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Cinema e separazioni

Nel film

Hamnet: l’assenza pensabile

Cinema e lavoro della trasformazione psichica

Luisa Cerqua

 Io ho dentro di me ciò che supera ogni apparenza; 

queste sono soltanto le vesti e i segni del dolore 

Hamlet, W. Shakespeare                                                 

                

Ogni esistenza inizia e termina con una separazione, ogni separazione lascia l’assenza e un dolore che sembra incolmabile. Eppure, ogni perdita ci consegna a nuovi orizzonti, apre spazi ancora da abitare: è questo il fil rouge di Hamnet – Nel nome del figlio (2025), magnifica opera cinematografica diretta da Chloé Zhao. Il film basato sull’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell (co-sceneggiatrice), si addentra nel dolore più invivibile, quello legato all’assenza per sempre di un figlio, mostrando come la sofferenza psichica possa tramutarsi in potente spinta creativa che consente di dare senso al vivere. La morte pur restando l’enigma definitivo e l’assenza per eccellenza, trova in questo racconto filmico una via per acquisire un senso, seppur faticoso da rintracciare. Separazione e perdita, del resto, sono e sempre saranno un’esperienza fondativa dell’esistenza psichica

L’immaginaria narrazione filmica della Zhao prende spunto da un evento reale: la perdita di Hamnet, il figlio undicenne di William Shakespeare (Paul Mescal) e di sua moglie Agnes (Jessie Buckley). Questo dolore lacerante, inizialmente espresso dalla madre in un interminabile urlo muto, troverà la sua via di trasformazione nella creatività che ispira al Bardo la composizione dell’Amleto, opera che riscatterà il nome del figlio trasformando quel lutto privato in eredità universale. La regia di Zhao, mai incline alla retorica o al sentimentalismo, sembra mettere a nudo le recondite pieghe dei sentimenti profondi, ci fa sentire ‘gettati’ nell’oceano delle emozioni umane.

Dal punto di vista visivo, Zhao adotta una cifra stilistica che è essa stessa una dichiarazione poetica: la cinepresa, infatti, si muove lungo un asse verticale discendente, come un vettore invisibile che conduce il nostro sguardo dal cielo verso la terra, dall’astrazione del cosmo verso la fragilità del corpo umano. L’utilizzo del crane down, prima ancora che mezzo tecnico, diventa qui un dispositivo di pensiero che mette in scena la caduta dell’essere umano dall’alto del cielo alla terra verso l’intimità del cuore umano, in una panoramica sull’esperienza affettiva. L’occhio della macchina da presa che segue Agnes dall’alto si addentra nella foresta e, quasi fosse il suo amato falcone, posa su di lei che dorme in posizione fetale tra le radici di un secolare albero, come in un ventre arboreo. Una traiettoria discendente che suggerisce come la sua vita, come ogni vita, sia già inscritta in un movimento verso l’incarnato, la gravità del corpo, l’ambivalenza della nascita e della vita sempre sospese tra elevazione e perdita.

Agnes personifica un femminile ancestrale e potente. Il suo mondo interiore strettamente legato alla natura è rappresentato da tre elementi: il volo del falco, le radici arboree materne e la caverna che si apre poco distante dal suo corpo. Tra le medesime radici che l’accolgono e contengono, infatti, c’è un antro buio che richiama Ade e l’inconscio, lo stesso spazio che William popolerà con il mito di Orfeo e Euridice. 

Ogni slancio affettivo di Agnes è deciso, profondo e intenso come la foresta dove, insieme a sua madre, raccoglieva e trattava erbe officinali, in particolare l’Artemisia, “prima tra tutte le erbe”. La narrazione segue la protagonista nel suo quotidiano, dalla perdita precoce e mai elaborata della madre all’amore per Will, fino alla maternità e al trauma estremo della morte del figlio. Una perdita che produce una frattura profonda della sua identità e, rompendo l’illusione della continuità generazionale, metterà in crisi il narcisismo genitoriale. Perdere un figlio è un trauma che sconvolge il senso di sé e il tempo interiore, creando quello che Freud definisce un tempo psichico congelato: la perdita di quella parte di sé investita nell’oggetto d’amore. L’energia affettiva di Agnes rimane così ancorata all’oggetto perduto e “l’ombra dell’oggetto cade sull’Io” (Freud, Lutto e melanconia, 1917) come una presenza oscura, un “sole nero” (J. Kristeva, ‘87) che offusca la vita e ne spegne lo slancio. Ciò che resta è un vuoto difficile da rappresentare, attraversato da melanconia distruttiva, rancore e rabbia impotente.  

 

 

Proprio da questo vuoto nasce la possibilità di una trasformazione: Zhao mostra come l’atto creativo possa aprire uno spazio simbolico in cui elaborare il lutto e ritrovare un legame con ciò che si è perduto, senza esserne annientati. L’arte in questo senso diventa rappresentazione, memoria e risposta al trauma, e il gesto artistico si trasforma in un lavoro del lutto che dà nuova presenza a ciò che sembrava irrimediabilmente assente.   Chloè Zhao esplora magistralmente come il dolore possa, oppure no, trasformarsi in rappresentazione. Agnes e William impersonano due modi differenti di affrontare il lutto: Agnes vive il dolore in forma corporea e pre-verbale, la sua è una sofferenza viscerale difficile da tradurre in simboli. William, al contrario, fronteggia il vuoto interno trasformando l’assenza in parola e dando voce all’indicibile attraverso la scrittura, trova dentro di sé lo spazio simbolico per mantenere viva la memoria del figlio, senza distruggere la propria identità. L’Amleto trae linfa vitale da una sofferenza che eleva un vissuto personale a riflessione universale su ciò che rende umani.

Durante tutto il film, ma in particolare nelle sequenze conclusive, l’uso sapiente di primi piani, luci soffuse e silenzi intensi, scolpisce volti ed espressioni dei protagonisti come fossero pitture fiamminghe. Tuttavia sarà la voce, la voce di Amleto, a trasformare il Globe Theatre in un campo "d’esperienza condivisa". Ascoltando le sue parole, Agnes e la folla in piedi attorno a lei diventano un unicum che pensa, ricorda, piange. Bion lo avrebbe definito Unisono, Aristotele Catarsi: una via di pace e trasformazione attraverso la condivisione. Elaborare la perdita significa, in ultima analisi, inscriverla nello spazio della rappresentazione, darle voce attraverso l’arte o il sogno; solo così ciò che è perduto può diventare figura simbolica, memoria che rende il dolore pensabile, dunque attraversabile. Hamnet si conferma come un’opera capace di raccontare la discesa dall’indicibile alla parola che, così come il movimento iniziale della macchina da presa, conduce dall’alto informe del dolore verso la terra abitabile dell’esperienza.

 

Titolo originale: Hamnet

Regia: Chloè Zhao

Produzione: Regno Unito, U.S.A

Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O'Farrell

Anno: 2025

Fotografia: Łukasz Żal

Musiche: Max Richter

Cast: Paul Mescal, Jessie Buckley, Emily Watson, Joe Allwyn 

Premi: People’s Choice Award al Toronto International Film Festival, Golden Globe 2026, Best Motion Picture Drama, nomination Regia e Sceneggiatura  

 

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