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eidos

Cinema e separazioni

Nel film

La mattina scrivo

Separarsi da un lavoro sicuro

Annabella Cerliani

 

La mattina scrivo. Una battuta semplice, sommessa, ma senza appello. Paul (Bastien Bouillon), il protagonista del film che ha questo titolo, la dice senza enfasi, ma come una sentenza, non si può venire a patti. E per scrivere ha distrutto la sua vita. Aveva una famiglia, un buon lavoro, ha lasciato tutto per poter scrivere. Questa passione lo possiede come un amore, come un vizio.

E come un vizio gli viene contestata da tutti, soprattutto dal padre (André Marcon). Lascia la casa dove viveva con la moglie Alice e i figli e il suo ottimo lavoro di fotografo, che gli permetteva una vita comoda.

La moglie se ne va, perché lei è realista: la vita ha delle esigenze tanto vale accettarlo. Per lei Paul poteva continuare come scrittore della domenica. Ma lui vuole di più da se stesso, lui sa che per scrivere bene bisogna scrivere sempre, la scrittura va praticata come una preghiera. I suoi precedenti libri hanno avuto il favore della critica, le vendite sono state discrete, ma non abbastanza per vivere con i diritti d'autore. Paul vuole tempo, tempo per scrivere. Lascia la casa e va a vivere in un monolocale, che è in realtà una brutta cantina. Nel trasloco porta poche cose con sé, e compaiono  delle fotografie istantanee fatte senza nessuna perizia, alcune sfocate, come quelle che tutti conserviamo perché legate a un momento della nostra vita, che non  hanno valore in sé, servono solo a ricordare. Non c’è traccia della bella fotografia, come se la fotografia professionale fosse un falso, dove l’abilità del fotografo serve a manipolare la realtà. Possiamo essere anonimi o bellissimi dipende dal fotografo, la fotografia professionale manipola la realtà, la ritocca, la rende accettabile. Paul forse si è sottratto a questo imbroglio.

Anche la fotografia del film fa un uso molto sapiente della luce e nasconde più che rivelare, siamo in una grande città, ma non la Parigi che conosciamo, una grande città anonima. Sempre a livello di marciapiede, come si vede la vita dal seminterrato del protagonista.  L’attore è bravissimo a raccontare solo con i mezzi toni, insicuro di se per tutto, solo abitato dalla sua passione, che non diversamente dell’alcol o la droga lo porta a stare sempre peggio. La nostra è una società che ha delle regole ferree o le segui o sei fuori, il protagonista cerca di trovarsi uno spazio ai margini. Ma quali? Lo vediamo fare i lavori più umili, i peggio pagati anche.

Come un Moloc esiste fra i non garantiti la “Piattaforma” che ti aiuta a trovare questi lavori saltuari, pagando una percentuale, è ovvio. Ha il lavoro chi chiede di meno,  una gara al ribasso fra disperati; infatti, molti dei lavoratori che vediamo col protagonista sono immigrati.

La scena dove Paul taglia l’erba di un rachitico giardinetto con la forbice è tragica ed esilarante, lui  vuole essere gentile, non discute esegue, se il padrone di casa non ha le scarpe anche lui se le leva,  come se cercasse di capire da fuori come era la sua vita prima, ma è evidente che non c'è posto in questa società per chi non l’accetta in pieno. Per il compleanno della figlia, le manda una vecchia  foto che le aveva fatto da bambina, un segno d’intesa fra di loro, ma la figlia non gradisce, l’emozione  non vale rispetto agli oggetti alla moda che le hanno fatto madre e fratello. Ovviamente l'incontro avviene rigorosamente da remoto.

Contatti personali Paul non ne ha più, al lavoro, quando non è solo, è fra disperati che non legano.  Il padre gli presta la sua vecchia auto e lui fa anche qualche servizio da autista. Sempre in una città buia,  riottosa, senza cielo. Il cielo Paul lo rivede quando va in una casa di lusso della vecchia Parigi a sradicare le piante da un balcone. Qui il padrone di casa è senza scarpe, ma non pretende che se le levi anche Paul. Basta che resti fuori sul balcone. Paul riscopre dall’alto la meraviglia della Parigi  magica dei  turisti, quella del cinema, grigi tetti di ardesia, tanto cielo e tante strade, tanta vita. Da fuori Paul vede dentro l’appartamento, la domestica, la figlia del proprietario e  anche il proprietario ognuno a fare qualcosa senza neanche avvertire la presenza degli altri, completamente assorbiti in se stessi.  Le piante da estirpare gli spezzano la schiena e Paul fa i conti con un corpo fragile che patisce la fatica e che si mette contro di lui. Ma quello che rivede entrando dalla porta di servizio nelle vite degli altri gli conferma che non era gran che quello che ha lasciato per scrivere. Però nemmeno la vita dei diseredati ha qualche valore nascosto, qualche verità, qualche segreta consolazione. L’inferno è ovunque.  

Il film non lo dice mai esplicitamente, ma silenziosamente lo grida quanto la cultura sia oggi considerata effimera e senza radici, se hai successo bene, se no, addio, non è previsto nessun salvataggio. Anche l’arte acquista cittadinanza dal successo e non esiste modo di avere tempo per costruirlo questo successo, che resta comunque l’unico valore riconosciuto. Il lavoro intellettuale è mal pagato e precario, come tagliare l’erba o demolire un tramezzo.

Si scoraggia chi scrive come chi legge, meglio evitare ogni possibilità di pensiero. Nessuno della sua famiglia ha letto i libri di Paul.

Riportando a casa dall’aeroporto una cliente, con la vecchia auto del padre, Paul ha con lei un tentativo di incontro amoroso che non riesce, tutti e due troppo soli, disperati e patetici. Paul nel ritorno in città investe un cervo. Cerca di soccorrerlo, ma non sa come fare. Gli addetti, consultati al telefono, gli spiegano che si soccorrono solo i feriti umani. Disperato dalla sofferenza del cervo Paul lo strozza con le mani. Ma nella guerra che è la sua vita la carne è preziosa. Paul la sezione e lo congela. Non si può gettare via tanta bellezza, per Paul mangiare il cervo è come un’eucarestia.   Quando il padre lo scopre non riesce a capirlo e lo prende per pazzo. Paul resta sempre più solo.   

Una sconosciuta proprietaria di un bar, Madeleine (Marie Rivière), lo ospita in uno stanzino, e Paul resta lì perché non ha nemmeno più il suo seminterrato. La donna ha letto per caso uno dei suoi taccuini, dove ci sono mescolati insieme pezzi del libro che sta scrivendo e il suo miserabile bilancio di entrate e uscite. Questo aiuto modesto, ma indispensabile viene da una sconosciuta, Alice (Virginie Ledoyen) editor da Gallimard che difende il libro di Paul senza dirlo, non solo per lui, ma anche per sé. Il libro piace all’editore (André Marcon), viene pubblicato. Vediamo Paul firmare le copie per i lettori in una libreria. Finalmente qualcuno della famiglia lo legge. Ora bisogna sperare che il libro si venda, si vedrà. Paul deve continuare i suoi lavori precari con una clientela di signore forse più gentili. Questo bellissimo film, diretto da una donna Valérie Donzelli che in un ironico rimando interpreta il ruolo della moglie, finisce così: Paul che firma copie e intanto prende appuntamenti coi suoi clienti, con un magro sorriso. Suo e nostro.

 

Titolo originale: À pied d’œuvre

Titolo italiano: La mattina scrivo

Paese di produzione: Francia

Anno: 2025

Regia: Valérie Donzelli

Soggetto: À pied d’œuvre di Franck Courtès

Sceneggiatura: Valérie Donzelli, Gilles Marchand, Franck Courtès

Musica: Jean-Michel Bernard

Cast: Bastien Bouillon, Virginie Ledoyen, André Marcon, Marie Rivière, Valérie Donzelli, Marion Lécrivain

 

 

     

 

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