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Cinema e confini

Cinema e Psyche

Da No Man’s Land a No Other Land

fino a La voce di Hind Rajab il (con)fine non giustifica i mezzi.  I conflitti per allargare i confini nell’immaginario cinematografico classico e recente

Andrea Arrighi

I protagonisti di No man’s land  (Nicija zemlja,  di D. Tanvic, Bosnia ed Erzegovina, Italia, Belgio, Regno Unito, Slovenia, Francia, 2001) e di No Other Land (di B. Adra, Y Abraham, R. Szor, H. Ballal, 2024) si ritrovano  a chiedersi, ognuno a suo modo,  il motivo per cui   i loro paesi d’origine sono arrivati ad essere  così catastroficamente  in conflitto tra loro. Eppure, le etnie in questione in  un tempo  non così lontano vivevano  assieme  rispettandosi  come un unico popolo, certamente avendo anche qualche inevitabile  disaccordo, ma temporaneo e risolvibile. Alludo a serbi e bosniaci ma anche  a palestinesi ed ebrei. In No Man’s Land due soldati nemici finiscono intrappolati in una trincea da cui non possono uscire: un terzo  soldato è stato appositamente  sdraiato  dai nemici su una bomba “trappola” che esplode se lui viene  spostato. I soldati dell’Onu non sanno come risolvere la situazione  senza sacrificare il militare, in quanto non possono evitare di muoverlo  ma non possono nemmeno restare a curarlo per sempre. Gli  altri due militari tra loro  “nemici”, che rimangono ad assistere il soldato sulla bomba, iniziano a raccontarsi le somiglianze banali e  incredibili delle loro vite: si erano  persino  innamorati della  stessa ragazza di un paese non lontano da lì, frequentato da entrambi. Allo stesso modo i protagonisti di No Other Land, un israeliano e un palestinese continuano a domandarsi  come mai le case dei palestinesi devono essere periodicamente  distrutte o requisite per far posto a basi militari o insediamenti israeliani, lasciando numerose famiglie   alloggiate in grotte, nell’ipotesi migliore.  Anche questi due soli film propongono il dubbio   se i (con)fini giustifichino i mezzi;  in altri termini, la conquista di un territorio è ancora lecita come mezzo per difendersi o conquistare  nuove risorse per soddisfare i bisogni di un popolo a scapito di un altro?  

 

La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, 2025

 

Io se fossi gli “altri”… nel paese sbagliato e nel momento peggiore

 

Nel finale di Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Stripped Pygiamas, di M. Herman, USA, Regno Unito, Ungheria, 2008)  i genitori del piccolo Bruno devono tragicamente constatare come ci si sente se è il proprio di figlio ad essere eliminato – per errore -  nelle camere a gas, assieme al suo amico segreto, un coetaneo  ebreo, con cui aveva condiviso ogni momento possibile  del suo tempo libero,  di nascosto  soprattutto da suo padre, comandante delle SS,  che quel campo  di concentramento lo gestiva personalmente, proprio a pochi chilometri dalla casa dove la famiglia si era trasferita per restare vicino al padre,  promosso di grado per il  suo “nuovo lavoro”. La moglie del comandante tedesco, scoperto il macabro significato del  fumo nero che usciva dal campo di sterminio,   aveva già  urlato a suo marito  tempo prima: “Concordo nel  combattere gli ebrei, ma bruciarli vivi e indifesi nei forni non lo sopporto!”.  Il fine giustifica i mezzi in un conflitto? Questo concetto, erroneamente attribuito a Machiavelli, racconta – piuttosto -  che il fine, in ogni nostra azione, specialmente se conflittuale, non  “giustifica” quanto piuttosto pone confini etici, cioè mette in discussione proprio i mezzi attraverso cui raggiungiamo l’obiettivo che ci siamo posti per risolvere un conflitto, come ho  approfondito anche nel mio saggio  La soluzione trascurata. Bene e male nella psicologia Junghiana raccontati attraverso il cinema  (Alpes, Roma, 2023).

L’immaginario cinematografico propone diversi esempi e anche un’evoluzione di pensiero su questo tema. In un primo periodo della storia del cinema western,  il “nemico” andava eliminato, senza alcuno scrupolo morale. In Passaggio a Nord-Ovest, (Northwest Passage, di K. Vidor, J. Conway, W. S. Van Dyke, USA, 1940),  per esempio, un generale bianco spiega ai suoi soldati  perché non si deve  provare  nessuna pietà  nell’uccidere guerrieri ma neanche donne e bambini pellerossa: i  nativi americani si sono dimostrati   particolarmente  spietati  con i bianchi catturati da loro!  Anche  donne e  bambini rappresentano quindi un potenziale pericolo futuro o anche attuale, vista la loro presunta aggressività innata, per il colonizzatore bianco.  In Mission  (Di R. Joffé, Regno Unito, USA, 1986) vengono massacrati bambini e donne latinos  dai conquistadores spagnoli, mentre si stanno rifugiando, in preghiera, in una chiesa nella   giungla di un paese latino-americano del XVIII secolo : pellerossa, latinoamericani e neri per secoli non saranno infatti  considerati  neppure “esseri umani” al pari dei bianchi.  Nella logica del film western, che si estende anche ad altri generi di film, il “cattivo” e il “buono” sono unilateralmente  caratterizzati e  il cattivo  viene disumanizzato:  la  sua malvagità è congenita, quindi, non correggibile e  deve di conseguenza  scomparire oppure essere trasformato in uno schiavo, senza porsi scrupoli etici.

Un’altra variante,  sempre in una prospettiva  per cui il fine giustifica i mezzi, la troviamo quando  per salvare il “buono”,  si compiono azioni che pregiudicano la vita di tantissimi altri: un esempio  diventato un “classico” è il film Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan, di S. Spielberg, USA, 1998) dove la regola “tutti per uno” assume il lugubre  significato del non badare a quanti morti può costare un’operazione di “salvataggio” di un singolo soldato,  durante la seconda guerra mondiale: il fine giustifica – maledettamente – i mezzi. Anche perché il “cattivo” proprio perché  ipotizzato come spietatamente disumano, mi legittima  a comportarmi  come    lui. Tenute in conto le differenze delle situazioni,  con il governo  Netanyauh,  Israele per reagire all’uccisione di circa 1.400 persone e per salvare gli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 non ha esitato  a utilizzare “ogni mezzo”, arrivando ad essere accusato di genocidio dalla Corte Penale Internazionale, e mettendo in pericolo gli ostaggi stessi, come evidenziato anche dalle numerose manifestazioni,  in Israele, di parenti dei rapiti stessi preoccupati che i bombardamenti   colpissero anche  i loro cari e non giustificando una reazione militare decisamente spropositata nei confronti degli abitanti di Gaza. Probabilmente  molti  parenti degli ostaggi hanno capito meglio di tanta opinione pubblica e di molti  opinionisti cosa significa perdere o pensare di non rivedere più persone care e questo aspetto ha stimolato in alcuni casi un notevole grado di empatia anche verso il “nemico” palestinese, colpito in modo sproporzionato quanto inutile per la  completa liberazione degli ostaggi israeliani. Si vedano ad esempio le manifestazioni ed iniziative del movimento Standing Together dove vengono mostrate foto di bambini palestinesi e israeliani uccisi dal terrorismo di Hamas ma anche dai bombardamenti israeliani.

Per sconfiggere il “cattivo” il cosiddetto “buono”  ci si sente autorizzati  quindi   a diventare anche moralmente peggiori del proprio nemico,  anche se, come i padri pellegrini ,  nell’America del Nord,  o i conquistadores ,  in America Latina, si sostiene  di essere  venuti a portare -  con le armi -   una   civiltà migliore in ogni senso  ai  “selvaggi”. Anche i soldati israeliani nel film Tutto quello che resta di me (Al-Li Baqui minnak, di C. Dabis, Germania, Palestina, Giordania, Cipro, 2025) sfrattano brutalmente il legittimo proprietario palestinese di una casa di Jaffa, nel 1948, sostenendo che il suo giardino non sembra curato adeguatamente e saranno loro a requisire l’intera proprietà per  gestirla nel modo “giusto”.    L’idea di fondo sottointesa in questo tipo di imprese è quella di sempre: chi è oltre il mio confine -  geografico ma anche culturale -  è un barbaro da “rieducare”, schiavizzare o eliminare.

      

Soldato blu… con licenza  di autocritica

 

Già nel  western “classico”, ma anticipatore di un successivo ripensamento,  L’ultimo Apache (Apache, di R. Aldrich, USA, 1964), i rangers smettono di cercare di uccidere uno degli ultimi guerrieri della banda di Geronimo, che si rifiuta di vivere nelle riserve indiane, sentendo il pianto di suo figlio che sta nascendo. Gli riconoscono, almeno nei film, il “banale” desiderio di  crearsi una famiglia e vivere in pace.

I cambiamenti sociali determinati  dal movimento politico e culturale del 1968 in Occidente determinano un’autocritica decisamente esplicita in  diversi celebri  western degli anni ’70 del ‘900 dove i pellerossa “diventano buoni”, nel senso che  viene “scoperta” la loro umanità ed evidenziata la spietatezza del colonizzatore bianco. Come ogni soggetto umano,   anche  i nativi nordamericani sembrano quindi   agire in base all’universale principio di sopravvivenza, ricercando con fatica risorse per sfamarsi e vestirsi, costruendo una loro società complessa, in un ambiente naturale ostile e, comprensibilmente, difendendosi – come hanno fatto per secoli gli europei – da nemici interni ed esterni al loro gruppo sociale. Se sono particolarmente  spietati con i bianchi, i pellerossa hanno l’attenuante dell’autodifesa di fronte ad un nemico dotato di  armi più potenti, come pistole e fucili, come viene esplicitato in un noto film  di quegli anni,  Un uomo chiamato cavallo (A Man Called Horses, di E. Silverstein, USA, Messico, 1970). Il protagonista bianco del film, prima di sottoporsi al cruento rituale iniziatico per diventare  degno di sposarsi e risultare idoneo anche al ruolo di  capo-tribù, confessa pubblicamente  i propri pregiudizi, cioè l’aver per molto tempo considerato i pellerossa in generale come “animali feroci”. Avendo  vissuto nella tribù  per anni, dopo essere stato catturato e trattato lui come un cavallo ,  ora ha imparato  che i suoi (ex) nemici e oppressori  vivono   seguendo specifici e   complessi  rituali, ma  simili ad una qualsiasi etnia umana. Certamente risultano anche loro etnocentrici, si pensano cioè   culturalmente e militarmente migliori dell’uomo bianco, come delle altre tribù nemiche,  ma permettono a lui “straniero”, di diventare un loro pari una volta superato  un  pericolosissimo rito iniziatico.  Anche altri lungometraggi  come Soldato blu (Soldier Blu, di R. Nelson, USA, 1970) o Piccolo grande uomo (Little Big Man, di A. Penn, USA, 1970)  ci propongono uomini bianchi colonizzatori che si “pentono”, cioè  prendono consapevolezza che coloro che desideravano massacrare erano e sono - quei  pochi sopravvissuti  ad  un autentico genocidio – uomini come tutti, in cerca di realizzazione personale e soprattutto collettiva, con luci ed ombre, come in ogni individuo  e  popolazione, come ho approfondito nel mio L’energia delle video-immagini. Creazione e racconto di sé attraverso il cinema e le sue variazioni. (Alpes, Roma, 2023).

L’autocritica che ad un certo punto emerge nell’immaginario western americano dovrebbe quindi convincerci su un punto:  ogni fine è legittimato moralmente dai mezzi utilizzati per il suo raggiungimento.  Anche nel conflitto Israele-Palestina o tra Russia e Ucraina, cosi come nei diversi teatri di guerra  internazionali  a cui non viene data la dovuta attenzione, l’obiettivo di fondo  rimane quello di  “restare umani”, per dirla con Arrigoni (Arrigoni, V. Gaza. Restiamo umani, Manifestolibri, Milano, 2009), cioè riconoscere al nemico un dato di fatto incontestabile, almeno secondo  la Dichiarazione universale (occidentale) dei diritti umani: ogni soggetto ha pari dignità rispetto agli altri. Non esiste nessuna persona  a cui  possiamo negare lo status di essere umano e trattarlo di conseguenza  peggio di come tratteremmo noi stessi o le persone a noi più care.  A questo proposito, nel  film Hotel Rwanda (di T. George, Canada, Regno Unito, Italia, Sudafrica, 2004) i giornalisti costretti ad abbandonare civili loro  amici nella capitale del Ruanda e a constatare  che anche i bambini vengono lasciati  in balia della guerra civile e non espatriati,   solo perché di colore o non cittadini di qualche paese occidentale, si  ripetono più volte, sinceramente amareggiati,  “Quanto mi faccio schifo!!!” perché avvertono come inesorabilmente  traditi o resi inapplicabili   proprio quei diritti umani elementari che  l’Occidente si vanta di aver creato proprio dalla riflessione rispetto alle  tante guerre o genocidi passati, ma che i soldati dell’ONU, presenti  in Ruanda, non riuscirono a garantire, se non agli occidentali.   I giornalisti finiscono così  per sentirsi in un qualche modo complici delle milizie hutu che uccidono senza pietà civili tutsi in ogni angolo del paese.  Lo stesso protagonista del film, Paul, scopre di non essere uguale agli occidentali che tanto ammirava e con i quali ha lavorato con reciproca soddisfazione  per diversi anni: lui non vale  nulla in quanto  non rappresenta  un voto elettorale e non è neppure un nero statunitense, ma solo un nero africano, la cui scomparsa è tollerabile  come  un effetto tra i tanti  di un genocidio.

 

Dal Vietnam all’11 settembre, un’autocritica più soft

 

Se di pellerossa “cattivi” non ne abbiamo più visti dopo gli anni ’70 del ‘900, di viet-cong legittimamente aggressivi il cinema statunitense  autocritico dei tardi anni ’70 e ‘80  non ne ha quasi mai mostrati. In altri termini, film come Il Cacciatore (The Deer Hunter  di M. Cimino, USA, Regno Unito, 1978) , Tornando a casa (Coming Home, di H Ashby, USA, 1978),    Apocalypse Now (di F.F. Coppola, USA, 1979) , ma anche Full Metal Jacket (di S. Kubrick, USA, Regno Unito, 1987) per ricordare solo alcuni esempi,  hanno raccontato  più la sofferenza psicofisica estrema  dei soldati americani, piuttosto  che quella dei Vietnamiti aggrediti. Certamente viene messo in discussione lo strumento della guerra come mezzo per risolvere i conflitti. Nelle scene più cruente de Il Cacciatore –  come la celebre  roulette russa tra  americani catturati dai Vietcong costretti a rischiare di  suicidarsi per intrattenere i loro custodi, lo spettatore credo sia colpito dal meccanismo del  “sangue chiama sangue”, senza speranza di risoluzione, per citare una frase di un altro classico del cinema statunitense, come il Padrino III (The Godfather Part III di F. F. Coppola, USA, 1990) a proposito delle dinamiche del mondo della malavita, dove “famiglie criminali” vivono scontrandosi eternamente tra loro, generando un circolo di vendette potenzialmente infinite, come vediamo in tutta la trilogia del Padrino (The Godfather Part 1-2-3, di F. F. Coppola, USA, 1971, 1974, 1990) per citare un solo celebre esempio. Nel caso de Il cacciatore il vietnamita si comporta in modo particolarmente spietato nei confronti dei prigionieri americani e lo spettatore occidentale giudica negativamente il vietnamita vittima dell’aggressione statunitense.   In Full Metal Jacket, ancor prima di arrivare a combattere in Vietnam, si vede una recluta esasperata da un addestramento militare   ossessivamente violento,  quanto sinceramente  appassionata delle armi, che arriva a sparare al  proprio istruttore e suicidarsi, per fare un altro esempio di attenzione soprattutto al disagio psichico dei militari americani.  L’autocritica made in USA nel cinema è quindi  particolarmente severa  rispetto al  genocidio dei pellerossa e molto più auto-indulgente  rispetto al tema “guerra in Vietnam”, probabilmente perché in questo caso gli Stati Uniti  uscivano perdenti moralmente e militarmente da questo conflitto,  causato dalla  loro decisione di intervenire nella guerra tra Vietnam del Sud (filo-occidentale) e del Nord (comunista):  il trauma psicosociale  connesso  proprio alle bare riportate in patria e ai tanti reduci con seri problemi psichici e fisici di lungo periodo e di  difficile cura risultano quindi una ferita psicosociologica difficile da rielaborare. Nella scena finale de Il Cacciatore i protagonisti cantano infatti  commossi e ancora convinti:  “Dio benedica l’America!”. 

Per un approfondimento sulla storia del ‘900  rimando volentieri ad un recente saggio di Francesco Frasca Schermi del novecento. La storia del XX secolo vista attraverso il cinema (Lindau, Torino, 2025)

Comprensibilmente   risulta ancora meno di successo  una filmografia autocritica rispetto alle guerre successive: Afghanistan, Iraq (prima e seconda guerra) dopo 11 settembre 2001. Viene evidenziato comunque anche in questo caso soprattutto  il disagio psichico dei reduci, come in American Sniper (di C. Eastwood, USA, 2014) dove il protagonista, un cecchino realmente esistito che aveva il compito di eliminare donne e bambini armati in Iraq, dopo l’11 settembre,   viene ucciso a sua volta nel finale da un soldato che,  traumatizzato dall’esperienza della stessa guerra,   cercava supporto psicologico nell’ex cecchino ormai ritirato.   

 

La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, 2025

 

Riconoscere quindi  il dramma dell’altro, quello veramente diverso da me  rispetto a pelle, etnia, religione e, soprattutto, condizione culturale e socioeconomica,  diventa il punto centrale che il cinema più recente sembra volerci mostrare con differenti contributi, compreso il recentissimo La voce di Hind Rajab (Sawt al-Hind Rajab, di K. Ibn Haniyya, Tunisia, Francia, Regno Unito, USA, 2025). In questo caso troviamo un’opera, tratta da un episodio recente realmente avvenuto a Gaza,  che riesce  quasi a far  vivere allo spettatore stesso  il  sentimento di disperata impotenza dei protagonisti. Una bambina chiama per avere aiuto, mentre la stanno bombardando, con  accanto a lei  i parenti morti. Lo spettatore inevitabilmente si immedesima nel personale del call center che risponde e cerca di intrattenere la bambina, con le domande classiche che la psicologia  suggerisce nelle situazioni di forte tensione, del tipo “com’è la tua scuola?”, “chi sono i tuoi amici e familiari?” “Cosa ti piace fare?” Hind Rajab risponde con frasi semplici del tipo “frequento la classe delle farfalle”, e il pubblico inevitabilmente si immedesima ricordando figli piccoli o nipoti delle scuole materne. Intanto  si cerca di mandare sul luogo un’ambulanza, impresa che sembra impossibile, vista la situazione di guerra e le diverse – assurde – autorizzazioni che si devono ottenere per il transito anche  di un mezzo di pronto soccorso.  Il finale, con  l’auto crivellata dalle bombe che  conferma la morte della protagonista, che noi vediamo solo in foto di famiglia precedenti alla guerra,  ci parla non solo della situazione di  Gaza nel 2023-25,  ma anche  di ogni guerra, come i film  No Man’s Land e No Other Land: se per ottenere un obiettivo devo uccidere persone che non mi stanno minacciando con armi, sembrano dirci diversi dei film citati, il mio obiettivo di pace e auto-difesa  risulta tragicamente contraddittorio perché mi trasformo nel nemico che vorrei eliminare. Inoltre,  se nel difendermi mi comporto in un modo incredibilmente più spietato, uccidendo persone in fuga o che cercano di sfamarsi,   creo i presupposti per una violenza successiva potenzialmente infinita che rende incerti nella loro efficacia anche  eventuali trattati di pace successivi, come quello ad ottobre 2025 a Gaza.

Si  tratta anche  di ammettere che nessuna etnia può pensarsi superiore alle altre, anche se  il naturale etnocentrismo può farlo ingenuamente  credere ad ogni popolo. Una nazione  o gruppo etnico predominante da un punto di vista militare ed economico  in un periodo storico può  perdere gradualmente o improvvisamente il suo  potere perché sconfitta militarmente  da altre  nazioni o distrutta  da qualche catastrofe naturale. Il dramma palestinese, ma anche quello dell’attuale  guerra in Ucraina, così come dei  tanti altri conflitti in corso, raccontano l’antichissimo  desiderio di prevalere militarmente e culturalmente di un’etnia su un’altra. Ma questo modello oggi  diventa sempre più rischioso per il  dato di fatto che  la potenza delle armi nucleari utilizzabili   potrebbe risultare  letale o danneggiare notevolmente  ciascuna  delle parti in conflitto. Il maestro del cinema Kubrick ci aveva  avvertito già negli anni ’60 del secolo scorso,  raccontandoci, con amara ironia,  il tema di una  bomba atomica gestita in modo irresponsabilmente superficiale,  attraverso  il film Dr. Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. (Dr. Strangelove or: How I learned to Stop Worryng and Love the Bomb, di S. Kubrick, 1964, USA, Regno Unito).

Difficilmente troveremo in futuro un’egemonia gestita univocamente da una nazione o un ristretto gruppo di paesi.  Recalcati credo sia illuminante in questo senso, approfondendo  specificatamente il conflitto israelo-palestinese,  riaccesosi drasticamente dopo i drammatici fatti del 7 ottobre 2024, sostenendo che

 

 “Il progetto dei "due popoli in due stati", l'unica possibile soluzione politica di quel conflitto che si trascina dalla nascita di Israele, viene ostacolato dai fondamentalisti religiosi di ambo le parti, i quali coltivano il sogno cainesco dell'Uno senza il Due, dell'Uno che vorrebbe escludere a tutti i costi l’esistenza del Due. E’ questa, infatti, l'essenza di ogni fondamentalismo: soppressione del pluralismo del Due nel nome dell'identità rigida e originaria dell'Uno. La violenza dell'odio - individuale e collettivo - ha sempre come sua genesi l'intolleranza per il trauma (benefico) del Due. Essa sospinge ogni volta verso l'Uno, l'identico, il simile, l'eguale escludendo il Due, il differente, lo straniero, il difforme. In questo senso la violenza dell'odio come esclusione del Due è sempre antagonista a un autentico sentimento di fratellanza, di sorellanza. ( M. Recalcati Uno diviso due. Fratelli e sorelle. Feltrinelli, Milano, 2025, pp. 58, 59. Si veda anche   M. Recalcati  Il gesto di Caino, Einaudi, Torino, 2020)

 

Il punto citato da Recalcati ci ricorda appunto  l’interdipendenza reciproca – antica ma oggi sempre più inevitabile -  tra  nazioni ed etnie presenti nel pianeta terra, dove nessuna nazione può comportarsi, come accaduto in passato, da figlio unico dittatoriale

 

Se divento come il mio carnefice: il fine delimita i mezzi

 

Mandela, nella ricostruzione biografica del  film Invictus (di C. Eastwood, USA, 2009), convince un’ assemblea di suoi sostenitori a lasciare uguale lo stemma della squadra di rugby, odiatissima dai neri in quanto simbolo dell’oppressione bianca,  perché proprio quella squadra doveva diventare simbolo di unità nazionale di un Sudafrica che provava,  con indescrivibile  fatica,   a riconciliarsi dopo anni di apartheid attuata dai  bianchi colonialisti verso i neri abitanti originari del luogo.  Mandela insiste con un discorso del tipo: sconfiggo il razzismo se e solo se non lo replico in un altro modo. In altri termini, se sono i bianchi a diventare gli oppressi e i neri gli oppressori, non si è risolto nulla, si è solo messo in atto uno “scambio delle parti” e una “identificazione nell’aggressore” da parte dei neri,   nel nuovo Sudafrica dei primi anni ’90 del ‘900.   

Per concludere  torniamo ai due film iniziali. Siamo tutti simili al soldato sdraiato sulla bomba di No Man’s Land…se non riusciamo a disinnescare il “sangue chiama sangue” ricordato nel Padrino III, prima citato. In altri termini,  se lo stato di Israele è lui a “rubare la terra ad altri, espellendo i palestinesi, non dal 7 ottobre 2023, ma dalla sua fondazione nel 1948, e a commettere un genocidio nella striscia di Gaza, massacrando, per reazione,  un numero di civili insopportabilmente  spropositato rispetto  alle persone uccise e/o  rapite il 7 ottobre da Hamas o se  l’attuale governo della Russia  di Putin si sente legittimato ad invadere un paese per ritorsione rispetto ai civili russofoni  uccisi o non rispettati in determinate regioni dell’Ucraina o perché si sente “accerchiato” dai paesi occidentali, molto probabilmente a questa violenza seguiranno altre forme di vendetta nel lungo periodo, non nell’immediato, ma in un futuro prossimo. Freud, in una lettera del 1930 scrive, a proposito della fondazione di Israele:

 

“Non penso che la Palestina possa mai diventare uno stato ebraico né che il mondo cristiano, così come quello islamico, possano un giorno essere disposti ad affidare i loro luoghi sacri alla custodia ebraica. Mi sarebbe parso più sensato fondare una patria ebraica su una terra nuova, non gravata dalla storia. Riconosco che (…) il fanatismo irrealistico dei nostri compatrioti ha avuto la sua parte di responsabilità nel risveglio della diffidenza degli arabi. Non posso provare alcuna simpatia per una devozione mal interpretata, che fa di un pezzo del muro di Erode una reliquia nazionale e, a causa sua, sfida i sentimenti delle popolazioni locali.” (da M. Francesconi, D. Scotto di Fasano (a cura di) Freud a Gaza. Un testimone auricolare: lo psicoanalista,  petite plaisance edizioni, Pistoia,  2024, p.52)

 

Francesconi sostiene che probabilmente Freud si riferisce al testo  Lo stato ebraico di Theodor Herzl, del 1896, dove l’autore, uno dei fondatori del movimento sionista,  ipotizzava una collocazione dello stato di Israele non necessariamente in  Palestina, come ci ricorda oggi anche Gad Lerner nel suo Gaza. Odio e amore per Israele (Feltrinelli, Milano, 2024).

De Monticelli ci mostra quanto fossero profetiche le considerazioni  del padre della psicoanalisi citando  le parole del celebre capo di Stato maggiore Israeliano, Moshe Dayan,  eroe della guerra dei sei giorni, al funerale di un ragazzo israeliano ucciso da  palestinesi nei pressi di Gaza nel 1956:

 

“Non diamo la colpa agli assassini palestinesi. Per otto anni sono stati inerti nei campi profughi di Gaza, mentre davanti ai loro occhi noi abbiamo trasformato in nostri possedimenti le terre e i villaggi dove loro e i loro padri abitavano.” (De Monticelli, R. Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione  Laterza, Bari-Roma, 2024, p. 13)

 

 

Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis, 2025

 

Nel film Tutto quello  che resta di te (Al-Li Baqui minnak, di C. Dabis, Germania, Palestina, Giordania, Cipro, 2025) la madre palestinese  protagonista dice ad un giovane israeliano “noi stiamo pagando per quello che avete subito voi!” Gli ha appena finito di raccontare come i palestinesi hanno dovuto abbandonare case e terreni dopo la fondazione dello stato di Israele nel 1948 oppure vivere sottomessi in quella che era la loro patria, dove arabi ed ebrei convivevano con rispetto reciproco. Sembrano essere  i palestinesi a pagare in tutti i sensi, dal 1948 fino ai giorni nostri,  non solo per la Shoah ma anche per le più antiche persecuzioni subite dagli ebrei. Anche No Other Land sintetizza questo punto: se chi è stato vittima diventa un aggressore permanente di qualcun altro, la modalità distruttiva resterà quella predominante nel risolvere ogni grave conflitto tra individui o tra etnie e  il titolo stesso di questo film ci avverte anche  che   è  il genere umano  a non avere altra terra se non quella in cui abita, cioè  il nostro pianeta, con i noti problemi  di distribuzione equa delle risorse, sviluppo ecologicamente sostenibile  e, forse soprattutto,  spazio vitale necessario per ogni etnia. Le nuove colonie su altri pianeti, promesse nel film fantascientifico quanto profetico, Blade Runner (di R. Scott, USA, 1982) , per ora restano infatti  una pallida ipotesi, eventualmente riservata a pochi e ricchissimi soggetti, come vediamo nell’ironico finale  di un altro film di fantascienza  più recente, Don’t look up (di A. McKay, USA, 2021).  Nel duello finale, un replicante protagonista di Blade Runner salva il suo nemico,  invece di lascarlo cadere da un cornicione, perché sa che lui come replicante  sta per morire, avendo terminato il suo tempo di esistenza,   e proprio  per questo apprezza il sentirsi vivo, anche nel suo nemico,  più di ogni altra cosa. Ha appena ricordato al suo avversario, un cacciatore di replicanti che lo perseguita da tempo, “Bello vivere nel terrore, vero?” Poniamoci anche  noi la stessa domanda e stabiliamo  confini etici ad ogni nostra forma di   aggressività. Nessun (con)fine giustifica mezzi che uccidono civili indifesi di qualsiasi etnia.  Altrimenti presto o tardi saremo eliminati a nostra volta o comunque  vivremo  nel terrore che una qualche forma di vendetta possa colpirci…una situazione simile  a  quella del soldato sdraiato sull’esplosivo in No Man’s Land o a quella della povera Hind Rajab.

 

Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis, 2025

 

 

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