / drammatico)

Genere: Storico / Psicologico / Processo

Lingua originale: Inglese

Ideatore / Sceneggiatura: James Vanderbilt

Regia: James Vanderbilt

Musiche: Brian Tyler

Tratto da: The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai (ispirato a 22 Cells in Nuremberg di Douglas M. Kelley)

Cast: Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, Richard E. Grant, Leo Woodall, John Slattery, Mark O’Brien, Colin Hanks, Wrenn Schmidt, Lydia Peckham, Lotte Verbeek, Andreas Pietschmann, Dieter Riesle.

 

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