☰  
×
eidos

Cinema e progresso

La Televisione

La scrittura come specchio del mondo interiore.

L’emozione nelle fiction. Dialogo tra Silvestro Lo Cascio e Sharon Sanfilippo Tabò

Silvestro Lo Cascio

Silvestro: In che cosa consiste il tuo lavoro di sceneggiatrice cinematografica?
Sharon: Lo sceneggiatore è, in sostanza, lo scrittore di un’opera cinematografica o televisiva. I film e le serie che guardiamo, nonostante siano un prodotto audiovisivo partono all’origine da un progetto scritto così come lo vediamo sullo schermo. Mi piace pensare alla figura dello sceneggiatore come un creatore di vite infinite: lui ha la fortuna di vivere non solo la sua vita, ma anche quella di tutti i suoi personaggi. È un privilegio.

S: Ci parli della tua esperienza di sceneggiatrice?
Sh: Il cinema è stata l’ultima tappa di un viaggio che mi ha portato a conoscermi davvero. Scrivo da quando ho memoria, ma non avevo mai considerato la scrittura una professione visto che era praticamente nata con me. Infatti, durante l’adolescenza, studiavo pianoforte al Conservatorio. Negli anni, però, sentivo che qualcosa non era al suo posto: mentre suonavo, la mia concentrazione non era focalizzata sullo strumento bensì sulla mente che, attraverso la musica che generavo, creava un’infinità di immagini. Così decisi di studiare regia, ma sentivo che la mia creatività era ancora limitata. Quando capii che le immagini che vedevo erano storie, compresi che la mia vera inclinazione era la sceneggiatura. Poco dopo, ad un corso di cinema a Palermo, ebbi la fortuna di conoscere Domenico Saverni, affermato sceneggiatore e regista (Don Matteo, Fantozzi, Le rose del deserto). Quell’incontro mi segnò particolarmente e mi convinse, subito dopo la laurea, a prendere uno zaino e salire una notte su un autobus che la mattina seguente mi avrebbe portato a Roma. Proprio nella Capitale sono stata, come si dice nel gergo del cinema, “a bottega” da Domenico per 5 anni. Ad oggi caro amico, collega e mentore, a lui devo tutto quello che so. 

 

Sharon Sanfilippo Tabò

 

S: Hai parlato della mente come generatrice di storie. Essendo la mente il principale oggetto di studio della psicoanalisi, credi ci possa essere una relazione tra scrittura e psicoanalisi?
Sh: Credo che la scrittura sia una sorta di psicoanalisi individuale, perché non è altro che lo specchio del nostro mondo interiore. Come un’analista, ci permette di materializzare le dinamiche inconsce e ci dà la fortunata opportunità di mescolarle armonicamente al fine di creare un prodotto emotivo che possa emozionare anche gli altri. Quindi sì, credo che ci sia una meravigliosa complementarità tra scrittura e psicoanalisi.

S: Il cinema e la serialità sono dunque in grado di mettere in evidenza i meandri della mente, così come anche le sue debolezze. Mi viene in mente la serie di successo Black Mirror che ci ha raccontato come la mente possa rimanere spesso imprigionata nel progresso tecnologico.
Sh: Sì, credo sia un ottimo esempio di prigione mentale. Black Mirror mette in scena il lato oscuro del progresso stimolandoci ad affrontare il presente attraverso un punto di vista più critico. Racconta di un possibile futuro ipertecnologico che, se da un lato ci porta alla realizzazione di desideri dapprima impossibili dall’altro ci disumanizza, rendendoci schiavi di uno “specchio nero”, geniale metafora a cui il titolo allude riferendosi allo schermo dei dispositivi tecnologici.

S: A proposito dello “specchio nero dei dispositivi elettronici” penso alla nozione di “negativo” per esempio il negativo delle pellicole fotografiche o cinematografiche, ma penso anche al “negativo” come costrutto teorizzato dallo psicoanalista Green per descrivere anche un narcisismo negativo in cui prevale un’attività di slegame e distruttività, come per esempio nella serie Black Mirror dove ogni episodio è autoconclusivo e con personaggi sempre diversi, da sceneggiatrice ti chiedo invece se hai mai pensato di scrivere una storia o un personaggio che non riesce mai a rispecchiarsi nell’altro.
Sh: Sì. Solitamente la “negatività” è associata al nemico del protagonista, che lo spettatore tende a identificare con la comune definizione del “cattivo”. Ma non per questo il “cattivo” è un personaggio meno forte o meno complesso, basti pensare all’antagonista per eccellenza: il Joker di Batman. Gli approfondimenti dei vari scrittori legati alla sua figura di sociopatico e narcisista hanno fatto sì che Joker attirasse su di sé un fascino e una curiosità tale da farlo divenire eterno, come se il male e il bene fossero due facce inseparabili della stessa medaglia. In fondo, anche nella realtà è così.

S: Ogni progresso porta con sé aspetti sia negativi che positivi. Immagino che esistano anche serie o film che mettono in risalto gli aspetti positivi dell’evoluzione tecnologica.
Sh: A tal proposito mi piacerebbe citare un mio lavoro. Si tratta di un progetto di serie di genere thriller psicologico dal titolo “Kara” e articolato in 7 puntate.
Kara è il nome dell’assistente vocale di una vasca ultratecnologica in cui la protagonista rimane intrappolata a causa di un incidente domestico. In questo caso, la tecnologia va in soccorso all’essere umano e funge da rifugio contro il mondo esterno sia dal punto di vista fisiologico, poiché aiuterà la protagonista a sopravvivere, sia dal punto di vista psicologico perché spingerà la donna, attraverso futuristiche funzionalità, a dipanare la sua matassa interiore. 

S: È una serie già in fase di sviluppo?
Sh: Non ancora. È un progetto che deve ancora vedere la luce ma in cui credo tanto e che sto cercando di “piazzare”. 

S: Oltre alla serie che ci hai nominato, ci sono altri progetti a cui stai lavorando?
Sh: Al momento sono molto contenta di lavorare allo spin off dei Puffins, una serie animata in 3D prodotta dalla ILBE (Iervolino & Lady Bacardi Entertainment) e presente sul catalogo Amazon Prime Video.

S: Ritornando a Black Mirror (sesta stagione) in particolare nell’episodio dove Joan una sera scopre per caso di essere al centro di una serie che racconta la sua stessa vita ovviamente a sua insaputa, ti chiedo in merito cosa pensi dell’utilizzo di deepfake e quindi al rischio di perdere il controllo della propria immagine?  
Sh: Il deepfake, termine con cui si intende una tecnica di riproduzione realistica dell’immagine umana (foto, video e audio creati da un’intelligenza artificiale che, partendo da contenuti reali, riesce a ricreare realisticamente una persona), può avere convenienti applicazioni in ambito artistico come ad esempio nel cinema, ma si rivela dannoso se utilizzato in altre situazioni. 
Se parliamo di vantaggi, basti pensare al largo utilizzo che se ne può fare per ringiovanire o invecchiare gli attori sullo schermo o per rendere ancora più somiglianti le controfigure. 
Il danno arriva quando questa tecnologia viene utilizzata per produrre falsi video o fake news con l’obiettivo di ricattare o diffamare: si tratta del lato oscuro della tecnologia, il rivolto della medaglia che dobbiamo mettere in conto quando festeggiamo il progresso. Nonostante la tecnologia stia avanzando anche nell’ambito della sicurezza mettendo in campo dei software per riconoscere il deepfake, credo che un altro strumento utile a contrastare il problema sia proprio l’informazione: rendere coscienti le persone dell’esistenza del deepfake e tramandare dunque il messaggio di non credere a tutto ciò che vediamo, mi sembra già un ottimo passo.

 

 

Vedi tutto il numero





La redazione è a disposizione con gli aventi diritto con in quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nelle citazioni delle fonti dei brani o delle foto riprodotti in questa rivista.