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eidos

Cinema e separazioni

Nel film

Giulio Regeni

Tutto il male del mondo

Andrea Arrighi

Questa opera è la prima ricostruzione della verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nella periferia del Cairo il 3 febbraio del 2016. La storia viene narrata con lunghi frammenti del processo e con una specie di intervista continua ai protagonisti principali che indagano: i genitori, Claudio e Paola Deffendi e Alessandra Ballerini, l’avvocatessa che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che, a distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha visto imputati   quattro agenti della National Security egiziana in un processo che dovrebbe terminare nel 2026. 

La vicenda di Giulio Regeni si potrebbe accostare a quella delle tante storie di desaparecidos in America Latina e non solo. Nel documentario viene ribadito che Giulio era un semplice ricercatore, che svolgeva uno studio sui sindacati in Egitto: non era un attivista. Ma viene anche ribadito che nel clima politico particolarmente accesso di quegli anni – con l’arrivo delle cosiddette  primavere arabe, le numerose e violente manifestazioni per un cambiamento politico significativo, la caduta del presidente  Mubarak, le nuove elezioni e  l’avvento dell’attuale governo con il presidente Al-Sisi, una repubblica semipresidenziale  con un forte controllo sociale e politico, sostenuto dall’esercito, dal 2014 – anche un soggetto come il giovane Regeni poteva risultare sospetto e essere considerato “pericoloso”. Le atmosfere che il film evoca mi hanno rimandato ad un altro film a cui avevo pensato quando la vicenda Regeni era iniziata. Alludo a Missing (di Costa-Gravas, USA, 1982), dove si racconta la scomparsa di un giovane giornalista americano che aveva probabilmente frequentato le persone o iniziato indagini giornalistiche “sbagliate” nel Cile del dittatore Pinochet. In Missing viene sostenuto quello che probabilmente molte persone infastidite dalla vicenda hanno pensato o affermato su Giulio: “perché era in quei luoghi e in presenza di quelle persone? Se qualcuno si avventura in zone pericolose di una città, è abbastanza normale o scontato, quasi inevitabile e “giustificabile” che gli accada qualcosa di spiacevole o terribile!”.  E’ lo stesso governo statunitense che risponde in questo modo al padre e alla moglie del protagonista che ad un certo punto scompare, e si scoprirà poi essere stato ucciso dalla polizia filo governativa, come uno dei tanti desaparecidos in Cile dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973. In altri termini, e tenuto conto delle differenze, sulla locandina del film Missing troviamo parole che potrebbero farci comprendere, almeno in parte, anche il caso Regeni: “Charlie Horman pensava che il fatto di essere americano avrebbe garantito la sua sicurezza. La sua famiglia credeva che il fatto di essere americani avrebbe garantito loro la verità. Si sbagliavano tutti". “Forse anche Giulio Regeni pensava che il suo passaporto italiano gli avrebbe garantito una certa sicurezza e i suoi genitori pensavano che il loro essere italiani avrebbe aiutato e garantito la ricerca dei colpevoli dell’uccisione del figlio”. 

Nel documentario vengono descritte dettagliatamente le torture inflitte a Giulio e come pubblico pensiamo ad un atto intimidatorio nei confronti non solo del giovane Regeni, che sarà poi ucciso, ma rivolto probabilmente a chiunque voglia mettere in discussione, anche con semplici ricerche, ogni tipo di dittatura, non solo quella egiziana. Questa vicenda, per come raccontata, ci parla infatti dei governi dittatoriali in generale: non solo ogni forma di dissidenza, ma anche ogni tipo di semplice ricerca sugli aspetti politici e sociali di un paese non democratico vengono fermati o scoraggiati anche con forme di intimidazione come queste. 

Un giovane ricercatore viene torturato e ucciso e le indagini successive sono complicatissime, proprio perché emergono depistaggi, false testimonianze, collusioni politiche, non così nascoste, tra governi che indagano e governi accusati. I diversi film sui desaparecidos hanno spesso evidenziato come siano state difficili proprio le indagini successive per ottenere anche solo la conoscenza di cosa era accaduto a chi scompariva. In Garage Olimpo (di M. Bechis, Italia, Argentina, 1999), ad esempio, si nota la disinvoltura con cui nelle dittature militari chi comanda commette crimini senza troppo preoccuparsi delle conseguenze, quasi come se “volesse far sapere” quello che può capitare a chi viene  anche   soltanto sospettato di non essere d’accordo con il governo al potere. E le indagini per scoprire cosa è accaduto e ottenere giustizia possono durare un tempo cronologicamente e psicologicamente infinito, come accade alla protagonista di Io sono ancora qui (Ainda Estou Aqui, di W. Salles, Brasile, 2024). 

 

Proprio perché Giulio ha dovuto subire “tutto il male del mondo”,  come ha sintetizzato sua madre, riferendosi a  come è stato trattato prima di essere ucciso, la sua storia, come quella dei tanti dissidenti eliminati in modo simile da dittature presenti e passate, è un invito alla pratica della democrazia e della ricerca di giustizia che questo film ci mostra, con i numerosi dettagli sul processo, a volte non facili da seguire, che evidenziano quasi  una “violenza nella violenza” nei confronti dei coniugi Regeni che si ostinano a non arrendersi nella loro battaglia civile.  E’ faticoso anche per lo spettatore non solo comprendere, ma anche “digerire” psicologicamente quanto emerge dalle indagini. Giulio è stato descritto in modo errato tante volte, ci tengono a chiarire i familiari: era un normale ricercatore, non giornalista né attivista antigovernativo. Era uno dei tanti soggetti che legittimamente e a prescindere dalla sua professione, prova ad esercitare una delle caratteristiche del vivere democraticamente: pensare di potere –  anzi di dovere – studiare la realtà, comprendere cosa cambiare in quella parte di società, in cui si vive e lavora, per creare benessere economico e sociale per il maggior numero di persone possibile. Agire democraticamente comporta ascoltare anche l’opinione che non mi convince, darle comunque uno spazio, ma non eliminarla del tutto, come desiderano invece i regimi antidemocratici di ogni tipo. La vicenda di Giulio Regeni proprio nella sua tragicità deve restare memoria attiva, essere cioè uno stimolo permanente a conoscere i punti critici dei governi dei paesi che ci circondano o che ci riguardano direttamente. 

La storia di Giulio ci descrive certamente anche una delle forme più drammatiche di separazione, quella improvvisa di un figlio di cui non si sa più nulla da un giorno all’altro. Troviamo la difficoltà indicibile di elaborare un simile lutto proprio per l’assurda crudeltà in cui è avvenuto. E’ uno di quegli esempi di separazione che, come sostenuto anche nel mio contributo in Cinema e Psyche in questo numero e nel mio editoriale, deve stimolarci a riflettere sulla distanza tra diritti civili sanciti da costituzioni e da dichiarazioni universali e la realtà di quanto poi accade effettivamente oggi in numerosi contesti sociali e nazionali. Il documentario su Regeni si può accostare quindi ai diversi film su conflitti presenti e passati, analizzati in questo numero, che possono essere interpretati come  un avvertimento sul fatto che quanto non sufficientemente elaborato – i lati più oscuri, individuali e collettivi che costituiscono “tutto il male del mondo” – può tornare a ripetersi, al di là di ogni “buon proposito” espresso nelle leggi delle nazioni che si definiscono giuste e civili, in nuove forme. Se invece, dove possibile in Europa e nel mondo, i risultati elettorali cambieranno proprio quei governi che hanno dimostrato una volontà dittatoriale e stupidamente guerrafondaia, allora anche la battaglia generale per ottenere giustizia in tanti contesti internazionali, ma anche in merito al  caso Regeni, avrà avuto un senso.  

 

Titolo originale: Giulio Regeni. Tutto il male del mondo

Regista: Simone Manetti

Genere: documentario

Sceneggiatura: Emanuele Cava

Paese: Italia

Anno: 2026

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