☰  
×
eidos

Cinema e fluidità

Cult

Dalla parte di Tomboy

Prima del nome, il corpo

Elisabetta Marchiori

Il film si apre con l’inquadratura della nuca di quello che appare un ragazzino, capelli biondi, corti e scompigliati, che si sporge dalla capote di un’auto in corsa. La mano aperta fa resistenza all’aria, si muove come a voler afferrare il vento e raggiungere le chiome degli alberi lungo la strada. Poi un primo piano del viso sbarazzino, lentigginoso, un po’ imbronciato, gli occhi che si aprono incerti contro la luce che filtra tra le fronde — il komorebi che ci ha fatto conoscere Wim Wenders nel suo Perfect Days (2024) —, a guardare un paesaggio sconosciuto. Il campo si allarga e il ragazzino è ora seduto sulle ginocchia del padre, che gli fa tenere il volante, in una situazione di gioco e complicità fisica. Raggiungono la destinazione: la nuova casa dove li aspettano la madre incinta e la sorellina minore Jeanne, capelli scuri, lunghi e ricci, sorridente e birichina, in tutù di pizzo rosa come la sua cameretta. Il ragazzino, dal corpo magro e dinoccolato, pantaloncini corti e maglietta, si aggira per le stanze. La sua camera è azzurra, “proprio come la volevi tu” — dice la madre. Lo spettatore rimane spiazzato quando i genitori si riferiscono “alle bambine” parlando dell’organizzazione delle giornate. Dunque è lei tomboy: “maschiaccio”, si potrebbe riduttivamente tradurre in italiano. In inglese il termine indica una bambina che assume comportamenti culturalmente e socialmente associati al genere maschile.

Presentato alla Berlinale del 2011 nella sezione Panorama, Tomboy ha ottenuto numerosi premi internazionali e riconoscimenti nei festival dedicati al cinema indipendente e LGBTQ+. Scritto e diretto da Céline Sciamma, classe 1978, una delle figure più originali del cinema francese contemporaneo, conosciuta dal grande pubblico grazie a Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto di una giovane in fiamme, 2019), è un film essenziale, potente e poetico, che non poteva mancare in questo numero di Eídos. 

Fin dalle prime sequenze, la regista pone lo spettatore in una posizione percettiva di curiosità e incertezza, orientandolo, attraverso dettagli fisici, abbigliamento e atteggiamenti, a vedere la protagonista così come si vuole far conoscere. Dal terrazzo, osserva un gruppo di coetanei che giocano nel parco sotto casa, scende. Ad andarle incontro è l’intraprendente Lisa: “Sei nuovo? Sei timido? Non mi vuoi dire come ti chiami?”. Lei risponde: “Mikaël, mi chiamo Mikaël”. Con questo nome Lisa la presenta al gruppo, che non esita ad accoglierla e a trattarla come un maschio. Solo quando la madre la chiama perché esca dalla vasca da bagno, in cui ha giocato con la sorella, scopriamo il suo nome, Laure. Per qualche istante vediamo la nudità del suo corpo prepubere, che si specchia scrutando con sospetto i primi cenni della sua femminilità emergente, coperti in fretta dall’asciugamano.

In quel tempo sospeso delle vacanze estive e in quei territori tutti da esplorare, dove nessuno ha un passato ed esiste solo il presente, Laure si trova a sperimentare l’illusione vitale di “essere” Mikaël. La percezione di sé prende letteralmente corpo e viene validata dallo sguardo di Lisa e del gruppo di pari, che la rende reale nello spazio condiviso del gioco, delle corse, delle sfide, dei primi cauti avvicinamenti sessuali con Lisa. È lo sguardo accogliente e desiderante degli altri, in particolare l'attrazione reciproca tra le due bambine, a sancire l'esistenza e la "verità" temporanea del genere maschile di Mikaël. In questo scenario si inserisce la sorellina Jeanne: non solo diventa spontaneamente sua complice e custode del segreto, ma sembra comprendere profondamente Laure e ne vanta le gesta come "fratello maggiore". I genitori, dal canto loro, sembrano accettare e assecondare la figlia, ma condividono una sorta di patto del silenzio, funzionale ad un forzato mantenimento dell’armonia familiare. 

Una delle scene più intense è quella in cui Laure modella con la plastilina una sorta di piccolo pene, che ripone nella scatola dei suoi denti da latte, e poi inserisce nel costume da bagno prima di raggiungere gli altri bambini al lago. Fabbricandolo con le proprie mani, Laure mostra la natura performativa degli attributi di genere che la cultura e la società richiedono per garantire l’appartenenza ad un genere binario. È un momento che ha il sapore dell’illusione infantile e del gioco, ma che è anche intriso dalla spinta della sessualità emergente di rendere la fisicità coerente con la percezione che Laure ha di sé e che ha bisogno di mostrare agli altri. Segna il passaggio doloroso dall’infanzia verso l’adolescenza e la fatica di abitare un corpo ancora prepubere, ma le consente un’onnipotenza magica in cui l'anatomia non è ancora destino.

L’illusione, tuttavia, non può opporsi alla realtà, che irrompe bruscamente e traumaticamente, interrompendo la possibilità di “stare nel gioco”. Quando Laure fa a botte con un ragazzino per proteggere Jeanne, la madre viene messa di fronte al fatto che la figlia “ha detto a tutti di essere un maschio”. È arrabbiata e angosciata, la schiaffeggia: “Hai mentito, e hai coinvolto tua sorella, perché lo hai fatto?”. “Non lo so”, risponde calma Laure. Anche il padre ha poche parole, benché più tenere: “Non devi avercela con la mamma. Sistemeremo tutto. Passerà”.

L’avvicinarsi dell’inevitabile inizio della scuola determina la necessità del disvelamento. È la madre – figura che, portando in grembo il terzo figlio, incarna in modo ineludibile il corpo femminile e la biologia generativa – a imporre il principio di realtà e a tentare di spiegare alle altre madri, a porte chiuse, la “situazione complicata”, costringendo Laure a indossare un vestitino azzurro e trascinandola a casa di Lisa per confessare la verità.

Gli amici, increduli di fronte alla rivelazione e arrabbiati per essere stati ingannati così abilmente, spingono proprio Lisa – che ha investito affettivamente e sessualmente su Mikaël arrivando a baciarla – a "controllare" se è davvero una femmina. 

A interrompere il dramma entra in scena il fratellino: la madre lo tiene tra le braccia, mentre Jeanne e Laure, pensierosa e infelice, lo osservano. Accanto al neonato maschio e alla sorellina Jeanne, una girly girl pienamente inscritta in un’identificazione femminile, Laure rimane la tomboy che sfugge a una collocazione definitiva. Del padre sentiamo la voce: “Non è molto facile svegliarsi, eh piccolino?”. Un interrogativo che risuona ambiguo: si chiede, infatti, se si riferisca solo al neonato o anche a Laure, catapultata fuori dalla sua illusione e dal suo sogno. Infatti Laure si alza bruscamente e si allontana, va sul terrazzo e scorge Lisa.

La sequenza finale è molto simile a quella vista all’inizio del film: Laure e Lisa l’una di fronte all’altra, gli sguardi che inizialmente si sfuggono per poi incontrarsi. Due battute: “Qual è il tuo nome vero?”, “Mi chiamo Laure”. La telecamera indugia sul volto teso di Laure, in cui appare un accenno di sorriso: il legame tra le due bambine non è distrutto.

Tomboy lascia così aperta la domanda sull’identità di genere, mostrando piuttosto la naturalezza con cui i bambini possano essere in grado di riannodare i fili dell’esperienza affettiva, nonostante il nome. 

Il vestitino azzurro che Laure era stata costretta ad indossare è appeso a un albero nel bosco, dove lo ha abbandonato.

 

Titolo originale: Tomboy
Titolo italiano: Tomboy
Paese di produzione: Francia
Anno: 2011
Regia: Céline Sciamma
Sceneggiatura: Céline Sciamma
Musica: Para One (Jean-Baptiste de Laubier)
Cast: Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy, Rayan Boubekri, Yohan Vero, Noah Vero.

Vedi tutto il numero





La redazione è a disposizione con gli aventi diritto con in quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nelle citazioni delle fonti dei brani o delle foto riprodotti in questa rivista.