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Cinema e separazioni

L'intervista

Diaologo con Marco Gianfreda

Edipo e Magia: anatomia di un’adolescenza

Barbara Massimilla

Barbara Massimilla: Ho apprezzato molto il suo film Tre regole infallibili, l’uso di un registro poetico trattando un tema così attuale e delicato: l’educazione affettiva in adolescenza, raccontare il processo di crescita in età evolutiva quando la maturità implica una dinamica psichica necessariamente basata su continui movimenti di differenziazione, separazione, individuazione. Inizierei dalla dedica a sua madre vicinissima e lontanissima, mi sono chiesta quanto nella relazione madre figlio da lei raccontata nel film ci potesse essere il riflesso di una componente personale.

 

Marco Gianfreda: La dedica sintetizza un’ambivalenza che mia madre aveva nei miei confronti, presentissima ma allo stesso tempo distante, la sua particolare modalità affettiva ha rappresentato un tema centrale durante il mio percorso analitico. Diversamente dal film – dove la figura del padre è assente – mia sorella ed io abbiamo avuto una famiglia con entrambe le figure genitoriali. In relazione a mia madre riconosco di essermi ispirato al suo rapporto con la natura. Mi interessava raccontare quanto gli adulti possano essere impreparati alla genitorialità. In sintesi nella trama del film tra la diade madre-figlio interviene il personaggio di Luca, il quale compie una sorta di tentativo di fare il padre spezzando la simbiosi tra Claudia e suo figlio Bruno. Sinceramente molte cose del film mi risultano misteriose anche se l’ho scritto. Nella sceneggiatura mi interessa di più interrogarmi sul chi, sul come, cosa, quando… poco sul perché. 

 

 

BM: Quando il ragazzo si trova in camera da letto si intravede da distante sul comodino un ritratto sfuocato, si tratta di suo padre?

 

MG: No, è Bruno da piccolo. Ho voluto un’assenza radicale del paterno, l’unica spiegazione emerge quando Claudia dialoga con un’amica alludendo ai suoi venti anni, al non volere ingannare le persone, si intuisce come la sua insicurezza l’abbia portata a boicottarsi, a rinunciare alla costruzione di relazioni affettive stabili. 

 

BM: Avevo fatto la fantasia che il padre fosse morto oppure che Claudia fosse una ragazza madre che aveva cresciuto da sola il figlio. Dunque il lutto del paterno si presenta all’origine, però la figura di Luca – nuovo compagno di Claudia – sembra riempire questo vuoto e affrontare la crisi adolescenziale di Bruno, misurandosi con la gelosia, il possesso, i sentimenti del ragazzo che rivelano tra le righe un amore infinito per la madre. Nei suoi sentimenti si percepisce il peso che ha avuto l’assenza mediatrice del paterno. Credo che la figura maschile di Luca abbia una funzione fondamentale, strutturante nella storia. È bello che lei abbia lasciato aperto il finale. Luca fa pochi gesti ma forti, come quando insegna a Claudia a galleggiare in piscina. Luca a tutti gli effetti costituisce un modello identificatorio per Bruno, diventa una sorta di catalizzatore, permette alla coppia madre figlio di ritrovarsi, in particolare nel momento in cui non interferisce, quando si tira indietro per consentire un confronto sincero e diretto tra Claudia e Bruno.

 

MG: Questa considerazione non mi era stata fatta notare finora, in effetti quella scena ha una libera interpretazione. Qualcuno può pensare che se ne vada per vigliaccheria in realtà va via per i motivi da lei citati… Luca sta consentendo a Bruno di conquistare uno scambio più adulto con la madre lasciandolo da solo con lei, il ragazzo riesce a cogliere il messaggio sottile di Luca, trasforma il suo modo di rapportarsi alla madre.

 

BM: Un’apertura sincera di Bruno verso la madre… le dice: tutte le mie azioni le faccio pensando a come le faresti tu… l’ambivalenza si dissolve attraverso il riconoscimento del loro affetto, soltanto così si profila una possibile separazione tra madre e figlio. 

 

MG: La confessione di Bruno offre a Claudia una riparazione importante riguardo al suo sentirsi sempre inadeguata, essere scelta come esempio consolida la percezione della sua funzione genitoriale.

 

 

BM: Il modello identificatorio paterno incarnato da Luca colma il vuoto del maschile sia nella madre sia nel figlio e supporta dall’interno la loro insicurezza nei confronti delle relazioni amorose. Vediamo come il fatto che la compagna di classe desideri Bruno lo metta nel panico più totale, ha paura di non saper gestire le relazioni esattamente come sua madre quando teme di misurarsi in un affetto adulto. Aver omesso la figura paterna suggerisce molteplici fantasie: se Claudia possa aver vissuto relazioni difficili e conflittuali, costretta a rinunciare all’amore a causa di delusioni o traumi. Il personaggio di Luca l’ho percepito vicino al suo sguardo di regista, l’invenzione di un ‘terzo’ in quanto figura generatrice di senso. La capacità del terzo di mediare le relazioni con l’esterno e ricucire elementi traumatici rendendoli inoffensivi. Si respira nella relazione madre figlio una difficoltà di sviluppo identitario, Claudia dichiara il proprio affetto ma poi si ritira. Tipico di chi ha avuto un trauma, di chi non può mettersi in gioco fino in fondo perché è successo qualcosa che ha impedito di provare fiducia nell’altro e di conseguenza investire negli affetti, perché la delusione e il tradimento sono sempre dietro la porta. Pensavo anche metaforicamente alla riparazione del trauma attraverso il triangolo armonioso composto dai tre fiori piantati da Luca, l’uno accanto all’altro nel parco.  

 

MG: Il tentativo del film è proprio la terzeità, racchiudere questa famiglia ideale ricomponendola in una struttura stabile. Se il finale della loro relazione per Claudia e Luca sembra incerto, restano in uno status di sospensione, forse Bruno riesce a fare il salto differenziandosi anche grazie all’incoraggiamento materno quando gli dice che lui è diverso, non le assomiglia, lo separa da se stessa. Questo per dire che i figli non per forza ereditano e ripetono gli errori dei genitori, possono separarsi da un destino al negativo. Claudia – in un momento di lutto affettivo vissuto a causa della separazione da Luca – ammette che non sempre i genitori sono in grado di separarsi dai loro drammi originari. Quando lei cerca di persuaderlo a riconciliarsi con la fidanzatina il figlio reagisce da specchio ricordandole che lei per prima è incapace di riconciliarsi. Alla fine però Bruno aderisce all’invito della madre, porta il suo amico del cuore alla cava con la fidanzata, in qualche modo ricostruisce una configurazione famigliare, un triangolo dove in quel momento definisce l’amico Davide con ironia come figlio di se stesso e della fidanzatina. Per dire che alla fine i figli possono farcela lo stesso, anche se la guida affettiva dei genitori è stata imperfetta, ma priva di colpa. 

 

 

BM: I protagonisti del film hanno tutti una loro purezza. Mi colpisce la bravura dell’attore che interpreta Bruno, il suo minimalismo, non essere eccessivo trovo che abbia aiutato la cifra poetica. Appare parco, essenziale, intenso. Il finale si gioca con i due ragazzi innamorati seduti in una cava coi piedi che ciondolano nel vuoto, come avviene all’inizio dove invece sono i due adulti a trovarsi seduti su un’altura, è un po’ la chiusura del cerchio.

 

MG: Vero, il film inizia con i due innamorati sullo strapiombo, l’innamoramento metafora dello stare in bilico, in un certo senso alla fine il figlio sta su uno strapiombo meno vertiginoso, che non gli fa paura. 

 

BM: A proposito della Sicilia terra bellissima, lei ha fatto una scelta asciutta, mostra l’immensità del mare, allo stesso tempo luoghi che sono terre di mezzo dissestate, macerie, calcinacci, gru, hanno a che fare molto con le rovine e le potenziali ricostruzioni. Non ci sono paesaggi ampi, ma molte immagini in primo piano. Lei accenna alla povertà, in fondo basterebbe poco per essere felici, basterebbe stare in riva al mare su una scogliera, il suo sguardo vuole stare dalla parte di persone che vivono nella semplicità.

 

MG: Si tratta di una mia posizione politica. Claudia dice: nella natura possiamo fare finta di non essere poveriperché è tutta nostra, una delle battute a cui sono più affezionato. Per me cogliere la natura nella sua bellezza ed essenza costituisce una scelta politica nell’ambito del linguaggio cinematografico.

 

BM: Il cinema dunque oltre ad essere arte è anche veicolo di un messaggio politico importante, in questo momento storico più che mai ha la responsabilità di trasmettere attraverso le sue narrazioni e metafore visive, poetiche, oniriche un punto di vista etico e valoriale. Alla fine del film mi ha colpito la rana che nuota nella pozza stagnante, nel paesaggio semi abbandonato di una periferia compare una forma di vita. 

 

MG: Ha notato tante cose significative, molti dettagli, il branco di pesci e la rana nella piscina, sono occasioni inattese da cogliere nell’immediatezza del set. Sono presenze che risuonano all’interno di un racconto, nello stesso tempo presenze imprevedibili, colpi di fortuna.

 

BM: Per lei che ha fatto una lunga analisi freudiana il triangolo descritto vorrebbe rappresentare una configurazione edipica? 

 

MG: Assolutamente. L’età del protagonista sottolinea come l’amore verso la madre non può essere sufficiente a colmare la sua vita affettiva, in adolescenza è vitale rivolgersi verso il mondo esterno. L’incipit di un cambiamento prende forma quando Bruno con il trucco dello specchietto sotto il banco esplora le parti intime delle compagne di scuola. Il ragazzino contatta la sua inettitudine erotica prova ad acchiappare di nascosto quelle immagini rubandole attraverso il quadrante dell’orologio. Gli appare anche l’immagine di se stesso che trasfigura in quella di lui bambino nella stanza della madre… finché segue una scena ispirata chiaramente alla relazione edipica: trova nell’armadio il completino intimo della madre, lo indossa quasi a ribadire che il corpo della madre gli appartiene. Passa dal rubare l’immagine intima di una ragazzina – che rappresenterebbe l’uscita dalla simbiosi con la figura materna – al fatto di rientrare nel corpo della madre rovistando nell’armadio, indossando la sua biancheria intima. È stata una associazione inconscia, non l’avevo premeditata, ma in effetti quella scena allude all’Edipo.

 

BM: Le intuizioni artistiche agiscono su un piano irrazionale ma proprio per questo molto efficace. La fascinazione di un bambino per il corpo giovane della madre si impone fortemente, non nel senso del reinfetarsi piuttosto manifesta l’espressione di un desiderio, un istinto venato di ambivalenza. Per questo la presenza paterna è indispensabile, argina il desiderio facilitandone la trasformazione. In ogni caso una bella metafora quella di travestirsi da madre. La figura materna di Claudia fa molta tenerezza, le proprie pregresse e sconosciute vicissitudini la dipingono come una madre bambina.

 

MG: Il suo essere bambina a mio avviso emerge bene nella scena in cui regala al figlio la conchiglia fossile. Tra sé e sé parla della conchiglia… veniva dal mare che sommergeva le montagne. Mostra con candore il suo lato infantile, regressivo, ricorrere anche ai rituali, per lei rappresentano una forma di religione personale, il suo leitmotiv: promettimi di fare quest’azione altrimenti ci accade qualcosa di brutto.  Ricorda le promesse degli innamorati quando si ripetono sempre le stesse cose come avvolti in una spirale magica. Ritualizzano perché chiedono in modo astratto che il loro innamoramento resti eterno. La sua amica cerca di distoglierla da questo mondo magico riportandola alla realtà, Claudia perde la compulsività a ritualizzare quando si decide a presentare Luca ufficialmente al suo entourage.

 

BM: Anche Bruno alla fine del film usa la conchiglia regalata dalla madre come un talismano, un oggetto protettivo, nel momento in cui dovrà confessare alla fidanzatina che è stato lui l’inventore del gioco dello specchietto. Si affida al porta fortuna, alla conchiglia donata dalla madre, l’oggetto gli consente di trovare il coraggio di esporsi. Sono riti scaramantici, quello più rischioso compiuto da Claudia accade quando scrive sul vetro appannato della macchina la buonanotte a Luca… gli chiede di guidare alla cieca, lui aderisce e rischierà di fare un incidente.

 

MG: Un frammento per sottolineare come l’innamoramento sia andare alla cieca. Nel film ricorre moltissimo la parola morte, Claudia proietta su Luca le sue fantasie di morte, gli dice che in fondo gli innamorati vorrebbero che il proprio oggetto d’amore morisse, perché per lei non avere un amore sostanzialmente è meglio. Una delle tematiche del film parte anche da questo presupposto: normalmente si ritiene che è difficile vivere senza l’amore, tutti lo cerchiamo, però non si riflette mai abbastanza su quanto invece sia difficile vivere con l’amore. Perché è anche una cosa spaventosa consegnarsi nelle mani di qualcuno. Claudia appare come un personaggio volubile e fragile da un certo punto di vista, ma potrebbe essere vera anche l’altra faccia della medaglia: quando non puoi che spaventarti davanti all’amore se rappresenta la perdita di te stesso nell’altro.

 

BM: Claudia mi è apparsa a tratti come un’adolescente… nel momento in cui ha il crollo emotivo brucia la relazione con Luca, ha percepito che con lui ci sarebbe una potenzialità, Luca la considera come una principessa, è disponibile a incontrare suo figlio nonostante le ostilità del ragazzo verso i partner della madre. Claudia ha le prove di quanto l’amore con Luca potrebbe garantirle una stabilità. Si profila l’opportunità di uscire da una dimensione adolescenziale, questo implicherebbe una reciproca responsabilità di coppia, non solo fantasie. Un rapporto si regge su delle basi complesse e articolate, non solo per stare bene in modo istintuale. Significativa l’immagine iniziale dove lei lo bacia e al contempo gli riempie la bocca di cibo. Un’ebbrezza di corpi uniti in una dimensione orale di bramosia. Nel film si percepisce la domanda se è possibile la costruzione di una relazione con queste premesse: una famiglia dove la figura paterna è assente. In modo inaspettato con Luca si compone una configurazione genitoriale. Claudia nella prima parte del film sembra stare al di sotto della linea generazionale più vicina al figlio che a un adulto, manifesta un’identità femminile ferita, difficile per lei concepire l’idea di coppia; senza qualcuno che le sostenga il corpo per farla galleggiare, veramente una metafora bellissima quella dell’imparare a galleggiare in piscina. L’ultima scena recupera la dignità del femminile, la conquista di potersi sostenere da sola, diventare autonoma. In realtà già nel finale quando Claudia sta abbracciata al figlio sul divano può riappropriarsi della sua autorevolezza materna ed il figlio può aprirsi, confessarle il suo amore. I rituali scaramantici li ho percepiti come segno della sua insicurezza adolescenziale e allo stesso tempo come fonte di rassicurazione. Si intuisce velatamente quanto la sua immaturità derivi da un substrato pregresso che non le ha consentito di consolidarsi.

 

MG: La parte legata al pensiero magico ha per me anche delle radici filosofiche, risponde all’incapacità dell’uomo di accettare la solitudine ed essere l’unico responsabile della propria vita, in un certo senso mi sorprendo a descrivere micro rituali attraverso i quali si verificano significative sincronicità, un tentativo sanamente e teneramente infantile di pensare che ogni tanto l’universo si possa occupare di noi. Un modo di chiedere aiuto a delle energie esterne, in fondo è uno slancio legato a delle credenze sottese alla realtà. 

 

BM: Tutto questo fa pensare anche all’antropologia culturale, al pensiero magico e visionario dei primitivi, anche alle fiabe. 

 

MG: Esprime un aspetto della mia formazione, le religioni primitive animistiche supplivano l’operare dell’uomo, in seguito l’uomo progressivamente ha introiettato il divino. In fondo l’amore è una forma artistica di imprimere se stessi negli altri e questo porta necessariamente al fatto di doverti attaccare a qualcosa che non è soltanto l’altro e a rivolgere tale proiezione pure sul mondo esterno, alle sue visioni, alle trame intrecciate di significati misteriosi perché ti proteggono. In amore arriva qualcuno che ti trasporta in un luogo completamente inospitale dove tu non sei addestrato a vivere, l’unica persona che può mantenerti in vita è l’altro che ti dice e garantisce di volerti bene, ma non basta. Il modo di Claudia è anche un po’ filosofico, infantile fino a un certo punto. L’uomo è gettato sulla terra deve affrontare e vivere la propria condizione esistenziale di solitudine.

 

BM: Claudia dunque seguendo questa ottica ricerca una dimensione trascendente, ne ha bisogno per viverla come un auto protezione. Il problema è che lei non sa nuotare… tutto può aiutare: la religione, la filosofia, la cultura, però il punto è come di fronte alle cose difficili che dobbiamo affrontare, tra cui le relazioni importanti, gli affetti, come facciamo a relazionarci a tutto ciò per poter sopravvivere o vivere al meglio? La crescita dell’Io sta all’interno di questo universo misterioso e complesso, però al tempo stesso è anche un Io che si autodetermina… non a caso lei dà un titolo che include l’osservanza delle regole. Regole come contenitori non rigidi che ci aiutano ad orientarci nel mondo. L’amore ti scompiglia, proviamo sentimenti misteriosi quando siamo attratti da qualcuno... ci vuol poco se perdiamo la testa a cadere nella simbiosi, a fonderci nell’altro ma quel fonderci non ci aiuta, le relazioni umane richiedono necessariamente dei confini. Claudia mancava di confini all’inizio del film alla fine appare chiaro il suo aver acquisito i confini. L’incontro trasformativo con Luca, la revisione del rapporto con il figlio, veramente è come se avesse costruito una pelle che prima non aveva. Per questo il mondo magico e le credenze l’aiutavano perché era un mondo più collettivo, consolatorio riguardo al rischio di mettersi in gioco nell’amore, a tu per tu. Se l’Io è troppo fragile soccombe nell’onda dell’inconscio collettivo, si perde, non ha struttura.

 

MG: Sono d’accordo su quello che ha percepito riguardo a Claudia… la scena del divano potrebbe essere in sé risolutiva, perché il figlio le riconosce delle qualità, dei valori. Resta il fatto che per Claudia stare da sola nella natura ha un significato profondo… alla fine si immerge nel mare da sola … il suo sorriso allude a una conquista personale. Avendo conquistato l’autonomia resa attraverso la metafora del galleggiare – forse a questo punto Luca potrebbe tornare, lei sarà in grado di vivere una relazione senza sentirsi preda delle sue paure. Non ricorrere più dunque all’eteronomia poiché ha fatto l’esperienza di sé, della consistenza della sua interiorità.

 

BM: Senza rinunciare alla bellezza della magia, alle visioni, alla propria mitobiografia, al rapporto con la natura. Credo proprio che quel galleggiare finale tra le onde sia una metafora potente. Attraverso Luca, che segretamente ha fatto da ponte tra la madre e Bruno, Claudia ha costruito una fiducia nelle relazioni che in precedenza mancava nella relazione madre figlio… questo triangolo ha funzionato a prescindere da cosa accadrà in futuro. Galleggia libera nel mare delle sue emozioni, metafora del mondo sommerso, del nostro inconscio, non precipita nei fondali, il corpo è abile nel sostenersi anche in solitudine. Veramente un bel film da consigliare vivamente ai giovani e ai loro genitori. 

 

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