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Cinema e confini

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Il deserto dei tartari

Sul margine dell’attesa, il confine come prigione dell'anima

Alberto Angelini

Nell’Iliade, lo scudo di Achille forgiato da Efesto rappresenta il mondo conosciuto, circondato dal fiume Oceano. Non esiste nulla al di là di quel confine. Esso segna la distinzione tra il mondo civilizzato e quello barbarico. È una linea netta che separa l’ordine dal caos.

Ogni giorno dobbiamo combattere la paura e la voglia di superare il confine e la vita trascorre così, a volte anche vanamente. Questo tema fondante è affrontato da Valerio Zurlini ne Il deserto dei tartari, tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati.

Il tenente Giovan Battista Drogo  viene inviato presso la sperduta fortezza Bastiani. Lì, in una zona  deserta e ai bordi del confine, una guarnigione di soldati attende da anni l’arrivo di un nemico che sembra non doversi mai materializzare. I militari vivono su quello che i Romani chiamavano limes, ovvero il bordo difensivo dell’Impero, simbolo della paura verso l’esterno e della necessità di protezione. Nella fortezza Drogo rimarrà per tutta la vita. Egli è spesso rinchiuso in spazi ristretti dove, da una parte, si sente soffocare mentre, dall’altra, l'abitudine prende piede e le giornate trascorrono identiche e vuote. La sensazione di straniamento, dovuta alla quotidianità e alla costante monotonia, investe tutti i componenti della guarnigione.

La rigidità dello stile di vita militaresco si scontra però con la ribollente umanità degli abitanti della fortezza e con un susseguirsi di eventi che ne minano costantemente la stabilità, come morti, trasferimenti, tensioni e rivalità. Un ventaglio di magnifici attori interpreta il mondo maschile degli ufficiali relegati nella fortezza e incatenati alla loro gerarchia. Tutti, nella guarnigione, attendono e in effetti sperano nell’invasione dei Tartari, l’evento straordinario che potrebbe dare un senso alla loro esistenza. 

La Fortezza Bastiani rappresenta l'illusione della sicurezza e la possibilità di riempire il vuoto, mentre il deserto indica l'ignoto e l'angoscia del futuro. È il perenne abbaglio umano di fronte alla sorte incerta. Il significato è nel tempo che scorre inutilmente nell'attesa di un nemico o di un destino che non diverranno mai reali, mentre l'individuo scivola verso una fine beffarda e priva di senso. Zurlini trasforma la fortezza Bastiani e il deserto in veri e propri luoghi della mente. Gli spazi e le mura sono pieni di miraggi e minacce, desideri e timori, paure e speranze. Dominano i grigi, i marroni e i neri, sotto un cielo innaturalmente azzurro. La regia si esprime nella resa delle atmosfere, nella trasfigurazione simbolica degli spazi e nella creazione di un universo in bilico tra la forza delle immagini e uno spazio metafisico.

Nella mitologia, il confine è una soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra l’umano e il divino, tra la realtà e l’ignoto. Il confine è anche un luogo di passaggio e metamorfosi. È lì che avvengono le grandi trasformazioni: eroi che diventano semidei, uomini che sfidano il destino. Ma il confine è anche quello tra la paura e il coraggio, tra la tenacia e la resa. I cambiamenti, soprattutto quelli che non si verificano, portano a situazioni negative. Se il futuro è incerto, nessuno sa cosa può accadere dentro la propria mente e se anche se i Tartari arrivassero, avremmo il coraggio di lasciare la fortezza e combattere? Drogo s’illude di poter lottare, ma dentro di sé ha paura, non tanto del nemico quanto della sua insicurezza, che si acquieta solo fra le mura protettive del forte. Egli è  sopraffatto dalla paura di non sentirsi più a casa, protetto, riparato dai rischi del mondo esterno. Nei fatti, i Tartari sarebbero una liberazione e, per questo, sono una speranza. Drogo ha bisogno della guerra.

Freud ne L’Io e l’Es (1922) parla addirittura di una pulsione di morte che spingerebbe gli esseri umani all’odio e alla guerra. Altri psicoanalisti, come Otto Fenichel e Wilhelm Reich erano convinti che l’aggressività umana derivasse solo da una cattiva formazione all’interno di culture e società che educano alla violenza. In ogni caso, dentro alla fortezza Bastiani, non trova spazio nessun tipo di pulsione, buona o cattiva che sia. Tutto è represso e compresso dentro alle mura e dentro alle menti dei protagonisti. L’unica soluzione sembra che possa provenire solo dall’esterno: la temibile, ma liberatoria invasione dei Tartari. Essa sola, finalmente, giustificherebbe la presenza di tutti, in quel luogo remoto.

Drogo incarna l’individuo di ogni epoca, intrappolato in una vita di attesa e di speranza per qualcosa che crede esistere “oltre il confine”, ma potrebbe non arrivare mai. La quotidianità, invece, porta solitudine e alienazione. Come accade ai soldati, egli è isolato dal mondo esterno e vive in un ambiente monotono e ripetitivo. Ma questa è la condizione dell’individuo moderno, spesso alienato e disconnesso dal significato più profondo della vita. Solo la pura illusione di un destino eroico separa. Drogo dall’idea della morte. Il tempo, però, marcia sempre più velocemente, mentre gli anni della maturità si avvicendano e restano indietro. Il tempo corre e i soldati, come in ogni epoca, attendono. Ci vuole più coraggio ad aspettare che a battersi. L’attesa altera la percezione: tutti si sono dimenticati che, nel resto del mondo, gli uomini sono liberi, non indossano un’uniforme e vivono in luoghi ospitali.

Anche fra noi, la ricerca di un nemico, sia pur immaginario da poter combattere, sembra a molti il miglior mezzo per dare significato alla propria esistenza. Questo, probabilmente, è il motivo per cui chi non ha un nemico, spesso se lo inventa. In questo caso predominano sempre confini netti, “noi e loro”, che designano il colore, la religione, la cultura, le abitudini e così via.

Va detto che tutta la tradizione occidentale ha sempre cercato confini netti: mente/corpo, uomo/animale, natura/cultura. Oggi, però, la filosofia tende a esplorare proprio le zone di confine, dove queste opposizioni si sfaldano. Vladimir Ivanovič Vernadskij (1863-1945), scienziato russo, è stato tra i primi a contestare il concetto di confine rigido, sia in senso geologico, sia in senso politico. Egli sostenne che ogni confine è un insieme dinamico, permeabile e interagente. La sua concezione è opposta a quella di limen, sacro ai Romani, o all’idea delle Colonne d’Ercole dei Greci. Il confine di Vernadskij non è una linea netta, ma una zona di scambio e trasformazione. È un confine ideale che separa la realtà dai mondi utopici, come sono La città del sole di Tommaso Campanella o la Utopia di Thomas Moore, dove tutti riescono ad andare d’accordo, nonostante esistano opinioni differenti. Anche se è vero che le utopie non si realizzano, è utile che esistano e non è sbagliato sognarle.

L’epilogo del film è più sfumato, ma non meno umiliante e doloroso per Drogo. Egli, che è arrivato nella fortezza a diciotto anni, la abbandona quasi quarant’anni dopo. La narrazione indica che, per lui, il passaggio interiore tra la giovinezza e l’età adulta non è mai avvenuto.  Invecchiato e stanco, egli deve allontanarsi proprio nel momento in cui l’agognata avanzata dei Tartari sembra materializzarsi. Il finale amaro ricorda che, nel bene e nel male, il nostro tempo dell’attesa è importante come l’evento che aspettiamo.

 

Titolo originale: Il deserto dei Tartari

Paese di produzione; Italia, Francia, Germania Ovest

Anno: 1976

Regia: Valerio Zurlini

Sceneggiatura:  André-Georges Brunelin

Musiche: Ennio Morricone

Scenografia: Giancarlo Bartolini Salimbeni

Cast: Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Helmut Griem, Philippe Noiret, Fernando Rey, Laurent Terzieff, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant

 

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