Cinema e confini
Il personaggio
Si tratta di un docufilm in progress dedicato alla complessa figura del fondatore dell’Associazione Italiana Psicologia Analitica – scritto da Caterina Cardona, Silvia Di Domenico e Catherine McGilvray, diretto da Catherine McGilvray.
«Un tempo ricorsi alla psicoanalisi. Era estate, era l’immediato dopoguerra, vivevo a Roma. Era un’estate afosa e polverosa. Il mio analista aveva un appartamento nel centro. Andavo da lui ogni giorno alle tre. Mi apriva lui la porta. Nel suo studio c’era penombra e frescura. Il dottor B. era un anziano, alto, con una coroncina di riccioli argentei, piccoli baffi grigi, spalle alte e un po’ strette. Aveva sempre camicie immacolate, col collo aperto. Aveva un sorriso ironico, ed un accento tedesco. Aveva al dito un grosso anello d’ottone con iniziali, mani bianche e delicate, occhi ironici, lenti d’oro. Mi faceva sedere ad un tavolo e sedeva davanti a me. C’era sempre per me sul tavolo un gran bicchiere d’acqua, con un cubetto di ghiaccio e una scorza di limone. Allora nessuno a Roma aveva il frigorifero…come facesse lui a procurarsi ogni giorno quei cubetti di ghiaccio così levigati e tersi è rimasto un mistero per me… L’amica che mi aveva suggerito di andare dal dottor B. e che ci andava lei stessa non mi aveva detto molto di lui. Mi aveva detto che era ebreo, junghiano, e tedesco».
(Natalia Ginzburg - La mia psicoanalisi in Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano 1970)
E questo poteva voler dire ‘varcare i confini’ sul finire della guerra e negli anni sgomenti ed euforici a seguire: era salire le scale senza luce di un palazzetto di via Gregoriana a Roma, con in mano una candela per non inciampare, come racconterà molti anni dopo anche la scrittrice e psicoanalista Bianca Garufi, per andare a trovare, curiosa di qualcosa di nuovo e di possibile aiuto, quello stesso analista da cui era andata Natalia Ginzburg: ebreo, junghiano, tedesco che mi guarisse non so bene da che cosa ma Bobi Bazlen aveva insistito tremendamente perché facessi questa esperienza.

Crossing Borders, Healing Minds: Ernst Bernhard’s Story, Paolo Aite
E questo racconta il nostro docufilm: l’insolita vicenda di quell’analista, ebreo, junghiano e tedesco, fortunosamente arrivato in Italia, e il legame, all’inizio quasi casuale e molto segreto, che lo unì ad un gruppo via via sempre più folto di giovani intellettuali destinati a diventare protagonisti della rinascita culturale del Paese. Natalia Ginzburg, Bianca Garufi, Bobi Bazlen, appunto, Giorgio Manganelli, Amelia Rosselli, Adriano Olivetti…i nomi sono tanti, per passa parola, anno dopo anno, fino a quel Federico Fellini che gli dedicherà, straziato dalla sua morte precoce nel 1965, una accorata lettera di addio:
Vorrei poter vivere senza di te, vivere di te ciò che hai saputo donarmi. Ti debbo moltissimo della mia vita. Ti debbo la possibilità di continuare a vivere con momenti di gioia. Ti debbo la scoperta di una nuova dimensione, di un nuovo senso di tutto, di una nuova religiosità. Grazie per sempre, amico fraterno, mio vero padre.
Una vicenda, che oggi che sono passati 60 anni dalla sua morte, si può leggere come una sorta di vera e propria vena d’oro all’interno della cultura italiana del dopoguerra. Andare da B. significò varcare i confini del mondo borghese e benpensante da cui tanti dei suoi pazienti provenivano e aprirsi ad un’esperienza del tutto nuova: La scoperta relazionale che si aveva nel rapporto con B. era proprio quella di avere a che fare con un’impostazione topograficamente anomala dello spazio psicologico in cui ci si muoveva’, raccontava Giorgio Manganelli, suo paziente dalla fine degli anni Cinquanta, e lo psichiatra Francesco Montanari lo ricordava come ‘quell’emigrato che si ritrova in un paese con problemi di siccità ed ha gli strumenti necessari nella sua valigia per trovare l’acqua. Una vicenda singolare ed irrepetibile nella cultura italiana del dopoguerra.
Ci si può chiedere, allora, quali fossero gli strumenti di Bernhard e perché così efficaci.
Medico pediatra nella Berlino del primo trentennio, proveniente da una famiglia di forte impronta religiosa, approdato a Roma nel 1936 in fuga dalle leggi razziali, aveva una cultura straordinaria che abbracciava sia una approfondita e sofferta conoscenza dei grandi testi sacri su cui si era formato, sia il pensiero di Jung e di Freud nella temperie filosofica e scientifica dell’epoca, sia una insolita apertura alla filosofia orientale: in sintesi, un sapere vastissimo e multiculturale, animato da quello che un paziente, poi divenuto psicoanalista a sua volta, come Vincenzo Loriga definiva come il soffio terapeutico: una qualità felice dell’ascolto terapeutico. Sapeva trovare la parola giusta al momento giusto, cioè la parola capace di dissolvere le nubi e allontanare il conflitto.
Bernhard sapeva, dunque, ‘ascoltare’, i libri come gli uomini, e il suo materiale di lavoro era il sogno, come una sorta di pasta ectoplastica in cui affondare continuamente le mani. I suoi sogni (che ritroviamo nella sua Mitobiografia edita da Adelphi) i sogni dei pazienti e degli allievi da sondare, interpretare, capire, interrogare più volte, scandagliare, anche disegnare, anche trascrivere e raccontare, in una circolazione continua, in un continuo lavorare: Il sogno – scrive – non è in fondo che un ritaglio momentaneo nella fiumana ininterrotta delle immagini del nostro sostrato psichico su cui si edifica la nostra coscienza – e continua – Così come le stelle stanno in cielo anche di giorno.
Crossing Borders, Healing Minds: Ernst Bernhard’s Story, Villa Bernhard sul lago di Bracciano
E un’altra paziente poi divenuta allieva e psicoanalista a sua volta, Silvia Rosselli, ricordava quel suo modo straordinario di lavorare sul sogno:
I sogni se li portava appresso, li raccontava, li rigirava, ne vedeva tutti gli agganci, i collegamenti, i significati, era un discorso che non finiva mai…Questo suo lavoro paziente e continuo mi ricordava quegli scarabei sulla spiaggia, si chiamano stercorari, che ammassano delle grandi palle che poi trasportano con immensa fatica nella loro tana.
Lo strumento di Bernhard era Bernhard continuava Giorgio Manganelli. Con lui tutto diventava parte di un linguaggio e tutto funzionava meravigliosamente, ma funzionava perchè c’era questa sua poderosa fantasia psicologica di fondo.
Non facile, dunque, oggi raccontare attraverso un documentario un personaggio così complesso e fuori dal comune, calato fortunosamente in un’Italia provinciale che emergeva dagli anni bui del fascismo. Per chi allora fu in grado di capirne la portata, lo studio di via Gregoriana diventò un’oasi segreta in cui operare una silenziosa, personale, rivoluzione culturale e aprirsi al mondo. Non si trattava, infatti, solo di una tecnica psicoterapeutica affascinante e offerta con straordinario talento ma anche di infiniti altri aspetti, anche minimi: gesti, modi di dire, quel suo curioso accento in italiano, tante abitudini nuove e diverse, etiche e spregiudicate ad un tempo. Dai cubetti di ghiaccio lisci e perfetti nel bicchiere d’acqua, al te cinese servito alle 4 dal samovar che bolliva sulla tavola, alla pratica costante della ginnastica Yoga, al lavoro manuale di costruirsi i propri mobili... E poi i libri: dall’I King, ai testi fondamentali del pensiero filosofico religioso indiano e cinese come la Bhagavad Gita, Acque d’autunno di Chuang Tze, il Tao Te King di LaoTse e il Libro tibetano dei morti, oltre all’Abbandono alla Divina Provvidenza del Père de Caussade e le favole indiane commentate dallo junghiano Heinrich Zimmer… tutto un mondo, insomma, di comportamenti e di saperi ancora inesplorati...e oggi potrebbe apparire incomprensibile, se non imbarazzante, un analista le cui sedute non avevano limiti predefiniti, che entrava senza remore nella vita privata dei pazienti, che consultava l’I king e di ognuno studiava il tema di nascita e leggeva la mano da esperto chirologo: era uno strano sistema psicologico che adoperava tutto quello che gli capitava sotto mano ricordava Giorgio Manganelli ma con lui tutto diventava parte di un linguaggio e tutto funzionava meravigliosamente…
Crossing Borders, Healing Minds: Ernst Bernhard’s Story, Romano Màdera
Oggi Ernst Bernhard si potrebbe anche definire uno ‘sciamano’, nel senso più nobile del termine, sicuramente è stato un personaggio carismatico e uno psicoanalista eccezionale che si era dedicato totalmente all’ascolto delle singole individualità in un paese dove era approdato per un caso della vita.
Nel nostro film, dopo anni di ricerche ne ricostruiamo la figura e la complessa vicenda biografica, avendo a disposizione dello straordinario materiale inedito che va da una preziosa registrazione originale del 1965 con la sua voce che racconta sogni e riflessioni intime, alle testimonianze registrate di tanti dei suoi pazienti oggi purtroppo scomparsi, a immagini, fotografie, disegni: tutto materiale conservato come reliquie e oggi recuperato accanto a interviste realizzate appositamente con studiosi e didatti.
Da un punto di vista narrativo il cuore pulsante del film è rappresentato dalla stanza dell’analisi: lo studio di Bernhard in via Gregoriana 12, alto sui tetti di Roma e abitato dalle voci di chi l’ha frequentato allora e da quanti oggi ne studiano il pensiero, fino a trasferirsi, con un’ultima immagine, sulle rive del lago di Bracciano dove con la moglie aveva costruito una casa per le vacanze, purtroppo in totale abbandono, e dove è tornato un piccolo gruppo di psicoanalisti junghiani, eredi di Bernhard, uniti dal desiderio di rendere omaggio a questo singolare, e per alcuni versi anche ‘scomodo’, Maestro: quello che Federico Fellini, commosso, chiamava “il mio vero padre”.

Per gentile concessione dell’Archivio Bernhard, A.S.P.I. Università di Milano Bicocca
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