Cinema e confini
Eidos-News
I popoli dell’Es è un libro che sposta. A cominciare dal titolo. L’Es smette di essere massa informe e prende la forma di una costellazione: popolazioni, greggi, sciami, tribù affettive che attraversano i corpi e le città. Tommaso Romani e Chiara Buoncristiani mettono la psicoanalisi a contatto con il suo tempo: post-umano, relazione, epigenetica, queer. Ne esce un libro elegante e combattivo, capace di parlare ai clinici e a chi osserva i movimenti del mondo.
La scommessa corre su due binari. Il primo è epistemologico: la psicoanalisi si libera dal l’ossessione rappresentativa e assume un taglio cartografico. Con Deleuze e Guattari, Haraway, Preciado e Malabou sul tavolo, la clinica si pensa come arte dei concatenamenti, studio dei dispositivi, attenzione alle forze che catturano o liberano. Si osservano intensità, si seguono linee di fuga, si disegnano diagrammi del desiderio. Il secondo binario riguarda l’inconscio: un campo transindividuale, una risonanza che registra ciò che accade nel l’epoca delle reti e degli algoritmi. Qui gli autori chiamano in causa una dimensione collettiva: l’inconscio appare come campo in risonanza che corre tra corpi, ambienti e mediazioni tecniche. Il capitolo “La E dell’Io è l’Es” offre la chiave: l’Io nasce come bordo di condensazione, superficie di transito, interfaccia che prende forma sulle popolazioni del l’Es. L’Io parla a partire da un ‘noi’ affettivo: impasti di voci maggioritarie e minoritarie, immagini, ritmi sociali. In questa prospettiva la stanza d’analisi diventa un laboratorio di ascolto corale: l’analista cartografa vortici condivisi, riconosce come i fantasmi collettivi si depositano nelle vite singolari, e lavora perché le forze in gioco trovino vie di composizione anziché di cattura. L’inconscio mostra così la sua vocazione ecologica: attraversa istituzioni, infrastrutture, piattaforme, e modella ciò che un soggetto può sentire, dire, desiderare.
Gli Autori sembrano prendere e lasciare diversi concetti, senza un territorio da dover difendere. Come riporta la copertina non propongono un’idea giusta, ma giusto un’idea che equivale a dire scommettere su un pensiero rizomatico. Come ad esempio nel lavoro “Un giorno sarà stato il futuro”. Qui prende forma il concetto di “quasi-modello schizo”: un dispositivo di lettura e intervento che preferisce il diagramma al protocollo, tratta i casi come campi in variazione, misura gli indici di cattura e le opportunità di fuga, orchestra micro-esperimenti di ritmo, postura, lessico; un modello ‘quasi’ perché resta mobile e situato, ‘schizo’ perché dà valore alla divergenza dei flussi desideranti e alla loro capacità di inventare passaggi.
Il cuore del libro batte nella formula del “fantasma politico”. Una nozione-operatore: le immagini collettive sedimentano nel l’esperienza singolare e danno forma a ciò che il soggetto può sentire, dire, temere. La stanza d’analisi incontra le piazze, i media, le infrastrutture; la pulsione trova percorsi imprevisti tra corpi e macchine. Per questo l’antispecismo funge da cerniera etico-politica: apre la scena a una soggettività più-che-umana, una convivenza di specie e di tecnologie che ridefinisce i confini del l’esperienza. La teoria queer, infine, offre la grammatica del divenire e della differenza: identità come pratica, legame come invenzione.
C’è poi la forma: gli autori scrivono insieme, e la scrittura diventa una scrittura ‘tra’. Due voci che si intrecciano fino a generare una terza voce, impersonale e ospitale. Alcuni capitoli nascono da conversazioni con altre persone — clinici, attiviste, ricercatrici — e incorporano il dialogo nella pagina. Scrivere ‘tra’ significa assumere la lingua come campo comune e praticare la teoria come gesto collettivo.
Gli autori scrivono con passo misurato e immagini precise. Affiorano scorci architettonici: i legami come ponti o recinti, i quartieri del l’anima con le loro zone franche, le piazze del desiderio che si riempiono e si svuotano. La clinica appare come urbanistica degli affetti: si aprono varchi, si disinnescano strozzature, si costruiscono passaggi minimi dove tornare a respirare. L’analista riceve uno strumento per cartografare le intensità dei pazienti oltre la famiglia e l’identificazione; chi fa politica trova una guida sobria alla composizione degli affetti collettivi.
Resta un’immagine: l’Es come costellazione ospitale. Un insieme di popolazioni che non coincide con l’individuo, e che tuttavia lo attraversa e lo sostiene. Il desiderio appare come potenza comune, capace di generare legami e forme di vita. I popoli dell’Es consegna alla psicoanalisi del presente una bussola semplice e ambiziosa: pensare la vita psichica come ecologia, praticare la cura come arte delle connessioni, abitare il tempo con immaginazione politica e precisione artigianale. C’è gusto per la digressione e per la citazione scelta, che unisce rigore e leggerezza. Vignette cliniche mostrano come uno spostamento di lingua cambi un mondo. Un risultato convincente, che invita a proseguire la ricerca. Qui, ora. Con nitore sobrio.
Riferimento bibliografico:
Titolo: I popoli dell’Es. Psicoanalisi delle mutazioni
Autori: Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani
Prefazione: Felice Cimatti
Edizioni: Mimesis
Collana: Eterotopie
Anno: 2025
Pagine: 344
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