Cinema e fluidità
Cult
Boys don’t cry, film del 1999 di Kimberly Peirce, è tratto da fatti di cronaca nera: lo stupro e l'omicidio del giovane Brandon Teena, ragazzo transgender.
Alla fine del1993, Brandon Teena si trasferisce da Lincon a Falls City, Nebraska, triste cittadina di provincia senza futuro e senza speranza. Brandon è un ragazzo bello, gentile e allegro, che nasconde a tutti il segreto di essere transgender, a causa dell'ambiente discriminatorio in cui si trova, di lui non si sa molto, se non quello che si scopre durante alcuni episodi cruciali del film.
Tema centrale è l’azione che vince su tutto, “i ragazzi non piangono” può voler dire che i protagonisti agiscono senza pensare, senza fermarsi, senza sostare per guardare, sentire ciò che accade fuori e dentro di loro, per non sentire il dolore. E di dolore nel film ce n’è tanto. Se i ragazzi non piangono per non sentire il dolore, per non affrontare la sofferenza, la confusione, la diversità, l’ignoto, non possono che evacuare, espellere, agire. E l’identità di Brandon, rappresenta la confusione e l’ignoto. Il primo a non pensare e riflettere su di sé è proprio Brandon, nato in un corpo di donna e cresciuto come Teena Brandon fino all’adolescenza e, giocando col suo nome, diventa Brandon Teena. Brandon agisce la sua nuova identità vivendo nella bugia, attraverso espedienti, escamotage, che utilizza per presentarsi come ragazzo forte, in un continuo agire a limite del pericolo e del rischio per aderire allo stereotipo maschile della piccola provincia del Nebraska. Focalizzarsi nel qui e ora gli permette di vivere briciole di vita soddisfacente che sfumano alla prima occasione che lo costringe a misurarsi coi suoi limiti, e quando accade scappa via per ricominciare da capo, fino a quando, per sfuggire alla polizia, si trova in un’altra cittadina, Falls City.

Kimberly Peirce, alla sua prima opera cinematografica, ci racconta il fatto di cronaca senza mezzi termini, senza mediazione, in tutta la sua crudeltà ci mostra una realtà che in quegli anni era frequente.
Narra come Brandon aderisce fedelmente alla identità maschile del tempo per affermare la sua, aspirando ad un modello di uomo che rifiuta la diversità per paura di perdere la propria identità. Brandon rifiuta la sua parte fragile, delicata, e si costruisce una maschera di forza che non gli appartiene, ma che gli serve per affermarsi. In fondo cerca accettazione, riconoscimento e accoglienza, che crede di aver trovato a Falls City, nella famiglia problematica, che senza fare domande, lo ospita. Qui Brandon si innamora di Lana una ragazza con cui istaura una relazione, all’interno di un contesto promiscuo frequentato da due ragazzi ex detenuti che vivono ai limiti dell’illegalità, per i quali la droga e l’alcool sostituiscono il bisogno di riscatto e di libertà, per anestetizzare le emozioni e per evadere dal fallimento, affermano sé stessi attraverso il potere della forza e del possesso. La relazione tra Brandon e Lana sembra dare allo spettatore una speranza, il ritmo del film si fa più lento, cambiano i colori e i dialoghi diventano intimi, emotivi, i ragazzi si confidano, iniziano a conoscersi senza maschere, senza bugie, che però continuano ad essere necessarie quando tornano nella quotidianità. Ad un certo punto del racconto, il ritmo cambia nuovamente e la violenza fa da protagonista, una violenza inaudita, che cresce incredibilmente, fino al suo esisto più estremo l’uccisione di Brandon, e con lui ciò che rappresenta. La rabbia cresce sempre più dal momento in cui il giovane protagonista viene smascherato, a quel punto si attiva un’escalation di violenza: Brandon viene brutalmente spogliato, picchiato, violentato, ferito; durante queste scene lo spettatore rimane travolto, inerme, con un senso di impotenza che blocca il pensiero, vive emotivamente la scena, il corpo soffre, si copre gli occhi o si alza, come è successo ai partecipanti al ciclo di cineforum organizzato dal CRPG di Catania, ma il campo emotivo che si è attivato nel gruppo, durante il dibattito, ha permesso di accogliere gli agiti, le lacrime, il dolore, nominandolo quando possibile o rimanendo in silenzio in attesa di trasformazione.
Una scena che spezza questa escalation è quella tra la dottoressa dell’ospedale e Brandon dopo lo stupro, la quale accoglie le lacrime di Teena, cura le ferite e lo/a guarda nel silenzio, entrando in relazione con lui. Nessuno sembra farsi carico di tanto dolore, lo fa la regista raccontandolo, ma è importante che lo faccia anche lo spettatore, perché il problema non è solo di Brandon e di quei ragazzi violenti, ma di tutta la società che non riesce ad affrontare la diversità, la complessità, la verità. Brandon, da solo, per sopravvivere nella società di quegli anni non ha altra scelta che indossare una maschera e vivere nella bugia, e per essere accettato deve compiacere le aspettative, tant’è che nella verità viene cacciato, abbandonato.
Per vivere sé stesso ha dovuto ricorrere alla bugia, e nel momento in cui è crollata la violenza ha preso corpo fino all’estremo. Come sostiene Bion, la bugia ha anche una valenza difensiva, permette all’individuo di erigere una barriera per proteggerlo da un sovraccarico emotivo, o dal terrore di un cambiamento profondo, dunque la bugia viene mantenuta per respingere la verità, fonte di dolore e di paura.
Agli spettatori, rappresentanti della società, tocca trasformare l’imperativo “I ragazzi non piangono” in “i ragazzi possono piangere”, possono mostrarsi e vivere per ciò che sono, senza che per questo la società o l’altro ne venga distrutto perché incapace di relazionarsi con la diversità, con l’inaspettato, e con Lana, nella scena finale, intraprendere un viaggio verso l’ignoto.
Titolo originale: Boys Don't Cry
Anno: 1999
Paese: USA
Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson
Cast: Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III, Alicia Goranson, Alison Folland, Jeanetta Arnette, Matt McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Rob Campbell
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