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Cinema e confini

Approfondimento

La cicogna

I confini della mente nel volo del pregiudizio

Pierfrancesco Poggi

Si posò su una acacia enorme. L’aveva vista solo lei e l’avevano presa per matta.  Era una cicogna non un grizzly e pure nessuno le credeva.  Certo una cicogna da noi non si era mai vista. Aironi sì, persino quello nero. Gina non fu creduta. Anzi, da quel giorno diventò sorvegliata speciale.

Tutte le cose che diceva venivano messe sotto stretta osservazione. Non poteva permettersi una battuta o un’allusione surreale che veniva guardata con sospetto, o meglio con una certezza: che fosse andata via con la testa. Ribaltare un simile pregiudizio è pressoché impossibile. Più si cerca di apparire normali e più si diventa strani.

Una piccola tendenza alla depressione la accompagnava da sempre e si era accentuata da qualche anno e la sensazione di essere accerchiata e sotto processo l’aveva portata a un mutismo che strideva con la sua natura logorroica. E grazie a questo silenzio, nella percezione degli altri avanzava la tesi del rincoglionimento precoce.

Se s’incrociava in uno specchio si metteva una mano davanti alla faccia e scappava via. Si sgomentava. Pensava che aver lavorato tutta la vita in casa e fuori non le aveva fruttato nulla. 

Col marito era stata burbera come tutte le donne di paese. Ma sempre fedele e in fondo rispettosa. In un mondo che non la smetteva di essere rurale a dispetto delle tecnologie che avanzavano e che di sicuro non le appartenevano. Dall’apparecchio acustico del marito, che aveva lasciato volentieri andare via con lui nella cassa, ai frullatori della figlia che spappolavano tutto e ciò che ne veniva fuori era roba per gatti con la rogna o per gli sdentati.

Parlava sempre ad alta voce, un po’ a se stessa, un po’ a chi le capitava intorno.

Che Gina fosse un po’ matta l’avevano già detto da ragazza, quando rifiutò un ottimo partito per sposarsi un muratore. Un bel ragazzo prepotente, manesco, bevitore e comunista. «Lei è fatta così», dicevano. Espressione ambigua. Talvolta serve per giustificare tutto di una persona e talvolta invece per condannarla all’esclusione.

Al pranzo della domenica figli e nipoti apprezzavano quello che cucinava: pietanze antiche e laboriose, di quelle che bisogna alzarsi all’alba perché siano pronte quando con comodo arrivano tutti per mettersi a tavola, intorno all’una.

Riceveva dei “complimenti” che la imbarazzavano. Nel mondo rurale non sono contemplati e la tenerezza sembra roba da ricchi. I “signori” tra una tazza di tè e l’altra si scambiano smancerie, non le persone che si spaccano la schiena che quindi vanno per le spicce.

In quelle occasioni, le sue risposte per vincere la timidezza e il rossore finivano per essere veramente bislacche e cenni d’intesa tra le persone a tavola ribadivano il giudizio negativo sulla sua mente.

Se almeno non fosse stata così lucida tante cose non le avrebbe notate, le sarebbero passate inosservate e non dar loro peso le avrebbe evitato di rammaricarsi. Avrebbe voluto gridarlo a tutti che non era scema. Ma chi c’è di più scemo di uno che si alza al pranzo della domenica strillando che non è scemo?

La esortavano a mangiare. Ma le si chiudeva lo stomaco e non riusciva a mandare giù nulla. Anche questa inappetenza sembrava strana, visto che ogni tanto la beccavano da sola a divorare un pomodoro col sale, o una cipolla col pane. Ritorno alle origini, regressione infantile tipica di chi ha una malattia degenerativa del cervello.

Oltretutto, il suo nipote preferito, quello per cui aveva fatto tanti sacrifici e che era la luce dei suoi occhi, ogni tanto per scherzo ritirava fuori la storia della cicogna. Chissà dove aveva lanciato il neonato, si chiedeva. E perché non si era fatta rivedere.

«Che le hai detto nonna, per farla sparire?» e giù a ridere. Tutti. Senza una sola voce a difenderla.

Se fosse stato ancora vivo il suo povero marito forse le avrebbe preso le parti. Ma si ricordò che il primo a non crederle per la storia della cicogna era stato proprio lui.

Quando da bambina andava col falcetto a far l’erba per i conigli rimaneva sola nelle piane e tra i poggi. Le piaceva stare sola perché non le davano i comandi e faceva a modo proprio. Tutto con la sua testa. Quella testa il cui funzionamento oggi più di qualcuno metteva in dubbio. Anche alzarsi il vestituccio, calarsi le mutandine e far pipì con i fiori di campo che le facevano il solletico sotto le cosce le piaceva e si sentiva libera. Cantava. Allora cantare non era visto di buon occhio, perché dava un senso di leggerezza che la comunità poteva giudicare come moralità approssimativa. E poi c’era sempre un parente morto a cui portare il lutto. Bastava una prozia defunta l’anno prima.

Presto dalla famiglia l’atteggiamento di sospetto si trasferì pari pari all’esterno. Ed era sufficiente che pretendesse i pomodori un po’ più verdi o le susine un po’ più dure che la gente nel negozio si dava di gomito.

Non voleva impazzire veramente. Ma dava segni di cedimento. Se tutti avevano quella sensazione tranne lei poteva essere vero. Era convinta che il malato di mente non si accorga della propria malattia. Ma lei era sicura di sé. Provò per un periodo a non pensarci, a tornare ciarliera e a mandar giù qualcosa al pranzo domenicale. Ma nessuno si accorse del cambiamento. Figli e nipoti avevano maturato un sentimento di autodifesa. Si preparavano al peggioramento che per loro avrebbe comportato interminabili fastidi e spese. Nella sua mente qualcosa di malato si stava veramente insinuando. Pensava di farla finita. Non le piaceva vivere con tutti contro, con quella prevenzione che l’accompagnava ovunque. Qualunque cosa dicesse o facesse confermava negli altri la tesi di partenza: la demenza. Insopportabile.

E da lei ci si doveva aspettare un “peggio” non presente ma che di lì a poco sarebbe venuto. Aveva sentito bisbigliare da una nuora «casa di riposo», non sapeva a che proposito ma fu come una coltellata. Così pensò di togliere il disturbo e di scrivere una lettera.

“Scusate, ma non ce la faccio più a essere presa per intronata. Ho visto una cicogna. Era bellissima ma mi ha rovinato. Dicono che porti i bambini. A me ha portato tanto male. Scusatemi se ci sono gli sbagli nella scrittura ma quando era tempo di andare a scuola ho badato alle pecore e alle anatre. Prendo le pasticche così non si sporca niente.”

Leccò la busta, la sigillò e scelse il lunedì successivo per mettere in pratica il suo gesto estremo.

La mattina di domenica si alzò che ancora il sole non si era levato. Era di buon umore. Fece il battuto per il sugo canticchiando, e quando aggiunse la carne la fece rosolare e se ne tenne metà per il ripieno dei tordelli. Poi stese la pasta. Il pollo e il coniglio li infarinò e li mise nell’uovo a insaporirsi. In famiglia qualcuno amava il timo e altri no. Mise tanto timo fresco. Nel sugo, nel ripieno ma nel fritto ci mise il basilico che era una sua fissazione.

Sbollentò il riso per la torta. Sbatté le uova con il latte e lo zucchero. Chi non ci voleva il liquore e chi sì. Anice, Alchermes o Rum. Ognuno aveva una preferenza. Mise un po’ di tutti e tre ed esagerò con la buccia di limone grattugiata.

I ragazzi arrivarono prima del solito. Era quasi Pasqua e c’era un bel sole primaverile. Un cielo limpido e tutti i monti con le vette in vista. Una rarità dalle nostre parti. Apparecchiò in balcone aiutata dalle femmine.

«Si mangia fuori? Nonna sei proprio matta!», disse il nipote preferito e lei rise percuotendogli la spalla con un pugnetto.

Si sedettero a tavola. Il profumo della torta in forno spandeva un’aria di dolcezza in casa, mentre lì fuori all’aperto, il sugo e un deciso sentore di timo accompagnavano l’euforia della tavolata.

Gina era sorridente, leggera. Come liberata da un peso. E le era ripresa la chiacchiera. All’improvviso tutto appariva tornato normale: una di quelle belle domeniche di prima, quando c’era ancora suo marito a combattere con il volume dell’apparecchio acustico. Aleggiava un’insolita allegria.

L’acacia di fronte, quella grossa, rumoreggiava come fosse un commensale anche lei.

Lo stomaco le si era disteso e mangiò un tordello intero mentre il brusio tra le frasche si faceva più sonoro.

Dai rami uscì fuori una cicogna. Bianca, con le ali bordate di nero, spavalda, il collo lunghissimo e un grande becco rosso.

Si fece immediatamente silenzio.

I piccolini la indicarono col dito e la bocca semiaperta. Tacque il rumore delle stoviglie e un momento di magia prese la rustica comitiva.

 

 

Tutti rimasero fermi a guardarla. Si voltarono verso la nonna e poi ancora verso la cicogna. Il trampoliere spiccò il volo e divorò il cielo a falcate. Controsole apparve nero e gigantesco.

Gina abbassò lo sguardo, poi come niente fosse si versò un bicchiere di vino. Sospirò profondamente e se lo trangugiò fino in fondo. Diede un colpo di tosse. Prese il tovagliolo, si asciugò le labbra e gli occhi lucidi.

Si riprese a mangiare e quella tavolata le sembrò davvero come tanto tempo fa.

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