☰  
×
eidos

Cinema e fluidità

Cult

Laurence Anyways

L’amore al di là del gender

Flavia Salierno

“Che cosa cercate, Laurence Alia?” “Sto cercando qualcuno che capisca la mia lingua e che la parli. Qualcuno che, senza essere un reietto della società, si interroghi non solo sui diritti e il valore degli emarginati, ma sui diritti e il valore di coloro che dichiarano di essere normali.”. 

La voce fuori campo parla così, e la carrellata della macchina da presa indaga su volti di gente comune. Diversi, tra loro. L’attenzione si sposta poi su un amore. Quello che definiremmo un amore eterosessuale. Un uomo e una donna, Laurence e Fred si amano infatti profondamente e con passione. Poi succede che lui vuole diventare ciò che è sempre stata, una donna. Chiedendo alla sua compagna di vita di continuare ad amarsi, come è sempre stato. 

In Laurence Anyways, le regole che organizzano il mondo, quelle che danno forma alle identità, ai ruoli, ai significati, smettono di funzionare come prima. È come se il linguaggio stesso perdesse presa, lasciando emergere qualcosa che non si lascia più contenere nelle categorie abituali.

La storia di Laurence si colloca tra modi diversi di pensare il genere, tra registri psichici, tra ciò che può essere detto e ciò che resta eccedente rispetto al linguaggio. E, insieme, è una storia d’amore che mette continuamente alla prova l’idea stessa che l’amore possa essere ancorato a un’identità stabile. Un amore che, in qualche modo, prescinde dal genere, pur attraversandolo fino in fondo.

Quando Laurence comunica a Fred il proprio bisogno di vivere come donna, la domanda che emerge è inevitabile: “La nostra storia, allora, va tutta reinterpretata?”. Non è solo una domanda sulla relazione, ma sul senso del passato, sull’identità, sulla memoria condivisa. In un primo momento, Fred sceglie di restare, di accompagnare, di attraversare insieme quel cambiamento. Ma questa scelta apre un processo complesso, tutt’altro che lineare.

Spesso si pensa il genere come un esito: qualcosa che si struttura nel tempo, che si stabilizza attraverso identificazioni, norme interiorizzate, adattamenti più o meno riusciti. In questa prospettiva, l’identità appare come il risultato di un percorso che tende a chiudersi in una forma relativamente coerente.

Laurence incrina questa logica. Non perché rappresenti un “errore” o un fallimento, ma perché mette in discussione l’idea stessa che esista un punto di arrivo definitivo. La sua esperienza non si lascia ridurre a una deviazione: mostra piuttosto che l’identità non è mai completamente chiusa, mai definitivamente compiuta.

In questo senso, anche il genere non è un’identità piena, ma una posizione, un modo di situarsi all’interno di un sistema di significati. E tuttavia, qualcosa eccede sempre questa posizione. Una dimensione del corpo e dell’esperienza che non si lascia tradurre completamente.

Laurence abita proprio questa frattura. Da un lato, il nome assegnato, il genere attribuito, il ruolo sociale; dall’altro, un sapere più opaco, che insiste e resiste. Quando afferma, in sostanza, di essere sempre stata così, non sta descrivendo una trasformazione improvvisa, ma l’emergere di qualcosa che non aveva ancora trovato forma esprimibile. Non si tratta semplicemente di diventare, ma di lasciare apparire ciò che era già lì, senza essere rappresentabile.

Qui il pensiero di Braidotti apre uno spazio ulteriore. Il suo concetto di soggettività nomade permette di spostare la questione: il soggetto non è un’unità fissa né soltanto una costruzione discorsiva, ma un processo incarnato, materiale, in costante trasformazione. Il nomadismo non è una metafora astratta, ma una pratica di disidentificazione dalle categorie rigide, comprese quelle di genere.

In questa luce, Laurence non è qualcuno che passa da un genere all’altro, da un punto A ad un punto B. Non è una traiettoria lineare. È un movimento che destabilizza l’idea stessa che esistano punti fissi. È un divenire che rende visibile quanto le categorie siano sempre, in qualche misura, insufficienti.

Questa trasformazione, però, non riguarda solo Laurence. Si gioca anche nella relazione con Fred. L’identità non è mai completamente individuale perché prende forma nello sguardo dell’altro, nel riconoscimento reciproco. Ed è proprio qui che emerge la crisi.

“Fred, te lo devo dire, non ne posso più. Sto morendo.”, dice lui a lei. Non è una morte letterale, ma la fine di una forma di sé, di quel Laurence che Fred conosceva. “Me lo dovevi dire che sei gay”. “Non mi piacciono gli uomini. Non sono fatto per essere un uomo. È diverso. Sto rubando la vita alla donna che sono nato per essere.”

Fred non è semplicemente “la partner”: è il luogo in cui il cambiamento di Laurence diventa esperienza psichica condivisa. La sua difficoltà non è riducibile a un rifiuto o a una mancanza d’amore. È una crisi di riconoscimento.

Amare qualcuno significa anche costruirne un’immagine, una forma psichica fatta di aspettative, fantasie, identificazioni. Quando Laurence si rivela, Fred perde quella costruzione. Non perde Laurence come persona, ma perde il modo in cui lo aveva organizzato dentro di sé. Questo implica un lavoro di lutto.

Non un lutto lineare, ma un processo instabile, intrecciato al desiderio. Fred continua a desiderare Laurence, ma non riesce a collocare questo desiderio in una forma stabile. Il desiderio, infatti, non segue necessariamente le categorie identitarie. Può persistere anche quando le coordinate che lo sostenevano vengono meno.

In questo movimento, il genere non scompare, ma perde centralità. Non è più il punto attorno a cui tutto si organizza. Ciò che conta diventa la relazione singolare tra due soggetti, il modo in cui ciascuno resta, per l’altro, una domanda aperta.

La domanda stessa allora cambia: non più “qual è il vero genere del soggetto?”, ma “come il soggetto abita le categorie di genere?”. Questo implica accettare che l’identità non sia mai completamente coerente, né completamente decifrabile.

Laurence non è un enigma da risolvere. È un soggetto che rende visibile l’impossibilità stessa di una soluzione definitiva.

In questo senso, Laurence Anyways non è semplicemente un racconto di transizione. È una riflessione sulla tensione tra identità e desiderio, tra linguaggio e corpo, tra riconoscimento e perdita. E forse il suo gesto più radicale è proprio questo: non offrire una sintesi.

Come non la offre il rapporto tra Laurence e Fred. Che si perdono sotto la pressione della transizione di stato, ma si ritrovano in virtù delle loro essenze. 

Come quei vestiti che cadono dal cielo: segni senza frase, immagini senza ancoraggio, che per un attimo sfuggono alla gravità del senso.

 

 

Titolo originale: Laurence Anyways
Titolo italiano: Laurence Anyways e il desiderio di una donna
Paese di produzione: Canada / Francia
Anno: 2012
Regia: Xavier Dolan
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Musica: Noia

Cast: Melvil Poupaud, Suzanne Clément, Nathalie Baye, Monia Chokri, Yves Jacques, Sophie Faucher,
Magalie Lépine Blondeau.

 

 

Bibliografia

Braidotti, R. (2003). Soggetti nomadi. Corpo e differenza sessuale. Roma: Donzelli. (Opera originale pubblicata nel 1994)

Braidotti, R. (2014). Il postumano. Roma: DeriveApprodi. (Opera originale pubblicata nel 2013)

Butler, J. (2006). Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso”. Milano: Feltrinelli. (Opera originale pubblicata nel 1993)

Butler, J. (2013). Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dellidentità. Roma-Bari: Laterza. (Opera originale pubblicata nel 1990)

 

 

Vedi tutto il numero





La redazione è a disposizione con gli aventi diritto con in quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nelle citazioni delle fonti dei brani o delle foto riprodotti in questa rivista.