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Cinema e confini

Editoriale

Cinema e Confini

Adelia Lucattini e Barbara Massimilla

Il confine è, da sempre, un elemento costitutivo dell’esperienza umana. In senso proprio, è ciò che separa e insieme collega: una linea che delimita, ma che rende anche possibile l’incontro, il passaggio, la trasformazione. Storicamente, i confini hanno segnato territori, spazi geografici, identità, appartenenze, ma anche generato esclusioni, conflitti, migrazioni.

In psicoanalisi, il confine assume una valenza profonda e fondativa. Riguarda la distinzione tra Sé e l’Altro, tra mondo interno e realtà esterna, tra conscio, preconscio e inconscio, non in modo statico bensì dinamico, continuamente ridefinito nella relazione con l’Altro, con il corpo, con il mondo interiore e fuori da sé. È ciò che permette l’esistenza dell’identità psichica ed il suo costante rinegoziarsi nel rapporto con l’alterità. Il confine può essere permeabile o rigido, può proteggere o isolare, può diventare luogo di crisi o di creazione. Un confine troppo rigido isola, troppo poroso espone al caos. Trovare una giusta distanza, un confine “vivo”, è parte del lavoro psichico.

“Nella clinica psicoanalitica emerge quanto il catalizzatore di un cambiamento positivo resterebbe fortemente vincolato all’equazione personale, tipologica dell’analista, alla sua disponibilità intima a mettersi in gioco in un coinvolgimento a tutto raggio con il paziente, in un contesto contemporaneo dove gli attraversamenti di confine, la multidisciplinarietà dei saperi e dei linguaggi apre il pensiero del terapeuta verso nuovi varchi di comprensione e traduzione di aree preverbali della mente, usando specialmente l’intuizione e l’immaginario simbolico, ma vorremmo anche sottolineare il valore dei gesti in analisi, di un agire interattivo efficace con il paziente che dimostri di saper rappresentare un contenitore osmotico flessibile, mai rigido, a beneficio del cambiamento.

Affrontare i traumi complessi della migrazione, delle guerre, dei genocidi, delle dittature, delle identità non binarie negli adolescenti, dell’autismo, delle psicosi bianche, dei disturbi di personalità che colpiscono ogni età, corrisponde a misurarsi con le frontiere della psicoanalisi, molte volte a spingersi oltre i confini immaginabili della terapia psicoanalitica per sconfinare nel mito, nell’arte, nella letteratura, nella politica… tutto serve, tutto illumina. L’analisi ha il pregio oggi di edificare architetture, condensare memorie antiche e visioni del futuro, ha il potere di stratificare all’unisono innumerevoli temporalità nell’ordito della propria storia personale e di sentirla incastonata in un processo di necessaria umanizzazione collettiva. 

Non si tratta di essere sperimentatori eccentrici, piuttosto di conferire valore al riconoscimento che ciò che manca alla nostra comune percezione, che sfugge alla nostra coscienza come afferma Elvio Fachinelli, è invece indispensabile da mettere in campo nella cura. L’empatia, la sensibilità dell’analista come risorsa creativa, la sua postura interiore tra perdersi e ritrovarsi, la capacità di generare un campo interattivo complesso, una oscillazione continua tra interno ed esterno, attraverso le forme dello stare e dell’agire costituiscono un modello di funzionamento offrendo una propria preziosa verità clinica, oltre dei rigidi confini” (Rivista di Psicologia Analitica: Oltre i confini della cura).

Anche il cinema, arte della soglia per eccellenza, mette in scena questi confini e li attraversa: tra generi, linguaggi, tempi e spazi, tra realtà e immaginario, tra visibile e invisibile. Proprio grazie alla sua capacità di abitare le zone di frontiera, si fa luogo privilegiato per esplorare i confini dell’identità, del desiderio, della memoria, della Storia.

 

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