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Cinema e confini

Cinema e Psyche

Il ballo dei 41

I lievi confini dell’amore

Adelia Lucattini

Il ballo dei 41 (2020), diretto da David Pablos, riporta alla memoria collettiva lo scandalo che, nel 1901, scosse Città del Messico quando quarantuno uomini appartenenti all’élite politica, economica e culturale, furono sorpresi durante un ballo privato e brutalmente arrestati poiché vestiti con abiti femminili. Quell’episodio, consegnato alla storia come il “Caso dei 41”, costituì la prima occasione in cui l’omosessualità, fino ad allora relegata ai margini del dicibile, emerse nello spazio pubblico; ma lo fece sotto il segno infamante della vergogna, del dileggio e della discriminazione, anziché come una declinazione legittima e vitale dell’amore umano.

Il film si colloca in un contesto storico dominato dal Porfiriato, l’epoca di governo autoritario del presidente Porfirio Díaz, in cui l’apparente modernizzazione e l’apertura all’influenza francese convivevano con una rigida morale borghese e con un sistema politico repressivo. La raffinatezza dei salotti, la precisione delle etichette sociali e l’ossessione per la rettitudine si rivelano mere cornici estetiche che celano un nucleo di intolleranza e violenza. È in questa atmosfera, segnata da sfarzo e ipocrisia, che la vicenda prende forma, mostrando la distanza abissale tra la bellezza apparente della società e la brutalità con cui essa reprime ogni forma di dissenso e diversità etichettandole come “deviazioni” dalla morale.

 

La vicenda narrata nella pellicola, si colloca in un quadro legale ambiguo e repressivo, al tempo non esisteva in Messico una legge che punisse esplicitamente l’omosessualità o l’atto omosessuale tra uomini. Tuttavia, il regime porfiriano fece ricorso a norme generiche, come i delitti contro la «moralità» o contro le «buone costumanze», per criminalizzare ogni comportamento ritenuto deviante. In mancanza di una norma specifica, l’autorità giudiziaria e la polizia applicavano questi articoli vaghi del Codice penale del tempo per giustificare arresti arbitrari, punizioni extragiudiziarie e misure di umiliazione. Le vittime non venivano processate in un tribunale con piena garanzia di difesa, ma spesso venivano sottoposte a pene sommarie, obbligate a lavori forzati o deportate.

La stampa messicana ebbe un ruolo decisivo nel trasformare un fatto in scandalo nazionale. I giornali descrissero la redada (la retata) come una sopraffazione morale e mediatrice del disordine sociale, enfatizzando l’imbarazzo dei colti protagonisti e dipingendoli come “invertidos”, maricones o “uomini effeminati”. Le illustrazioni satiriche, i versi umoristici e i pamphlet contribuirono a fissare nell’immaginario collettivo l’associazione tra il numero “41” e ciò che allora si considerava “corruzione morale”, nel volgere di pochi giorni, “41” divenne un epiteto stigmatizzante, evitato nei numeri civici, nei documenti ufficiali e perfino nei titoli di giornale, il feticcio del pregiudizio.

Lo scrittore Carlos Monsiváis, nel 2002, riflettendo sull’evento, afferma che a seguito di quell’episodio, l’omosessualità venne per la prima volta nominata, rappresentata e resa visibile nello spazio pubblico messicano. In questo senso, l’“inventare” l’omosessualità come questione pubblica divenne parte stessa dello scandalo, il giornalismo e la satira reificarono e costruirono la categoria dell’“invertido” come cifra della colpa.

 

Il regista David Pablos sviluppa la storia attorno alla figura di Ignacio de la Torre y Mier (Alfonso Herrera), uomo ambizioso e affascinante, che suggella il proprio ingresso nei circoli del potere sposando Amada Díaz (Mabel Cadena), figlia del presidente messicano. Ignacio, apparentemente sicuro e privilegiato, si rivela in realtà prigioniero di un destino bifronte, da un lato la rispettabilità coniugale e il prestigio politico che lo vincolano a una società rigidamente eteronormativa; dall’altro, l’irrefrenabile desiderio di verità e conoscenza, che lo spinge verso il club clandestino dei 41, spazio segreto e insieme sacrale in cui l’amore può manifestarsi senza maschere e attraverso il gioco e l’arte, dal travestimento, alla recitazione, al canto, ai giochi di società. L’incontro con il giovane avvocato Evaristo Rivas (Emiliano Zurita), visionario e idealista, risveglia in lui la possibilità di un sentimento autentico, puro e totale, ma lo trascina al tempo stesso in un conflitto insanabile, in cui l’ambizione e la libertà personale confliggono,  escludendosi a vicenda.

 

 

 

I personaggi sono delineati con una profondità psicologica che li rende specchi di passioni universali. Ignacio incarna la contraddizione di un uomo diviso tra potere e desiderio, tra maschera sociale e verità interiore: una scissione che lo logora e che riflette la condizione di chi, pur avendo raggiunto il vertice della scala sociale, si scopre irrimediabilmente vulnerabile. Amada compie un percorso di metamorfosi: da giovane donna innamorata e pronta al compromesso, si trasforma in una figura aspra, irrigidita da un adattamento impossibile e dalla disillusione, che finirà per ribaltare i rapporti di forza e diventando carnefice del marito. La scena finale, in cui Amada ad una cena mondana rivela con gelida crudeltà la morte di Evaristo, non è soltanto il gesto di una donna ferita, ma il simbolo del trionfo della maschera sulla verità, dell’odio sull’amore. Evaristo, al contrario, incarna fino all’ultimo la trasparenza del sentimento puro, dell’amore vissuto come dono, libero e sincero. Proprio per questo diviene la vittima sacrificale di una società pervasa da ipocrisia e negazione, arida e sorda, in cui sincerità e verità trovano uno spazio psichico collettivo in cui germogliare.

 

L’intreccio mostra con chiarezza come il potere si insinui nelle relazioni più intime, deformandole e corrompendole. Porfirio Díaz incarna lo sguardo paterno, persecutorio e inflessibile che controlla e punisce. Ignacio, pur protetto dal vincolo familiare, non è mai al sicuro, e la sua stessa vicinanza al trono si rivela illusoria. Amada, a sua volta, scopre di poter usare il segreto del marito come un’arma: da moglie umiliata pubblicamente si trasforma in carnefice, impadronendosi del destino dell’amante di lui. Il potere, dunque, non resta confinato ai palazzi permea la vita privata, penetra nei legami affettivi, trasforma l’amore in terreno di scontro e di sopraffazione.

Nel “club dei 41”, l’amore è gioioso, leggero, vitale: lì gli uomini possono esprimere se stessi nella danza, nel travestimento, nella complicità dei gesti e degli sguardi. È un luogo liminale, sospeso tra sogno e realtà, in cui il desiderio trova respiro. Tuttavia, quella fragile libertà è destinata a essere spezzata dalla violenza esterna. Il film consegna allo spettatore una riflessione profonda, l’amore, quando trova un luogo in cui può esprimersi liberamente, genera vita, armonia e leggerezza; quando è represso, perseguitato o manipolato, si tramuta in pulsione mortifera che lacera anche i legami più intimi.

La scena conclusiva, in cui Amada rivela con cinismo la sorte di Evaristo, concentra l’essenza dell’opera, mostra come la verità dei sentimenti, se soffocata e negata, si trasformandosi in strumento di dominio e annientamento. È un epilogo che travalica la vicenda personale dei protagonisti per diventare rappresentazione di una società intera, incapace di accogliere le differenze e per questo condannata a trasformare il desiderio in colpa, la passione in delitto, l’amore in tragedia.

 

Oggi, a distanza di oltre un secolo, Il ballo dei 41 non parla soltanto di un episodio storico messicano, ma risuona come un monito universale. Laddove l’amore è imprigionato nei confini del pregiudizio e della paura, la società non produce ordine ma disgregazione, non pace ma conflitto. La repressione dei sentimenti, lungi dal garantire stabilità, genera frattura e violenza, condannando individui e comunità a vivere nella menzogna. La forza del desiderio, se accolta, diviene energia vitale; se negata, si tramuta in una ferita che si riapre incessantemente. Il film assume un valore che trascende il contesto del Porfiriato e parla al nostro presente. In un mondo in cui le conquiste di libertà sono ancora fragili e continuamente minacciate, Il ballo dei 41 ci ricorda che la felicità non nasce dall’adeguamento cieco alla norma, ma dalla possibilità di riconoscere la pluralità dei desideri e delle identità. Il confine che separa la “normalità” dalla “devianza” è, in realtà, un costrutto culturale che, quando imposto con violenza, produce morte simbolica e reale.

Il ballo dei 41 è dunque più di un film storico, è un affresco universale che esplora i lievi, fragili e preziosi confini dell’amore, mostrando come essi possano divenire varchi verso la vita o precipizi verso la distruzione. In esso si riflette la condizione di ogni società che, incapace di accogliere la diversità, genera tragedie. È un’opera che ci invita, oggi più che mai, a scegliere la via del riconoscimento, affinché la verità del desiderio non sia più fonte di vergogna, ma radice di libertà, gioia e valori condivisi.

 

Regia: David Pablos

Sceneggiatura: Monika Revilla

Produzione: Canana Films/Netflix

Anno: 2020

Paese: Messico

Fotografia: Carolina Costa

Montaggio: Javier Campos

Interpreti principali: Alfonso Herrera, Mabel Cadena, Emiliano Zurita, Fernando Becerril, Paulina Álvarez Muñoz, Alfonso Borbolla, Roberto Duarte, Aurora Gil, Edwarda Gurrola, Óscar Serrano

 

 

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