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Cinema e fluidità

Nel film

Le favolose

La danza fluida di una trans-amicizia

Flavia Salierno

Comincia con una danza il racconto intimo di donne, amiche. Sette donne transessuali che parlano in presa diretta. Una danza ‘fluida’, che scorre come la trama del docufilm di Roberta Torre che vuole essere un viaggio nel loro mondo interno e nella loro vita complessa. 

Si presentano, e Porpora si definisce “ribelle, irriducibile sognatrice”.  La casa che accoglie le donne è il contenitore dei loro ricordi, delle loro assonanze. La vivono nuovamente, dopo averla abbandonata per anni. “Questa era la stanza dove noi ci trasformavamo, e ci vestivamo per essere favolose. Questo armadio era la nostra astronave e ci portava in mondi lontani”. 

Le Favolose racconta la storia di questo gruppo di donne trans, che si ritrova dopo molti anni per esaudire l’ultimo desiderio della loro amica Antonia, morta prematuramente.

Porpora: “Ho fatto un sogno. Antonia era qui, stava parlando. Mi diceva qualcosa ma io non capivo. Era bella, bellissima, come sempre. Però parlava del suo vestito verde”. Porpora, allora, prende il vestito verde del sogno dall’armadio-astronave. Pronta a presentarlo alle sue amiche.

Attraverso confessioni, ironia e momenti sospesi tra realtà e immaginazione, il film costruisce un racconto corale sull’identità, sulla memoria e sul bisogno profondo di essere riconosciuti e ricordati.

Il film di Roberta Torre si apre come una commemorazione e lentamente si trasforma in una seduta collettiva, una lunga analisi dell’abbandono, del desiderio di riconoscimento e della necessità quasi biologica di lasciare una traccia di sé nel mondo.

Le amiche condividono i ricordi. “Il tempo fa vedere le cose, non le cancella”. 

 

 

Guardando il film, si ha l’impressione di assistere non soltanto a un racconto cinematografico, ma a qualcosa di profondamente intimo, nell’intimità di una casa che le aveva accolte. “Eravamo state molto felici in questa casa. Ma la domanda era, siamo state felici in questa vita? “ 

Le amiche raccontano e si raccontano. Indossando vestiti, scambiandosi gioie e dolori. Tanti, questi ultimi, frutto di un mondo non pronto ad accogliere le diversità. “Eravamo tutte ben coscienti di essere altro. O comunque non conformi “. Proprio la comunanza, l’amicizia, la forza, quel sostegno necessario alla sopravvivenza psichica. E il corpo, per lo più ricoperto di abiti sgargianti. Esposto continuamente agli sguardi giudicanti e oltraggiato troppo spesso da uomini che dicevano punire quello, per punire i propri stessi desideri. 

“Il mio corpo è un atto politico. Ogni qualvolta esco di casa è un atto politico. Perché mi espongo al giudizio, la critica e alla violenza. Ho scelto di essere libera, era la libertà a un caro prezzo”. Dice una delle stesse amiche.

L’ultimo oltraggio al corpo, quello di Antonia. Vestita da uomo a forza da parenti che anche dopo la fine restano nella piena negazione della vera identità della defunta. “Alla morte bisogna arrivare vivi. Ma ad Antonia non lo hanno permesso”.

Antonia diventa allora un oggetto fantasmatico: non semplicemente una persona scomparsa, bensì il luogo psichico attorno al quale le altre costruiscono il proprio discorso identitario. Vestirla da donna diviene il vero atto rivoluzionario da parte delle sue amiche, agli occhi del mondo. “I fantasmi ci hanno sempre fatto compagnia, il fantasma di Antonia ci legava tutte”.

La forza del film sta nel fatto che questa richiesta non viene mai trasformata in manifesto ideologico. La regista lavora piuttosto sull’emozione dello spettatore. I dialoghi sembrano spesso oscillare tra confessione e recita, tra autenticità e messa in scena, ed è proprio qui che emerge una delle intuizioni più profonde del film. Le protagoniste costruiscono continuamente sé stesse attraverso il racconto, il trucco, il canto, il ricordo condiviso. 

“La prostituzione, ci ha permesso di esistere in un mondo che non ci prevedeva”. Dando possibilità di sopravvivenza anche a chi si appoggiava a quel corpo messo in vendita. 

Anche per quei fidanzati, o magari sposati altrove, e con le doppie vite.

Le Favolose mette in scena proprio il dramma di chi è stato guardato troppo a lungo come errore, e tenta disperatamente di riappropriarsi della propria immagine. Ogni racconto condiviso tra le protagoniste diventa allora una forma di rispecchiamento reciproco. “Io esisto perché tu mi ricordi”.

Eppure il film non indulge mai nel sentimentalismo. C’è una malinconia profonda che attraversa ogni scena, una consapevolezza costante della precarietà. Le risate improvvise, gli eccessi melodrammatici.

Ciò che colpisce maggiormente è il rapporto tra corpo e memoria. I corpi delle protagoniste sono segnati, vulnerabili, teatrali, stanchi, magnifici. La macchina da presa li accoglie nella loro complessità senza trasformarli in simboli astratti. Ogni gesto contiene una storia e ogni postura sembra custodire anni di esclusione e insieme di resistenza. Ma il corpo è anche luogo di desiderio, e dunque di vitalità. Le Favolose rifiuta radicalmente l’idea che il dolore debba cancellare l’erotismo o la gioia.

C’è poi un altro livello, più sotterraneo, che il film lascia affiorare lentamente: il rapporto con la famiglia originaria. Molti racconti evocano espulsioni, rifiuti, separazioni traumatiche. Le famiglie biologiche appaiono spesso incapaci di riconoscere l’identità delle protagoniste, e proprio da questa frattura nasce la necessità di costruire famiglie alternative. Il gruppo delle amiche diventa allora un contenitore affettivo, una madre collettiva capace di offrire ciò che il mondo esterno ha negato.

Verso la fine del film si avverte una sensazione paradossale. Il lutto non si chiude, ma si trasforma in presenza condivisa. Antonia continua a vivere proprio perché viene raccontata. E forse è questo il cuore più autentico di Le Favolose: la convinzione che la memoria possa essere un atto politico e insieme terapeutico. Ricordare qualcuno significa impedirne la seconda morte, quella simbolica, quella prodotta dall’oblio sociale.

Ed è proprio lì, in quella zona fragile e oscura, che il film trova la sua verità più profonda.

“Noi, tra il delirio e il dramma, abbiamo sempre scelto lo spettacolo”. 

 

Titolo originale: Le favolose
Paese di produzione: Italia
Anno: 2022
Regia: Roberta Torre
Musica: Valentino Corvino
Cast: Porpora Marcasciano, Nicole De Leo, Vera Gemma, Antonia Monopoli, Mina Cavallaro, Sofia Ferrero, Carla Vezzosi.

 

 

 

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