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Coraline e la porta magica

Elisabetta Bellagamba

Coraline e la porta magica, film d’animazione diretto da Henry Selick e tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman (2002), è molto più di una fiaba gotica per adolescenti. Attraverso un linguaggio visivo potente e perturbante, la pellicola mette in scena uno dei passaggi più delicati dello sviluppo psichico, il processo di separazione dalle immagini genitoriali idealizzate e l’ingresso, doloroso ma necessario, in una percezione più complessa e realistica delle figure di riferimento.

La storia  inizia con un trasferimento. Coraline, un’undicenne curiosa e ribelle, si ritrova con i genitori nella Pink Palace, una grande casa isolata immersa in un paesaggio grigio dell’Oregon. Questo cambiamento geografico non è solo uno sfondo narrativo ma assume subito il valore di una metafora psichica la separazione dai luoghi familiari coincide con l’ingresso forzato in una fase evolutiva in cui le certezze infantili cominciano a vacillare.

Nel nuovo ambiente Coraline sperimenta una profonda solitudine affettiva. Non ci sono amici, non ci sono stimoli, e soprattutto i genitori appaiono assorbiti dal lavoro, distratti e emotivamente poco disponibili. La fanciulla sente trascurata, messa ai margini, e questa esperienza genera rabbia, frustrazione e un senso di vuoto che fatica a nominare. È la frustrazione tipica della preadolescenza, la dolorosa scoperta che i genitori non sono onnipotenti, che non rispondono sempre, che hanno limiti e mancanze. Questo processo di de-idealizzazione è necessario per crescere, ma porta con sé una sofferenza ineludibile. 

È in questo contesto emotivo che Coraline scopre una piccola porta, inizialmente murata, che durante la notte si apre su un mondo parallelo. Attraversarla significa accedere a una realtà alternativa in cui tutto appare più colorato, più vivo, più accogliente. L’altra madre e l’altro padre sembrano incarnare l’ideale infantile di genitori sempre presenti, capaci di anticipare ogni desiderio e di offrire gratificazione immediata. Qui, non esistono conflitti né separazioni, è il regno dell’onnipotenza, dove tutto è possibile e tutto ruota attorno ai bisogni della protagonista. 

 

 

Il passaggio verso questo universo non avviene casualmente: è un topolino, creatura che richiama la dimensione onirica e inconscia, a guidare Coraline. Questo dettaglio suggerisce che il ritiro nella fantasia non è una scelta pienamente consapevole, ma l’effetto di forze psichiche profonde che si attivano quando la realtà diventa troppo frustrante.

Il mondo oltre la porta si rivela come una realtà scissa, dove tutto si divide in estremi opposti e irriducibili. Ogni aspetto della vita quotidiana si sdoppia in una versione idealizzata, i genitori reali, vissuti come distanti e trascuranti, assumono i tratti di figure esclusivamente negative; al contrario, le loro controparti nell’altro mondo si mostrano perfette, prive di difetti o limiti. Non c’è spazio per sfumature o ambivalenze, qui tutto è assoluto, e ogni contraddizione viene cancellata.

Il tema del nutrimento è particolarmente significativo. L’altra madre cucina piatti elaborati e desiderabili, mentre il cibo proposto dalla madre reale viene vissuto da Coraline come disgustoso, persino “avvelenante”. Non si tratta semplicemente di gusto, il nutrimento affettivo proveniente dai genitori reali è percepito come tossico perché non risponde più all’onnipotenza infantile. La frustrazione, che sarebbe necessaria alla crescita, viene vissuta come un attacco.

 

 

Anche il giardino diventa specchio di questa divisione radicale tra i due mondi. Nell’altro lato della porta si presenta rigoglioso e fiorito, quasi fosse stato pensato e plasmato unicamente per accogliere i desideri di Coraline, mentre nella realtà si mostra grigio, trascurato e spoglio, come se ogni traccia di vitalità ne fosse stata risucchiata. Il contrasto tra questi due paesaggi, così netto sia nei colori che nelle emozioni che evocano, non fa che riflettere lo stato interiore della protagonista, oscillante tra un universo fantasmatico in cui tutto sembra possibile e perfetto e una realtà che, al confronto, le appare arida e ostile, incapace di soddisfare le sue aspettative di gratificazione immediata.

L’altra madre rappresenta una figura materna portata all’estremo della sua idealizzazione, ma proprio per questo carica di un potenziale pericoloso e distruttivo. La sua disponibilità è assoluta, la sua sintonia con i desideri di Coraline appare perfetta, e ogni possibile frustrazione viene cancellata prima ancora di manifestarsi. Tuttavia, questa apparente perfezione, priva di qualsiasi limite o contraddizione, non lascia margine all’emergere di un desiderio autentico, né tantomeno alla nascita di un pensiero critico e autonomo. La gratificazione che offre è immediata e totalizzante, ma proprio in questa sua completezza risiede la sua natura soffocante e, in ultima analisi, mortifera. Infatti, diventa così una madre che non accetta la separatezza del figlio, che lo riduce a mera estensione narcisistica di sé, negandogli così la possibilità di esistere come soggetto separato.

Coraline si trova a navigare in un conflitto interiore, stretta tra due movimenti contrapposti: da una parte la tentazione regressiva di rifugiarsi in una dipendenza infantile, dove ogni bisogno viene soddisfatto senza sforzo e senza attesa; dall’altra, un impulso ancora timido ma tenace verso l’autonomia, verso la conquista di una propria identità distinta e matura. Il suo percorso di crescita, quindi, non può che passare attraverso una rinegoziazione profonda e dolorosa di quella che è la complessità delle relazioni umane che concerne l’accettazione delle figure genitoriali, e non solo, come persone che non siano né esclusivamente buone né irrimediabilmente cattive, ma portatrici di un’ambivalenza intrinseca, capaci di amare e, allo stesso tempo, di deludere. Solo in questo modo potrà emergere una visione più realistica e integrata del mondo e di sé stessa. Accettare la realtà, con le sue contraddizioni e le sue mancanze, significa anche accettare che la pienezza non risiede nella perfezione, ma nella capacità di integrare la delusione come parte costitutiva dell’amore e della crescita.

 

 

Il mondo esterno, rappresentato dai coetanei, dalla nuova scuola, dal quartiere sconosciuto, incute timore a Coraline perché porta con sé tutti i rischi emotivi della relazione, come il conflitto, la competizione, la possibilità di esclusione, il confronto con i propri limiti. La nostalgia per l'infanzia, per quella condizione protetta dove i privilegi della dipendenza erano garantiti, si scontra con il desiderio emergente di crescere, di affermare la propria identità separata.

L'interrogativo esistenziale che tormenta la protagonista è essenzialmente questo: posso sopportare la perdita delle certezze infantili per affrontare l'incertezza del crescere? Posso tollerare genitori imperfetti, frustranti, ma reali, rinunciando alla fantasia di genitori ideali ma inesistenti?

Finalmente, però, arrivano in soccorso a Coraline nuovi personaggi, figure apparentemente marginali, come il vicino eccentrico o le due anziane attrici, che, con la loro stranezza e la loro imperfezione, le offrono una rete di relazioni concrete in grado di contrastare l’inganno seduttivo dell’altro mondo. Ma è soprattutto la presenza del gatto a svolgere un ruolo fondamentale. La sua figura non si limita a una mera comparsa simbolica, ma si configura come una figura liminare, portatrice di una consapevolezza che sfida l’ordine apparente delle cose. Il suo atteggiamento, ora ironico ora distaccato, incarna una funzione riflessiva che si oppone alla seduzione acritica dell’illusione. Infatti, il gatto non si lascia ingannare dalle apparenze, e proprio per questo diventa lo specchio di una capacità di pensiero critico che Coraline, ancora intrappolata tra desiderio e paura, fatica a esercitare. È attraverso il suo sguardo, che sembra osservare il mondo con una lucidità quasi cinica, che la protagonista viene messa di fronte a una verità scomoda: la perfezione dell’altro mondo non è che una trappola, una promessa vuota che nasconde, dietro la sua facciata allettante, il prezzo di una resa incondizionata.

Il momento culminante di questa rivelazione si realizza nella richiesta dell’altra madre di sostituire gli occhi di Coraline con bottoni cuciti. Questo gesto, apparentemente innocuo, si carica di un significato abissale: i bottoni, oggetti freddi, inerti e seriali, non sono solo un surrogato materiale degli occhi, ma il simbolo di una rinuncia radicale alla capacità di vedere e, quindi, di conoscere, discernere, interrogare. Accettarli significherebbe aderire a una forma di cecità psichica, una volontaria abdicazione della propria soggettività in cambio dell’illusione di un’esistenza senza conflitti. In questo atto si condensa la scelta ultima che Coraline è chiamata a compiere, preservare la propria integrità, con tutta la fatica che ne deriva, oppure annullarsi per perpetuare una finzione che, pur offrendo una gratificazione immediata, negherebbe ogni possibilità di autentica crescita.

Quando Coraline trova la forza di opporsi, rifiutando di lasciare che i suoi occhi vengano sostituiti da bottoni inerti, l’altra madre si rivela per ciò che realmente è,  la sua forma seducente si squarcia, lasciando emergere una creatura mostruosa, una strega-ragno dai lineamenti deformi, che avvolge la bambina in una ragnatela di inganni. Non è più la figura accogliente e rassicurante di prima, ma un essere vorace, che incarna la minaccia di un amore soffocante, incapace di tollerare la crescita e l’autonomia. È la materializzazione di un amore distorto, che non riconosce confini né identità separate, e che, per preservare la propria illusione di controllo, è disposto a divorare chiunque osi sfidarla.

In questo scenario di terrore, Coraline si imbatte nei bambini fantasma, prigionieri di uno specchio che riflette solo l’ombra di ciò che erano. Le loro voci flebili e le orbite vuote al posto degli occhi raccontano una storia agghiacciante,  sono quelli che, un tempo, hanno scelto la comodità dell’illusione, accettando i bottoni al posto dello sguardo. Ora non sono altro che anime svuotate, condannate a un’esistenza senza desideri né pensieri, vittime di una regressione che li ha privati di ogni traccia di sé. Il loro destino diventa un monito, un avvertimento tangibile del prezzo che si paga quando si rinuncia alla propria capacità di vedere, di dubitare, di esistere al di fuori della finzione.

Il momento di svolta avviene quando la protagonista, tornata nel mondo reale, scopre che i suoi veri genitori sono scomparsi. Li cerca disperatamente, e solo quando li vede attraverso lo specchio, tremanti, sofferenti, intrappolati in un luogo gelido, emerge in lei una nuova consapevolezza. Adesso vede che sono due persone reali, fragili, capaci di provare paura e dolore. Per la prima volta, Coraline non si limita a sentire la loro mancanza, ma la riconosce come parte di sé, come una ferita che la riguarda direttamente. In quel momento, qualcosa cambia: la rabbia si trasforma in preoccupazione, l’indifferenza in responsabilità, e il legame che la unisce a loro assume una profondità nuova, fatta di amore e di urgenza.

Non è più la bambina che vuole fuggire in un mondo dove tutto le è dovuto. Ora è una ragazza che sceglie di agire. Con una determinazione che non aveva mai provato prima, Coraline decide di tornare nell’altro mondo, non più per rifugiarsi, ma per affrontare la strega che ha rubato tutto: i suoi genitori, gli occhi dei bambini fantasma, e persino la sua stessa capacità di vedere la realtà. Il gioco che impone all’altra madre, ritrovare gli occhi perduti e salvare i suoi genitori, non è solo una sfida, ma una metafora del lavoro interiore che sta compiendo: recuperare ciò che è stato negato, ridare vita a ciò che è stato svuotato, e riconquistare la capacità di guardare il mondo, e sé stessa, senza più illusioni. È il momento in cui Coraline smette di essere una spettatrice della propria vita e diventa, finalmente, protagonista.

In questo percorso Coraline non è sola. Il gatto, l’anello magico e Wybie, inizialmente vissuto come fastidioso, diventano risorse fondamentali. Il nome stesso di Wybie (Why born?) introduce una domanda esistenziale cruciale: perché essere nati? È una domanda che emerge tipicamente nella preadolescenza, quando il soggetto inizia a interrogarsi non solo su chi è, ma anche sul proprio posto nel mondo e nel desiderio dell’altro. Wybie rappresenta l’ingresso nel mondo dei pari, uno spazio meno protetto ma essenziale per la costruzione dell’identità.

La chiusura definitiva della porta non è una vittoria trionfale, ma una rinuncia necessaria. Coraline abbandona per sempre la fantasia regressiva di un mondo senza limiti e accetta la separazione come condizione irrinunciabile della crescita. Quando torna nel mondo reale, nulla è oggettivamente cambiato, la casa è la stessa, i genitori sono gli stessi, eppure tutto le appare diverso. I colori sono più vivi, le ombre meno minacciose, perché è cambiato lo sguardo che li attraversa. Non è più la bambina che vedeva solo ciò che le mancava, ma una ragazza che ha imparato a guardare e, soprattutto a tollerare, anche ciò che c’è.

L’immagine finale del giardino, coltivato insieme ai genitori e ai vicini, è la metafora perfetta di questa trasformazione. All’inizio del film, quel giardino era un luogo desolato, grigio, simbolo di una realtà percepita come ostile e priva di vitalità. Ora, invece, diventa uno spazio condiviso, dove ogni pianta richiede tempo, cura e pazienza, dove la fioritura è il risultato di un investimento comune nel futuro. Piantare i tulipani non è un gesto immediato, ma è un atto che implica la capacità di attendere, di tollerare le fasi di apparente sterilità, di credere che anche dal terreno più arido possa nascere qualcosa di vivo. È la rinuncia all’onnipotenza infantile, quel desiderio di un amore totale e senza frustrazioni, in favore di una realtà imperfetta, ma autentica.

Il film offre una rappresentazione intensa e viscerale di ciò che significa crescere. Coraline non torna semplicemente alla realtà, ma la ricrea, insieme ai suoi genitori, attraverso un processo che è prima di tutto interiore. L’altra madre, con la sua seduzione mortifera, le ha mostrato il costo dell’illusione: un amore che promette completezza, ma che in realtà nega la separazione e, con essa, la possibilità di diventare sé stessi. I bambini fantasma, con le loro orbite vuote, sono il monito di ciò che accade quando si accetta di vedere solo ciò che si vuole vedere, rinunciando alla complessità del reale.

La maturazione di Coraline non è un abbandono passivo dell’infanzia, ma una conquista attiva. Ha imparato a tollerare la frustrazione, a elaborare i conflitti, e soprattutto a riconoscere che i genitori, lungi dall’essere figure ideali o demoniache, sono semplicemente umani: capaci di nutrire e di deludere, di amare e di sbagliare. Il giardino fiorito, alla fine, non è solo un luogo, ma il simbolo di una psiche che, dopo aver attraversato il buio della separazione, ha trovato la forza di rinascere. Non più sulla base di un’illusione, ma sulla consapevolezza che la vita, con i suoi conflitti e le sue imperfezioni, è l’unico terreno in cui è possibile crescere.

 

Titolo originale: Coraline 

Titolo italiano: Coraline e la porta magica

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Anno: 2009

Regia: Henry Selick

Soggetto: Neil Gaiman

Sceneggiatura: Henry Selick

 

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