☰  
×
eidos

Cinema e separazioni

Editoriale

Il cinema e i diversi volti delle separazioni

Andrea Arrighi

In ogni percorso narrativo le separazioni avvengono. Se prendiamo una qualsiasi storia rintracciamo allontanamenti dei diversi personaggi dal luogo dove sono nati, dalle persone che più amano o alle quali erano e sono più legate affettivamente. Il cosiddetto male si esprime spesso proprio  attraverso separazioni: tutto sembra andare bene, i protagonisti di una qualsiasi vicenda vivono in modo tranquillo e soddisfacente, se non felice, in un ambiente che non crea problemi. Poi improvvisamente qualcosa accade proprio sotto forma di allontanamento necessario: un lutto improvviso importante, una lettera che segnala che bisogna partire o fuggire dal proprio luogo di appartenenza, oppure la rottura di un rapporto che non soddisfa o appassiona più, due amanti che non si amano come vorrebbero o un figlio che desidera solo andarsene lontano dai genitori. Molte cosmologie e racconti mitologici di culture differenti tra loro raccontano distacchi  tra elementi prima uniti, come tra Cielo e Terra,   per creare il mondo in cui abitiamo.

La nascita individuale è segnata dal parto, una separazione  irreversibile quanto necessaria  del figlio da sua madre: se così non accade, il ventre materno si trasforma in una tomba, in quanto non ci sarebbe più spazio per colui che deve nascere e che giorno dopo giorno si sviluppa. La psicoanalisi e la psicologia contemporanea raccomandano una gestione delle separazioni che sia il più possibile creativa. Certamente nel lasciare  qualcosa o qualcuno avvertiamo sofferenza e conflitto, ma si tratta, appunto, di elaborare il lutto di una perdita in senso generale,  ad esempio, “morire come adolescenti” per  rinascere adulti consapevoli di chi siamo e cosa desideriamo, proprio grazie ai conflitti che delle figure “sufficientemente buone” ci hanno permesso di vivere, non pacificando ogni nostra protesta, ma restando costruttivamente in un  conflitto che è una delle esperienze fisiologiche  tra genitori e figli, dove l’esito positivo è proprio una separazione anche sofferta, ma  “consensuale” , positiva per entrambi, come dovrebbe essere anche  per coppie in crisi. Le separazioni, nelle loro diverse modalità di accadere,  diventano allora occasioni di rinascita, dove ognuna delle parti coinvolte si mette in gioco, non senza smarrimento e incertezza, per scoprire una nuova parte di sé che si apre a nuove possibilità e unioni che porteranno a ulteriori separazioni o riformulazioni di rapporti. In un fumetto della mia adolescenza ricordo una storia dove il protagonista lottava contro il governo dittatoriale del suo paese, proponendo delle sue teorie politiche alternative. Poi veniva ibernato e si risvegliava molto tempo dopo e scopriva che il suo pensiero era diventato famoso, al punto da essere utilizzato  come  una nuova forma di dittatura. Allora decideva di mettersi a combattere le sue teorie in quanto diventate strumento di oppressione anziché di libertà. In questo senso dovremmo intendere allora i diversi volti delle separazioni: occasioni, certamente sofferte, per reinventare chi siamo, quando un rapporto, anche con noi stessi, non ci sembra più sufficientemente  stimolante. In questo numero vedremo quindi  differenti modi di intendere e vivere il concetto di separazione. Luisa Cerqua ci illustra come la morte di un figlio,  pur restando fondamentalmente  incolmabile  assenza, nel film Hamnet  possa arrivare ad acquisire un senso attraverso una sofferenza che diventa spinta creativa per dare senso al vivere.  

In Vai e vivrai nel contributo di Anna Cordioli troviamo invece una madre che si congeda dolorosamente da suo figlio consapevole che solo lasciandolo andare lui potrà vivere come è naturale che sia. Come si diceva  prima, solo vivendo prospetticamente, seppur con dolore, un distacco dai propri figli, si permette loro di diventare a loro volta individui unici, separati dai genitori. Alberto Angelini parlando di Se mi lasci ti cancello ci ricorda che è impossibile rifiutare un trauma nel suo ricordo doloroso. Se effettivamente eliminassimo ogni traccia delle separazioni subite, avremmo una memoria ferita proprio perché anche i ricordi dolorosi costituiscono quello che siamo e servono a trasformarci anche in meglio. La psicoanalisi freudiana classica ci avverte che è proprio attraverso la ricerca del rimosso spiacevole che l’individuo non solo può curarsi ma, soprattutto, anche evolversi, diventare se stesso. A questo proposito nel celebre Blade Runner  (di R. Scott, USA, 1982) i replicanti cercano disperatamente  e tengono molto ai loro ricordi, anche se artificialmente prodotti e “innestati”  dai loro creatori umani perché danno senso alla loro esistenza che senza memoria apparirebbe totalmente vuota. Così anche nel film Past lives, analizzato da Guido Benzoni,  troviamo che il passato non sia mai del tutto sepolto, ma può sopravvivere ed essere anche ripetuto, sempre in un’ottica freudiana, quando eventi specifici riattivano processi emotivi rimasti irrisolti e non completamente elaborati. I protagonisti possono allora ripetere ed eventualmente rielaborare qualcosa di irrisolto. In Sentimental Value, nella rivisitazione  di Barbara Massimilla, notiamo  come traumi, segreti, separazioni e riavvicinamenti siano anche impressi nelle case e nei diversi oggetti in esse  contenuti. I luoghi sono quindi memoria incancellabile, schermi psichici su cui la vita interiore proietta le proprie immagini. L’importanza dei luoghi, come ambienti che permettono ricordi anche di traumi ed esperienze dolorose lo ritroviamo anche ne La villa portoghese, analizzato da Cristina Pirrongelli.  

Nel film Il gusto delle cose, Benedetto Genovesi e Samatha Van Wel  evidenziano come i protagonisti affrontino il tema della malattia e della possibile separazione godendosi il cucinare e il vivere assieme, con più passione, nei giorni che restano nella consapevolezza di una malattia, sapendo che separazioni e riavvicinamenti sono parte integrante di un’esistenza vissuta “con gusto”.

Adelia Lucattini ci parla de La notte che non passerà, una serie politicamente impegnata, che mostra come la perdita dei figli,  rimasti uccisi in  un incendio in un locale notturno, in una vicenda  simile a quanto accaduto recentemente a Crans-Montana, possa trasformarsi nella ricerca della verità in un’elaborazione collettiva del lutto. Lottare e ottenere giustizia non guarisce la ferita, ma rende il lutto “pensabile”, fa si che la separazione dai figli morti non diventi annientamento ma possa e debba  essere elaborata. Con Il Mago del Cremlino  analizzato da Riccardo Foti scopriamo la nascita di un sistema politico fondato non tanto sulla forza, quanto sulla gestione della percezione, della narrazione e della verità. Il protagonista costruisce eventi, discorsi e rappresentazioni che plasmano la realtà stessa, fino a creare un universo in cui il confine tra vero e falso si fa sempre più incerto nella sua creazione costantemente in divenire. E lui stesso da gestore si scoprirà poi manipolato a sua volta da questo sistema. Nel mio intervento parlo anche io di questo film per raccontare come ogni guerra e dittatura sia una separazione da ideali che credevamo concordati, dopo il secondo conflitto mondiale. Questo film, come altri che cito relativi a conflitti e dittature  passate e presenti, sono quindi un avvertimento, un ricordarci che il passato più cruento, se non elaborato, potrebbe ritornare in forme simili con governi particolarmente autoritari  che crescono anche  grazie a questo potere di creare la realtà attraverso i social e internet in generale. Utile è allora ricordare anche le rielaborazioni di vicende come quella del tribunale di Norimberga, come nel contributo sul film Nurnberg di Adelia Lucattini. Chi si occupa di creare quella  cultura che dovrebbe aiutare a ripensare e rielaborare l’attualità,  spesso vive la separazione dalla propria famiglia e da una buona parte della società. E’ quanto accade al protagonista di La mattina scrivo, analizzato da Annabella Cerliani, che mostra la fatica di vivere quasi solamente di scrittura e cultura. L’eros cerca comunque di vincere sempre sulle separazioni brutali e sulla morte, lo vediamo anche nelle storie passionali ma illusorie come quelle raccontate nel film Anora che viene giustamente accostato da Antonella Dugo  al classico Le notti di Cabiria (1957, Italia)  di Fellini, dove la protagonista sopravvive dolorosamente a traumatiche delusioni sentimentali. E a proposito di amore, nel film La grazia, analizzato da Chiara Buoncristiani,  si vede che il contrario della separazione non è l’amore ma il congelamento. La grazia consiste, invece,  nel lasciare andare senza cancellare, elaborare un lutto senza tradire l’intensità del legame. Anche l’amore, per restare vivo dentro di noi, deve poter morire bene. Queste sintetiche introduzioni di alcuni contributi spero possano aver dato un’idea generale dei tanti volti del concetto di separazione e dei modi in cui può diventare possibilità di naufragio psichico o di rinascita e riformulazione  di se stessi e dei valori che si crede utili per una convivenza civile tra coppie, persone ma anche tra culture e nazioni.

 

 

Vedi tutto il numero





La redazione è a disposizione con gli aventi diritto con in quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nelle citazioni delle fonti dei brani o delle foto riprodotti in questa rivista.