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eidos

Cinema e fluidità

L'intervista

I sogni di Flora e di Yousi

Dialogo con Flora Andrea Bertozzi

Barbara Massimilla

Considerando la tua esperienza artistica vorrei conoscere quale visione hai sul movimento genderfluid. Nel momento storico attuale stiamo assistendo sul piano metasociale e metapsichico al crollo di molti stereotipi sulla questione dei generi. Penso che per voi giovani adulti, l’altro viene percepito importante in quanto persona, soggetto globale, voi andate ben oltre la sua identità di genere.  

Mi faccio chiamare Andrea e Flora in modo alternato. Personalmente uso tutti i pronomi, dal femminile al maschile al neutro, anche se tenderei al femminile. Penso che il genderfluid sia sempre esistito, poiché anche in passato è stato un tema attuale. Ad esempio parlando delle comunità indigene sud americane, ieri come oggi, osservando i loro criteri estetici, l’assetto della società, spesso matriarcale, la distinzione tra uomo e donna non era mai netta. Per decenni è stata negata la realtà di tutte le persone che si identificavano nello spettro non binario, oggi a tutti gli effetti la libertà di scelta viene rivendicata come un movimento politico. In passato erano presenti forme ibride, poi a causa dell’egemonia di alcune religioni – come quella cristiano-cattolica – si è passati a negare in tutti i modi le differenze che andavano oltre le distinzioni uomo donna, adesso la religione non occupa più un ruolo così dominante come in passato, pertanto si stanno rivendicando questi diritti, specialmente da parte delle generazioni dei ventenni, e dei più giovani. Credo sia un’evoluzione fondamentale. Ribadire la categoria attraverso la quale ci s’identifica, alla quale si sente di appartenere, proprio all’interno della stessa si possono rivendicare una serie di diritti. 

 

Sottolinei il fatto che esistono da sempre culture nelle quali questa differenza appare fluida, non appare rigida relativamente alla psiche, ai comportamenti. Esiste una espressività e gestualità che oscilla tra il femminile e il maschile. Pensavo anche al mondo animale dove esiste l’ermafroditismo…

Facciamo parte del mondo animale, non condivido il pensiero di tante persone che purtroppo tendono a elevare l’uomo nei confronti degli altri esseri viventi, come se l’uomo dovesse imporre sempre il proprio dominio. Resta il fatto che tutti siamo parte della natura, ne dipendiamo per la nostra sopravvivenza. Basti pensare alle piante di cui mi occupo per lavoro, basti pensare che oltre il 90% delle piante angiosperme che producono i frutti sono ermafrodite. Una grande percentuale di piante presentano sullo stesso fiore sia gli organi maschili che femminili. Le recenti scoperte sui funghi rivelano che determinate specie contengono migliaia di gameti sessuali diversi, di varianti genetiche diverse. Non voglio fare il naturalista ma ci sono molti aspetti legati all’omosessualità in molti animali, ad esempio tra i leoni, tra gli albatros, probabilmente connessi anche a fattori climatici, all’inquinamento degli oceani. Mamme albatros che dovrebbero sfamare i piccoli... quando vanno a caccia in mare per cercare il cibo per i propri piccoli capita frequentemente che restino impigliate nelle reti da pesca industriale e non facciano più ritorno, allora si formano per necessità delle coppie omogenitoriali con esemplari maschi che accudiscono i piccoli. Sono tantissimi i comportamenti che definiamo omosessuali nel mondo animale. Anche il cavalluccio marino maschio fa la gravidanza e partorisce, addirittura ciò è collegato a una serie di fattori ambientali come la temperatura, questa regola la durata della gravidanza. Alcuni documentari della BBC descrivono delle dinamiche singolari sul cambiamento di sesso, ricordo un film sul pesce pagliaccio che cambia sesso passando dal maschile al femminile, si tratta di una forma di ermafroditismo. Anche un altro pesce lungo le coste del Giappone, adotta comportamenti aggressivi in funzione dell’ambiente cambiando aspetto, per poi adattarsi. Si usa impropriamente il termine contro natura per i cambiamenti di sesso, in realtà stiamo solo leggendo questi fenomeni attraverso il nostro retaggio culturale. Gli animali invece non hanno filtri, non si attribuiscono queste etichette. Ovviamente esistono l’elemento maschile e femminile per contribuire alla diffusione della specie. Ma ci sono tanti altri casi che testimoniano il fatto che le caratteristiche degli animali possono essere diverse in termini di espressione di sessi.

 

 

Stavo pensando che Jung sottolineava a livello psichico la potenza energetica dell’ermafrodito, una immagine archetipica che include i due aspetti femminile e maschile facendoli interagire tra loro e quindi esprime un potenziale energetico più elevato della singolarità maschile o femminile. Bisogna anche tener conto che si allude a delle funzioni. Quando noi affermiamo che è in atto una esasperazione delle funzioni si configurano nella realtà il patriarcato e il matriarcato come due istanze separate e in contrapposizione all’interno di una relazione di potere. Mentre l’ibridazione tra le funzioni opposte, ma in costante dialogo, si dimostra fondamentale nella contemporaneità. La dimensione del genere che si ibrida sia sul piano psichico sia somatico rispetterebbe i cicli e la complessità della natura.

Flora, alla luce di questo cosa pensi riguardo al parlare ancora di omosessualità, oggi ha senso parlarne usando questo termine? Forse ricorrere al Fluid ci aiuta ad uscire da una dimensione troppo stretta…

Innanzitutto noi persone siamo tutt* diverse. Ci sono persone che si definiscono orgogliosamente omosessuali perché per loro asserire la propria scelta diventa molto importante all’interno della comunità LGBTQIA+, però spesso diverse persone si pongono la tua stessa domanda. A mio avviso è ancora importante dare definizioni a queste categorie per il semplice fatto che attraverso tale definizione ottengono un riconoscimento ancora necessario. Far vedere che una determinata comunità di persone esiste. Di conseguenza i diritti di queste persone devono essere rispettati, sicuramente è un modo di definirsi in quanto categoria. Di sentirsi meno sol* anche sul piano giuridico. Avere un posto nella società. Poi mi auguro anch’io a un certo punto, come sta accadendo per l’omosessualità in certi paesi e in alcuni settori, che si possa arrivare a superare il termine omosessuale. Si arriverà a quel livello solo nel momento in cui tutte le categorie verranno rispettate e non ci sarà più la necessità di etichettarle. Secondo me è troppo presto. Ad esempio c’è un crossdresser transgender che seguo, in lui/lei convivono due realtà, va in giro con abiti femminili per portare avanti la sua lotta. Cita spesso come in passato le donne in alcune culture venivano punite se indossavano i pantaloni, rischiavano di essere messe in carcere. Adesso possiamo dire tranquillamente che aspetti simili sono stati sdoganati. Finché non si fa alcun male all’altro, qualsiasi tendenza può essere manifestata liberamente. Se gli altri ti criticano è possibile che vogliano nascondere qualcosa di intimo, che non lo riconoscano come proprio, ma lo proiettino all’esterno. In particolare penso ai maschi identificati con aspetti di mascolinità tossica. Anche nelle donne può essere presente una dinamica simile. È una forma rigida del pensare, assoluta, ti porta ad avere determinate reazioni aggressive nei confronti di persone che vedi come diverse. 

 

Penso a un processo di sviluppo della coscienza che contempli una apertura, un’educazione verso una maggiore libertà: tema fondamentale per accettare molteplici forme identitarie sul genere. Voi giovani vi state rivelando molto più liberi riguardo alle vostre scelte affettive, l’ho potuto sperimentare anche nelle scuole conducendo un ciclo di incontri sull’educazione emotiva. Ho constatato che per i giovanissimi è importante la profondità della relazione che instaurano con la persona, al di là dell’identità di genere. Credo che sia una grande conquista.

È vero, di recente nelle scuole si allacciano di frequente relazioni con persone dello stesso sesso. Sicuramente l’attivismo delle associazioni LGBTQIA+ sul territorio, l’Arcigay, svolgono campagne di sensibilizzazione, tutti i temi che stanno emergendo sono opera di questi attivisti. Poi anche trovare esempi concreti nella cultura di massa come nella musica, nel cinema, di persone sensibili verso quelle comunità, penso a Madonna o Lady Gaga, si sono sempre battute per i diritti delle persone queer. Di recente Sami Smith si è definito una persona non binaria mostrandosi con fierezza con trucchi o vestiti che rispecchiano la cultura queer. È vero quello che tu dici che le giovani generazioni stanno uscendo allo scoperto, non perché stanno aumentando, ma perché non hanno più paura di esporsi grazie a molteplici fattori. Anche i social hanno contributo a sdoganare queste tematiche. Se una persona queer inizia ad avere un certo numero di followers può esporsi per quello che si sente di essere con milioni di persone, diventare anche fonte di ispirazione per altri.

 

Pensavo agli incontri sull’educazione affettiva ed emotiva nelle scuole, al fatto che molti ragazzi negli incontri congiunti hanno il coraggio di dichiararsi pubblicamente non binari.

Un’ottima cosa questa apertura, a quell’età si hanno meno filtri, si è più spontanei. Ci si sente liberi.

 

Vorrei fare un affondo sull’arte e la creatività, secondo te Flora questo tuo processo interiore è connesso alla tua capacità artistica? Ti ha aiutato? È stato liberatorio? Dunque le molteplici figure che ti abitano hanno inciso sul tuo sguardo nei confronti del reale… è molto bello che hai una speciale dedizione verso le piante e i fiori, sei anche designer dei giardini oltre che fotograf* e attore/attrice. Questa tua dimensione così improntata sui linguaggi artistici come incontra la tua visione queer?

Attraverso un’identità di genere fluida, un orientamento sessuale non conforme, ho scopert* di riuscire a sbloccare pure il lato creativo – insieme alla totalità della mia persona. Abbracciare la femminilità – vorrei sottolineare che sono fatt* sia di maschile, sia di femminile e di neutro – mi ha permesso di scoprire tali dimensioni come complementari, in continuo divenire tra loro, facilitando la mia ricerca sul piano della fotografia, del teatro, delle performance drag e della mia attività legata alle piante. Sono tutti aspetti che hanno sviluppato il mio senso estetico. 

Sono venuto in contatto a Milano con lo Spazio Alda Merini grazie alle mie foto realizzate presso la comunità LGBTQIA+, ho potuto esporle e collaborare con loro. La fotografia mi ha permesso di tirar fuori la mia identità non binaria e avere uno specchio con cui confrontarmi; di riflettermi in alcuni aspetti degli altri che riconoscevo parti di me stess*. Le tematiche comuni hanno costruito legami forti tra me e l’altr*. È stato un progetto sia artistico che umano, l’ho denominato La liberazione del genere, si tratta di aspetti sempre uniti dentro di me. Vedere le foto stampate e la mostra queer prendere forma, mi ha permesso di essere soddisfatta del mio lavoro, di continuare a organizzare eventi su questi temi. Nessuno dei miei gesti artistici è fine a se stesso, provo un incentivo a ideare nuovi progetti, ad esempio mi piace interagire con le famiglie Arcobaleno. Ho coinvolto persone che fanno le Drag Queen* per realizzare un laboratorio con i bambini delle famiglie Arcobaleno. È stato bello creare questi eventi di cultura queer. 

Riguardo al teatro insieme ad altre due artiste abbiamo fondato il trio delle Queer Queens, con loro porto in scena tematiche politiche. Il nome è stato scelto per affermare un’appartenenza, ho sviluppato con il trio una maggior confidenza in me stess*, mi ha permesso di superare le paure legate ad esibirmi pubblicamente come performer, di confrontarmi con il giudizio altrui. Quindi l’aspetto personale e quello artistico sono sempre connessi. Il drag di per sé nasce come forma di protesta politica contro un sistema rigido che tenta di imporre solo due generi. Anche la scelta dei vestiti da portare in scena, tutta la fase del trucco e dell’acconciatura sono aspetti che vanno ad aggiungere un tassello. 

Quando mi preparo ed esibisco come figura femminile, sento proprio vibrare dentro di me una energia particolare. Questa energia direi sia femminile che maschile riesco a portarla nella recitazione, come se aggiungesse una ricchezza alla mia persona, mi facesse sentire bene, mi permettesse di esprimere in modo più completo la mia interiorità. 

La più grande passione resta in ogni caso quella per le piante. Mi sento molto conness* con la natura, spero che sia così anche per gli altri abitanti del pianeta. Sento che fa parte di me, ci sono molto legat*, non so spiegarlo razionalmente… la natura ha la capacità di detronizzare le differenze attribuite ai generi. Non è etichettabile, come se trascendesse gli aspetti binari. Se dovessi mescolare la mia identità – in senso ibrido – con la natura mi verrebbero in mente i progetti che realizzo attraverso la composizione di piante di specie diverse, quando le abbino tra loro a seconda delle forme, delle tipologie, i colori, i fiori. Le piante sono forme d’arte mi aiutano a sviluppare la mia estetica, hanno una bellezza tutta propria che bisogna saper interpretare e disvelare. I miei soggetti preferiti in fotografia, oltre le persone, sono le piante e la natura, in qualche modo si richiamano reciprocamente.

 

A te piace Robert Mapplethorpe?

Assolutamente… il ritratto a Isabella Rossellini è uno dei miei preferiti. Mi piace che abbia usato la fotografia e la sua arte per esprimere i propri aspetti omoerotici, il suo eros divampa a largo raggio verso diversi soggetti e oggetti. Come ad esempio i corpi nudi indifferentemente maschili o femminili accostati a fiori bellissimi, le calle o i melograni. Guardando le sue opere mi sono rispecchiato nello sguardo che ritaglia nella natura le forme attribuibili ai corpi maschili e femminili. 

 

Hai dunque cercato un tuo nutrimento nell’arte e nella natura, all’interno di un orizzonte di riferimento confortante come le famiglie Arcobaleno, lo Spazio Alda Merini e tanti altri. Un equilibrio trovato mediante uno sguardo che desidera essere di normalizzazione a proposito di posizioni politiche e di appartenenze: ossia affermare la naturale accettazione di una realtà incontrovertibile. 

Non avendo ancora in pieno ricevuto il riconoscimento da parte delle istituzioni dei propri diritti di esistenza, di legittimazione, ribadirli sul piano sociale e politico all’interno di un gruppo è importante. 

A proposito dei tuoi ritratti all’artista cubana Yousi tra le righe alludevi a quanto fotografare questa pianista queer ti abbia fortificato… 

Sicuramente. Mentre la fotografavo quello che profondamente ci accomunava consisteva nell’aver vissuto situazioni simili. Mi immedesimo quando fotografo una persona che si sente di esprimersi attraverso una estetica femminile, pur avendo un corpo biologicamente maschile. 

In ogni caso, oltre l’identità di genere ci unisce il fatto di aver vissuto momenti difficili, di poterli superare assieme. Abbiamo accolto la sofferenza provata nelle nostre vite affrontandola tramite la condivisione del nostro passato, successivamente con l’epifania dell’immagine artistica fotografica. 

Molte queer si sono affidate facendosi ritrarre, mostrandosi davanti all’obiettivo come desideravano. Alcune di loro successivamente hanno intrapreso un percorso di transizione, sono state fotografate dunque in un momento particolare della loro vita. Si stavano scoprendo e conoscendo, poi sono andate fino in fondo nel cambiamento di sesso. 

Tanti temi di vita si riunivano sotto il profilo personale, umano e artistico. Durante il processo di trasformazione qualsiasi corpo si rivela come una forma d’arte. Nel progetto su Yousi che ho intitolato Yousi perla negra, siamo entrambe andate a fondo nella ricerca condivisa. Mi ha concesso di metterla a nudo, di fotografarla nei dettagli, la schiena, le pieghe delle mani consumate dal lavoro, dalla vita che ha vissuto intensamente. Abbiamo mostrato con le foto i suoi aspetti femminili, assieme al rimpianto di non aver potuto realizzare da bambina il sogno di diventare ballerina classica. 

Mostrare dunque il suo femminile nelle curve del corpo con la carica erotica di donna transgender. Assieme abbiamo messo in risalto la sua nudità delicata e la grazia. In certi paesi come Cuba alcune prospettive sul genere non sono ancora state sdoganate. Nelle foto e nei frame Yousi ha potuto rivivere questa sua passione per la danza, nell’insieme dei frame realizzati con modalità di scatto continuo sembra che danzi in un video. Durante la mostra, fatta nel fantastico Spazio Alda Merini a Milano, luogo di cultura femminista, da sempre dedicato alla marginalità, ai migranti, ho fatto rivivere questi frame di Yousi proiettandoli su un telo che avevo usato durante il set fotografico, mentre lei dal vivo suonava il pianoforte dietro lo schermo.

 

Hai simulato il sogno di Yousi ballerina di danza classica, forse in qualche modo anche il tuo sogno di queer queen… grazie, ho imparato molto da questo scambio, mi ha emozionata, scambio che reclama con gentile determinazione il riconoscimento di un diritto e della libertà di essere se stess*.

Tanti di noi desiderano sentirsi vist* e usano l’arte per esprimere la propria natura più autentica, l’arte come una delle forme più sane può fare solo del bene al mondo. Vogliamo essere vist* come tutt*, per noi la tensione espressiva per affermare il nostro desiderio richiede molto impegno. L’arte attraverso la creatività ci viene incontro.

 

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