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Cinema e separazioni

Nel film

La Villa portoghese

Frammenti e ricostruzioni

Cristiana Pirrongelli

Ci sono molti modi per affrontare una perdita e ne La villa portoghese è un modo “estraniato”, un lieve stato dissociativo. Fernando è un professore di geografia colto e metodico che viene lasciato dalla moglie che sparisce senza una spiegazione né un saluto. Non volendo cercare “chi non si vuole far trovare”, la frattura interiore lo porta verso uno svotamento graduale di senso e gli fa lasciare il lavoro e la città. Non è una vera fuga dissociativa, è una scelta semi-consapevole di chi lascia la sua vita per una deriva verso qualcosa di diverso, nuovo, precario. Al posto di dolore o rabbia gli compare sul viso un’espressione sospesa, una specie di punto interrogativo che lo accompagnerà per quasi tutto il film. In una livida cittadina di mare in inverno, un luogo come un altro, conosce Manuel, un simpatico giardiniere senza famiglia ne ‘radici, felicemente giramondo. che va’ dove lo chiamano. 

 

 

In fondo “è facile …le piante chiedono così poco “gli dice Manuel. È di quest’uomo che il protagonista prenderà l’identità, recandosi al suo posto nella villa in Portogallo ove questi era atteso. Un’antica villa, un giardino, gli attrezzi, la natura che chiede poco, tempi lenti, Poco viene chiesto anche a lui, non per disinteresse ma per rispetto di uno stato fragile e frammentario. Il fatto che lui non sia chi ha detto di essere, è sottinteso per Amalia, l’enigmatica proprietaria della villa che gli porge con intelligenza gentile una sponda, un rispecchiamento senza parole, una sintonizzazione rispetto alla possibilità di “abitare gli spazi” come direbbe Philip M. Bromberg. Tutti, in quella villa, “abitano gli spazi”, i silenzi, i passaggi. Quanto di drammatico è accaduto, non viene mai veramente nominato. Le cose si sanno ma non possono essere pronunciate e forse non possono essere totalmente pensate, per citare Christopher Bollas. L’operare di Fernando/Manuel nel giardino e le sue scarne parole, bastano a creare un piccolo ordito e una trama condivisi, abitabili. Amalia, si scopre, ha conosciuto traumi e perdite: è lei a tratteggiare, con pudore, un passato violentemente reciso dalla Storia, nelle realtà coloniali. Così come recise sono state le vite dei suoi genitori. L’unico momento del film nel quale si avvertano, per un attimo, l’emozione del dolore e la nostalgia.

Sia Amalia che Manuel, in tempi e modi diversi, sono stati accolti e salvati dalla Villa portoghese come un transito, un pretesto che detta fragili regole sufficienti ad una sopravvivenza emotiva, una regola minima del vivere, 

In fondo “…è facile, la natura non chiede molto” aveva rivelato Manuel il giardiniere, Attraverso tentativi, accenni ed esperienze inattese, in Fernando la trama e l’ordito del suo dialogo interiore s’infittiscono e riprendono consistenza fino a creare la possibilità di un qualche disegno vitale, di un progetto vagheggiato: ripiantare i mandorli spazzati via da un freddo inverno di molti anni prima, nel giardino della Villa portoghese.

 

 

Titolo originale: Una quinta portuguesa

Titolo italiano: La villa portoghese

Paese di produzione: Spagna, Portogallo

Anno: 2025

Regia: Avelina Prat

Sceneggiatura: Avelina Prat

Musica: Vincent Barrière

Cast: Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katić, Rita Cabaço, Xavi Mira, Morgan Blasco.

 

 

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