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eidos

Cinema e separazioni

Nel film

Anora

70 anni dopo Cabiria

Antonella Dugo

 

Anora, il film di Sean Baker (2024), conquista la palma d’oro a Cannes e si aggiudica cinque oscar: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista, migliore sceneggiatura e miglior montaggio. Baker è un regista americano indipendente che con i suoi film decostruisce il sogno americano-hollywoodiano ponendo al centro delle sue storie gli emarginati, che racconta con un approccio iper-realistico: un susseguirsi di situazioni comico-grottesche dove il dramma è nascosto dalla apparente normalità e un uso del colore forte, deciso, saturo, che crea un violento contrasto con la disperazione e la miseria umana dei suoi protagonisti. Anche il dialogo è scarno, telegrafico, lo sguardo del regista si pone ad una certa distanza, neutrale, scarsamente empatico, soprattutto nella prima parte, dove appaiono i due protagonisti convinti e sicuri di vivere in una realtà che conoscono, sanno gestire e dominare a proprio vantaggio. Siamo a New York, Anora, che si fa chiamare Any, è una giovane ventenne di origine russa che lavora in un locale di spogliarelli, lap dance: balla intorno al palo mentre i clienti le mettono soldi negli slip, per poi appartarsi su richiesta nei privé. Si muove veloce, decisa, guida i clienti, propone varianti sessuali. L’approccio aggressivo del cliente la lascia indifferente, tutto è meccanico, lei offre parti del suo corpo per l’uso altrui, i clienti non la guardano mai in volto. Alcool e droghe, oltre alle luci basse, riempiono l’ambiente di ombre e di fantasmi. 

Cliente: “i tuoi genitori sanno che sei qui?”

Anora: “e tua moglie lo sa?”

Vi è una perdita ed un abbassamento della coscienza che rende possibile l’eccitamento, scatenando fantasie sessuali, incestuose e violente.

Anora è Any, una qualunque, una come tante che può stare al posto di chiunque; quello che lei vuole è il denaro, per ottenerlo è pronta a tutto, convinta di essere brava a farsi pagare, forse pensando che non è il cliente ad abusare di lei, ma lei a dominarlo.

L’arrivo di Ivan, detto Vanya, figlio di un ricchissimo oligarca russo, in vacanza a New York, fa pensare a una possibile svolta. Dopo l’incontro al club, Vanya le propone di andare a casa sua e di trascorrere tutta la settimana con lui in cambio di un largo compenso. 

 

Passano una settimana tra sesso, alcool e droghe in una grande e lussuosa villa dove tutti sono a loro servizio, Anora è entrata nel mondo dei ricchi e sembra che lo squilibrio di potere tra lei e Vanya possa essere superato e forse ribaltato se il ragazzo si innamorasse di lei. Ma non è la storia di Pretty Woman. Vanya, sempre in uno stato alterato, non mostra nessun interesse per Anora, la vede come una distrazione per divertirsi prima di partire ed andare a lavorare con il padre in Russia, sembra alla ricerca di qualcosa che riempia il senso di vuoto e di solitudine di ragazzo ricco viziato e trascurato. Ed è per gioco che Vanya propone ad Anora di andare a Las Vegas a sposarsi: l’ultima ragazzata. I genitori di Vanya, furiosi per la notizia del matrimonio, ordinano ai loro sottoposti russi a New York di bloccare il ragazzo e di cacciare Anora, mentre loro si precipitano a New York. L’arrivo dei guardiaspalle nella villa dove Anora e Vanya sono tornati dopo il matrimonio determina un cambiamento di ritmo, assistiamo a un gangster-movie con i tre russi che, con Anora tenuta a bada, cercano disperatamente Vanya nei locali notturni di New York. Si inserisce inoltre nel film un nuovo elemento, Igor, uno dei tre russi che, in silenzio guarda e segue Anora, con interesse ed empatia e cercherà di avere cura di lei rompendo quel clima di anaffettività e disumanità visto fino ad ora. Forse è il regista che scende in campo e noi spettatori con lui prima del finale duro e spietato che vedrà Anora sconfitta, umiliata, rispedita indietro alla sua vecchia vita; ma con Igor riuscirà a piangere, a sentire il dolore di essere soli e il bisogno che abbiamo gli uni degli altri?!

 

Anora vive una dissociazione precoce tra il corpo e la psiche, come fra sessualità e tenerezza e blocco della capacità di amore, imprigionata in un’angoscia di separazione che non le permette di elaborare la perdita subita ed avviare un processo di individuazione, per la presenza inconscia dell’oggetto materno come imago della madre morta, presente, non morte reale della madre, ma di una madre che, in seguito a depressione e lutti subiti si trasforma in oggetto distante, asintonico, che investe il bambino di gelo e solitudine. (1) Ipotesi probabile in questo caso pensando ai traumi e alle traversie delle donne immigrate, che, pur rimanendo in vita, non riescono a prendersi cura del figlio e trasmettendogli vitalità, sicurezza e allegria. Il lutto che invade il soggetto di fronte al ritiro psichico della madre determina la patologia del vuoto, un disinvestimento massiccio che lascia dei buchi inconsci che il soggetto riempie con l’identificazione con la madre presente ma priva di vita, congelata. Oltre a una perdita d’amore c’è una perdita di senso: non sapere cosa è successo e di chi è la colpa. Questo nucleo freddo brucia e anestetizza come il ghiaccio..la fissazione materna impedirà alla bambina di poter mai investire l’imago paterna senza temere la perdita dell’amore materno, oppure, se l’amore verso il padre è profondamente rimosso senza poter evitare di trasferire sull’immagine del padre una parte importante dell’immagine della madre. (2) 

Nel 1957 Federico Fellini vince il premio oscar per il miglior film straniero con le notti di Cabiria: regia, soggetto e sceneggiatura di Federico Fellini ed Ennio Flaiano; collaborazione ai dialoghi Pierpaolo Pasolini; protagonista Giulietta Masina.

Per Federico Fellini il cinema è uno spettacolo di finzione, magia, fantasia attraverso il quale emergono gli aspetti profondi dell’animo umano e della realtà nella sua complessità e nelle sue multiformi sfaccettature. Quella è mica una storia vera, quelle so’storie che fanno al cinema, dice Cabiria alle amiche. Il cinema di Fellini racconta la vita vera usando una narrazione immaginaria e onirica.  

Cabiria è una piccola passeggiatrice romana che lavora alla passeggiata archeologica tra clienti, magnaccia, creature equivoche, ladri e imbroglioni che la maltrattano e la prendono in giro ma emerge la sua ingenuità e la sua tenace innocenza che, nonostante le aggressioni che subisce, troverà sempre la forza di rimettersi in piedi e ricominciare a sognare. 

 

Il film si apre con Cabiria che viene aggredita e gettata nel fiume dal fidanzato Giorgio, il quale scappa portandole via i soldi guadagnati. Cabiria viene salvata da dei ragazzi, disillusa ma non sconfitta torna alla sua vita. A via Veneto incontra un attore famoso, che la porta nella sua villa per poi chiuderla in bagno quando arriva la sua fidanzata. La libererà al mattino dandole dei soldi. Ritornata nel suo ambiente Cabiria si unisce alle altre prostitute che vanno in pellegrinaggio alla Madonna del Divino Amore per chiedere una grazia, un miracolo. Una sera Cabiria entra in un cinema-varietà dove si fa ipnotizzare durante lo spettacolo, rivelando il suo animo candido e successivamente si imbatte in Oscar che, con fare galante, comincia a corteggiarla, le dà qualche appuntamento e finisce per prometterle di sposarla. Cabiria vende la sua casupola e con i soldi va in un ristorante con Oscar che, sempre pieno di attenzioni, la porta a vedere il tramonto sul lago. Improvvisamente Oscar afferra Cabiria e la scaraventa in acqua per poi scappare con i soldi. Cabiria è atterrita, disperata e piangente. Si rialza in piedi a fatica e mentre si incammina incontra un gruppo di giovani che, cantando e suonando, le restituiscono il sorriso. Cabiria, con il volto segnato da una lacrima sporca di rimmel, si avvicina, guarda verso la macchina da presa e ci regala un sorriso semplice e commovente per poi proseguire nella sua vita. 

Il sorriso di Cabiria è il desiderio di vivere, di sperare e di sognare nonostante intorno a lei ci sia violenza e disumanità. È l’eros che cerca sempre di vincere sulla distruttività e la morte: questo è il gioco della vita e, per Fellini, sempre e comunque vale la pena. Nel personaggio di Cabiria c’è un elemento che la rende comprensibile e vicina a tutti noi: il pensiero magico dell’infanzia, la convinzione che il desiderio possa avverarsi e cambiare il mondo con un intreccio tra realtà, delusione e fantasia.

Ricordo che Roma, in quegli anni, era sopravvissuta ad una guerra che l’aveva messa in ginocchio e cercava di rimettersi in piedi e iniziare a ricostruire dalle macerie. Cabiria è anche la parte costitutiva e generativa di ognuno di noi che ci consente di realizzare la nostra vita bella e brutta che sia. Nel desiderio di Cabiria c’è l’incontro con l’altro, la specularità del riconoscimento e della possibilità di essere amati e di amare. 

Il desiderio nel personaggio di Anora è spento, nessuno la guarda, la riconosce persona: lei stessa si considera un oggetto da usare per avere cose, oggetti che gli altri hanno e lei non ha. Non ha sorriso, è sempre in tensione, in lotta per sopravvivere ad ogni incontro: sembra un gladiatore nell’arena dove, la posta in gioco non è la vita ma non morire. Nella seconda parte del film Anora è fuori dal suo ambiente e si comincia a vedere, dietro la rabbia, una grande paura e un grande smarrimento rendendosi conto di aver sposato un uomo ubriaco e drogato che non la vede, non la riconosce e col quale è impossibile qualsiasi alleanza.

Baker racconta una solitudine profonda che rende la vita delle persone sempre più deprivata affettivamente e moralmente, non c’è speranza, il sogno e l’illusione sono svaniti, la realtà amplifica il senso di inadeguatezza e di perdita della dignità sempre calpestata, dove si cerca di sopravvivere con il rischio possibile e sempre presente di cadere più in basso. La perdita di identità e del senso di sé porta solo a un agire dove la distruttività e l’autodistruttività sono la norma.

 

Racconta Federico Fellini che l’episodio della prostituta con il divo del cinema l’aveva scritto anni prima per Anna Magnani la quale, dopo aver letto la sceneggiatura, e non convinta gli disse: a Federì, ma ti pare che una come me si fa chiudere nel cesso da uno stronzo d’attore!?

 

Titolo originale: Anora

Anno: 2024

Regia: Sean Baker

Cast: Mikey Madison: Anora “Ani” Mikheeva

Mark Ėjdel’štejn: Ivan “Vanja” Zakharov

Jurij Borisov: Igor

 

 

 

(1) Andrè Green, Narcisismo di vita narcisismo di morte, borla.

(2) Andrè Green pag. 284

 

 

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