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eidos

Cinema e progresso

Approfondimento

Il cinema delle nuove registe

Il loro sguardo sul mondo di oggi

Antonella Dugo

Il mestiere del regista è sempre stato considerato un lavoro maschile in quanto figura autorevole, di comando e capace di ottenere rispetto da tutte le maestranze senza mettere in discussione la sua competenza. In questi ultimi anni si sta affermando la presenza di film diretti da donne che riescono ad arrivare al grande pubblico, sia nelle sale che nelle piattaforme televisive. Forte è stata la presenza femminile nei circuiti dei festival, dove non solo hanno vinto premi ma hanno dato prova di saper realizzare film di qualità e di successo. Anche se realizzano i propri film con produzioni europee e statunitensi, la provenienza delle donne registe copre quasi tutti i paesi, dal Nord Africa, al Medio Oriente, all’Asia, all’Est europeo, eccetera, aspetto a mio avviso molto interessante, che trova riscontro nei loro film, dove pur usando tecniche e generi consolidati, offrono contenuti in cui sono presenti le loro radici e le loro storie, dando vita a una globalizzazione culturale che arricchisce tutto il cinema. Tra i molti film realizzati nel 2022-2023 ho scelto di esaminarne quattro che ritengo più significativi nell’indicare le tendenze di cambiamento in bene o in male della nostra contemporaneità.
Anatomia di una caduta di Justine Triet (2023), Past lives di Celine Song (2023), Il caftano blu di Maryam Touzani (2023) e Barbie di Greta Gerwig (2022).


Anatomia di una caduta.
Nella loro baita sulle montagne svizzere innevate, Sandra, famosa scrittrice di romanzi di successo, sta rilasciando un’intervista ad una giovane studentessa che ne ammira il lavoro. La scrittrice non sembra desiderare di rispondere alle domande, vuole rilassarsi, bere del vino e rivolgere lei delle domande alla ragazza che la incuriosisce. Improvvisamente si accende una musica a forte volume e la conversazione tra le due donne diventa difficile, e dopo aver detto che la musica serve al marito per lavorare, Sandra chiede di interrompere l’incontro e di spostarlo a Ginevra. La ragazza se ne va, mentre la musica continua vediamo Daniel, il figlio ipovedente di undici anni della coppia che, accompagnato dal suo cane guida, sta tornando a casa dopo aver fatto una passeggiata tra i boschi; arrivato sotto casa Daniel vede, sdraiato sulla neve, il corpo del padre Samuel, caduto dalla finestra, con il cranio spaccato, in una pozza di sangue. La polizia apre un’inchiesta sul suicidio o omicidio di Samuel, e Sandra, unica presente in casa sarà accusata e processata. 
Inizia così il film di Justine Triet, che usa la forma del legal thriller per raccontare e osservare una relazione di coppia in tutte le sue contraddizioni, verità e finzioni, nella perdita della condivisione e nel bisogno dell’altro come capro espiatorio. Durante il dibattimento conosciamo, attraverso gli interrogatori di Sandra, la sua storia coniugale con Samuel, iniziata con un grande amore e fascinazione reciproca, che di fronte alle difficoltà economiche e di lavoro, darà inizio ad un allontanamento, che in seguito, con un incidente accaduto a Daniel, produrrà ferite e sensi di colpa, tali da portare ad una totale incomprensione e litigi continui: due realtà parallele. Nella coppia Sandra-Samuel vi è tuttavia un elemento che diverge dal modello della tradizionale coppia uomo-donna comunemente intesa. Assistiamo infatti ad un ribaltamento dei ruoli: Sandra è una persona forte, si sente realizzata, impegnata nel suo lavoro di scrittrice e traduttrice al quale dedica tutto il tempo necessario. Con il figlio Daniel non si sente in colpa, cerca di aiutarlo a non sentire il peso dell’handicap e a vivere come un bambino della sua età, confessa però di aver pensato Samuel colpevole. Samuel, bravo insegnante, aspirante scrittore senza successo, si sente in colpa per l’incidente del figlio, doveva andare a prenderlo a scuola, ha incaricato un’altra persona e Daniel è stato investito perdendo la vista; egli si occupa quotidianamente del figlio e della sua giornata, ed attribuisce alla moglie le sue difficoltà a scrivere per mancanza di tempo, ritiene Sandra egoista e disattenta nei suoi confronti. Sandra è una donna che crea squilibrio, nel vivere la sua libertà e nella sua volontà di eguaglianza e non di sacrificio e dedizione in nome dell’amore. Per questo Sandra sarà sospettata, non essere madre e moglie secondo i canoni tradizionali, significa essere una donna fredda ed egoista, quindi capace di tutto. Nel corso del processo emergerà un altro tema importante, quello del labirinto della verità. Ogni protagonista ha la sua, che oscilla tra realtà, ricordi e omissioni; ogni dichiarazione, ogni confessione fatta parla molte lingue ed in un tribunale si arriva solo ad affermare una verità processuale, cioè una verità possibile, prossima al vero, ma la complessità di ciò che accade all’interno di una coppia è difficile da tradurre in verità incontrovertibile. Di certo c’è solo la morte e la fine di una relazione. 
Altro tema presente tra le righe del film: la crisi e la distruttività si scatena quando ci si allontana o quando ci si avvicina troppo (simbiosi)? La presenza della montagna che fa da sfondo alla storia sembra rappresentare un limite non più valicabile, ed un rimanere chiusi all’interno lontani dal mondo e dalle altre relazioni. 
La risposta che la Triet dà al suo film è la testimonianza di Daniel, il bambino, che affermando la sua verità, va oltre e apre al futuro.


 

Past lives
Celine Song, nel suo primo lungometraggio Past lives narra una storia basata anche sulla sua esperienza di emigrata dalla Corea del Sud in Canada prima e poi negli Stati Uniti, dove ha realizzato il suo desiderio di scrivere per vivere. Lasciare il proprio paese, perdere le proprie radici, la propria lingua è una prova dolorosa e difficile per una ragazzina che non trova più i suoi punti di riferimento interni ed esterni, e che dovrà crescere e rinascere in un nuovo mondo. I protagonisti del film Na-young e Hang-seo, due ragazzi della scuola media che stanno vivendo il loro primo amore, quando la famiglia di Na deve trasferirsi da Seoul a NewYork sono costretti affrontare un distacco che cambierà la vita di entrambi.
Girato come un melò, romanzo sentimentale, la regista segue le vicissitudini dei due ragazzi, che riescono a incontrarsi dopo dodici anni via Skype, ma vista l’impossibilità di stare insieme, Na interrompe la relazione a distanza, ma dopo altri dodici anni il ragazzo decide di andare a New York per una vacanza di una settimana ed incontrare Na, che, inserita nella nuova realtà, ha un lavoro che le piace e promettente, ha un marito americano, anche il suo nome è cambiato, ora si chiama Nora. Al contrario Hang-seo è rimasto ancorato al ricordo del loro primo amore e crede e spera di poterlo far rivivere. Il marito di Nora, con l’arrivo di Hang, sembra confuso e prova sentimenti di vicinanza con Hang, si crea così un triangolo, dove tutti e tre i protagonisti hanno dubbi e rimpianti e si chiedono se la storia avrebbe potuto essere diversa e quali sono i sentimenti di ognuno rispetto al passato. È la figura di Nora che rende il film attuale e contemporaneo: donna sensibile, vulnerabile, che dopo un difficile apprendistato, ha imparato a fare scelte anche dolorose. Il cambiamento, andare in un altro paese, è visto nella sua complessità di perdita, di dolore, ma anche di nuove opportunità. Il tema del film è quello di vita e destino e di come anche l’amore sia soggetto e condizionato dai cambiamenti, ma attraverso la figura principale di Nora la regista pone il problema di come trasformazioni e scelte vedranno l’amore non più assoluto ma anche esso soggetto a cambiamento. Nora è una giovane donna consapevole del tempo che è passato e delle rinunce e delle perdite che ha dovuto affrontare. La scena più significativa del film è, a mio avviso, quella dell’incontro tra Nora e Hang-seo a New York. Mentre Nora, appena vede Hang, esprime felicità ed affetto, il ragazzo, emozionato e confuso, sembra troppo immerso nel passato ed incapace di vivere il presente.

 

Il caftano blu di Maryam Touzani, 2023.

Il Caftano blu
Flm diretto da Maryam Touzani, è fortemente segnato dallo stile e dall’idea di cinema della sua autrice. Il tempo della narrazione attraverso la macchina da presa è lento, si avvicina ai personaggi Halim e Mina, coppia non più giovane, li osserva senza fretta, cogliendone, attraverso gli sguardi, le emozioni trattenute ed i pensieri nascosti, dando loro il tempo necessario di riconoscerli ed esprimerli. Pause ed attese fanno partecipare gli spettatori ad una storia raccontata con i corpi, le mani, i silenzi e gli sguardi; con questa modalità entriamo nella relazione tra Halim, un Maleem, eccellente sarto e ricamatore di caftani e Mina, sua moglie, aiutante alle prese con la clientela che protesta e rivendica il lavoro in tempi brevi. Mina protegge il marito nel suo lavoro attento, accurato che richiede tempi lunghi ed anche nel suo segreto, un negato desiderio omosessuale, che Halim cerca di combattere per vergogna e per non offendere la moglie (l’omosessualità in Marocco è proibita e punita con la prigione). Mina sembra avere il controllo della relazione, ed affronta il mondo, mentre Halim è fragile, si chiude nel suo lavoro, realizzando abiti, “che può mostrare alla luce del giorno, dove ha imparato a vivere in clandestinità” (Touzani). Film raffinato e profondo, un piccolo capolavoro che ci regala una sorprendente lezione d’amore: la capacità dei due protagonisti che, messi in crisi dall’entrata in scena del terzo, il giovane aiutante Youssef, che attrae fortemente Halim e fa nascere la gelosia in Mina, di riuscire ad aiutare l’altro e ad affrontare le proprie paure. Non c’è scontro né rottura tra loro, ma il tentativo di reagire all’arrivo del ragazzo Youssef come ad un evento che può portare un chiarimento nella loro relazione, nel rispetto e nell’accettazione dell’altro e della sua dignità. Entrambi diventeranno lentamente consapevoli della propria condizione, Mina della propria malattia terminale, Halim della propria omosessualità. Si prenderanno cura uno dell’altro come sempre ma con una diversa consapevolezza e leggerezza, ed è a questo punto che potranno scambiarsi una dichiarazione d’amore. 
“L’amore ma anche tutto ciò che si è disposti a fare per amore è vivo in Mina, pronta a vedere il marito finalmente felice se solo si accettasse...Mina cercherà di liberarlo per amore e per spingerlo ad amarsi” (Touzani).


Questo film sull’amore che viene dal Marocco fa riflettere sulla nostra società indubbiamente più libera ed aperta, ma dove vi è una difficoltà delle relazioni a durare nel tempo e dove frequente sembra l’infelicità e l’incomprensione. Il tempo dell’artigiano credo si possa tradurre con l’importanza di attenzione e di investimento nei confronti dell’altro, che dia la possibilità ad entrambi i componenti della coppia di esprimersi e rivelarsi secondo tempi e modalità proprie.
Guardando il film ho pensato che anche il lavoro dell’analista nella stanza di analisi è un lavoro artigianale, fatto di parole e scambi che si depositano e lentamente prenderanno forma, rivelando nel tempo una nuova ed inaspettata trasformazione di entrambi, analista e paziente. 

 

Barbie di Greta Gerwig, 2023.

 

Barbie
Greta Gerwig ci racconta il mondo di Barbie, Barbieland, dove vivono tutte le Barbie prodotte dalla Mattel, bellissime, perfette, autosufficienti e onnipotenti. Il mondo è rosa e loro sono le padrone. La nascita della bambola Barbie ha cambiato il modello femminile proposto alle bambine, prima c’erano i bambolotti con le carrozzine, le pentoline, l’asse da stiro, l’invito alle bambine era quello di giocare alla mamma e alla casalinga. Con Barbie (anni ’60) il modello proposto dalla Mattel, in sintonia con le fantasie ed i desideri delle nuove madri per le figlie, è quello del corpo bello senza difetti, che sa valorizzarsi, mostrarsi, avere successo e ricchezza, diventare modelle, attrici, cantanti. Le bambine molto piccole amavano giocare con la Barbie per diventare belle come la mamma, avere tanti vestiti da sera e sposare il principe, le tante versioni di Barbie sembravano dare la certezza che crescendo le bambine sarebbero diventate come una di quelle: belle, perfette e magre. La Gerwig nel film dice molte cose, troppe, vuole lanciare messaggi politically correct ma, a mio avviso, esagera: Barbie femminista è un non senso. Tuttavia, coglie aspetti interessanti nel passaggio dal mondo di Barbie alla realtà. L’adolescente che odia Barbie, perché si sente brutta e grassa, e non sopporta la madre che ne parla con rimpianto, la presenza del maschile, degli uomini nel mondo reale mentre a Barbieland Ken è un ragazzo bello ma inutile, dominato dalle donne. La Gerwig vede Barbieland come matriarcato e il mondo reale come patriarcato.
Barbie è una bambola o una serie di bambole con le quali bambine di diverse generazioni hanno amato giocare e, al di là della sociologia, credo che in barbie le bambine riconoscessero un corpo femminile formato, sessuato, con cui costruire storie ed esprimere il desiderio di piacere e di piacersi, desiderare di avere un corpo adulto bello, da curare e da mostrare è un esercizio narcisistico che rassicura sulla loro crescita, giocando all’esplorazione di un mondo esclusivamente femminile, maschi esclusi, nel tentativo di impararne i trucchi ed i segreti. Stereotipo? Si! Ogni epoca ha avuto ed avrà modelli di riferimento e di idealizzazione del femminile come li ha per il maschile e come si avranno per il nuovo modello gender. Giocare con la Barbie è una fase della prima infanzia, dove le bambine cercano identificazioni che, attraverso il gioco elaborano, poi abbandonano per passare a una fase successiva. Nel suo film la Gerwig porta Barbie nel mondo reale in un confronto divertente, ma chiude trasformando Barbie in donna, umana. Non sono d’accordo: Barbie non è Pinocchio, che è una favola, è un giocattolo con il quale le bambine raccontano la loro favola, poi si annoiano ed abbandonano. Barbie finirà in una scatola in cantina, le bambine diventeranno donne con i brufoli e la cellulite, ma se ne faranno una ragione. 

 

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