Cinema e fluidità
Cult
Girl, film del 2018 del regista belga Lukas Dhont, è stato un oggetto gruppale privilegiato nelle riflessioni di due gruppi di studio (del Centro Psicoanalitico dello Stretto e dei CRPG di Catania e di Messina): un dispositivo condiviso capace di evocare le principali tematiche delle varianze di genere, condensando il pensiero emozionale dei gruppi.
Protagonista della storia è Lara, quindicenne imprigionata in un corpo maschile che rifiuta. L’attore, dai tratti androgini, incarna efficacemente questa duplicità perturbante. Lara intraprende un percorso di transizione sostenuta dalla famiglia e da un’équipe medico-chirurgica avanzata. Tuttavia, tali facilitazioni non attenuano il dolore: in alcuni momenti sembrano persino amplificarlo. Il film si concentra sul dramma individuale, sulla frattura tra sé e corpo e sulle modalità con cui Lara tenta di attraversarla.
Lara è condannata ad abitare un corpo che non riconosce e a sottostare alle sue leggi fisiologiche. Vorrebbe trasformarlo, piegarlo al proprio ideale identitario. Il gesto minimo del buco all’orecchio, notato dal padre, appare come una prima effrazione che prelude a interventi ben più radicali sul corpo, nel tentativo di renderlo una “casa ospitale” per il Sé. (Lemma,2022).
Lo spettatore attraversa con lei le tappe della transizione: dolore, vergogna, solitudine, fino alla violenza autoinflitta. Una violenza che appare ‘necessaria’. Il dolore di Lara è solitario e non condivisibile, a differenza di altre narrazioni come The Danish Girl. Dolore minimo, eufemismo pudicamente utilizzato da Vivinetto (2018), forse per la sua dimensione cosi intima e personale, che lo riduce a un tu per tu con il proprio doppio; ma per lo spettatore è massimo.

Il nucleo del dolore è la frattura tra corpo sessuato e senso di sé, accompagnata dal desiderio assoluto di diventare ballerina classica, ideale che esaspera una femminilità stereotipata. In questa idealizzazione si può leggere una tensione onnipotente e un’attenzione all’esteriorità, ma proprio nell’iperbole emerge una chiave più profonda del percorso di transizione.
La scuola di danza è il luogo centrale: uno spazio chiuso, ripetitivo, quasi claustrofobico. Lara si sottopone a una disciplina feroce, si sfianca, si ferisce. Il corpo sanguina e viene fasciato, sapendo che le ferite si riapriranno. Il film riduce al minimo la parola: domina il silenzio, tutto resta interno a Lara. Gli esercizi ossessivi rendono evidente la distanza tra ideale e realtà.
Lo sguardo di Lara sulle altre ragazze sottolinea la sua esclusione: loro sono spontanee, non devono cambiare né dipendere da ormoni o chirurgia. Per Lara la danza non è uno spazio condiviso, ma un luogo di lotta continua. È sempre sulla soglia. Il suo corpo, pur bello, è inadatto agli standard richiesti. Qualcosa non può essere cambiato: Lara è costretta a nascondersi, comprimendo le parti maschili con un gesto che esprime l’ostilità verso il proprio corpo.
La macchina da presa la segue da vicino, esplorando una dimensione privata in cui dolore fisico e mentale coincidono. I piedi feriti, la stanchezza estrema, l’auto-aggressione costruiscono un circuito in cui lo sforzo non basta mai. “Non tutto si può cambiare”, dice l’insegnante: una frase che risuona come sentenza.
Il film interroga: si può cambiare il corpo? L’anatomia? La violenza che Lara infligge a se stessa richiama una repressione emotiva che si intreccia a un desiderio urgente e incontenibile. Lara è sola: rifiuta anche l’aiuto. Quando le compagne la sfidano a esporsi, la sfida si radicalizza fino all’estremo gesto di auto-castrazione, anticipando i tempi medici.
È qui che lo choc narrativo raggiunge l’acme suscitando le reazioni emotive più intense e istintive.
Si oltrepassa il limite, ma quale limite? Dell’onnipotenza o della impotenza? Del masochismo o della disperazione?
Il tema del tempo attraversa l’intera narrazione. Lara non può vivere il presente: finché corpo e sé non coincidono il desiderio è sospeso. Al terapeuta che le consiglia di vivere le emozioni dell’adolescenza, vista dall’adulto immemore come un tempo spensierato, Lara non risponde con le parole, perché non ci sono parole per spiegare che non è possibile vivere il presente se il sé non è d’accordo con il corpo. Né è possibile desiderare, un ragazzo o una ragazza che sia. Vive nell’attesa della transizione come evento liberatorio, ma è un’attesa violenta, una lotta contro il corpo. Quando l’attesa diventa insostenibile, l’urgenza prevale. Deve infine arrivare quel futuro sperato, idealizzato e contemporaneamente impossibile da immaginare: questo tormento è un’altra faccia della transizione. Il tormento di non avere il tempo come gli altri, di subire una mutilazione di vita, avere una storia ristretta, limitata e spesso pure immiserita.
Nell’ultima scena Lara appare diversa, senza il sorriso compiacente di chi si deve scusare, ha un’espressione determinata e con passo sicuro si inoltra in un altro mondo, nel suo futuro finalmente presente.
Titolo originale e italiano: Girl
Paese di produzione: Belgio, Paesi bassi
Anno: 2018
Regia: Lukas Dhont
Sceneggiatura: Lukas Dhont, Angelo Tijssens
Musiche: Valentin Hadjadj
Cast: Victor Polster, Arieh Worthalter, Olivier Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen, Valentijn Dhaenens
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