Cinema e confini
L'altro film
Quest’anno all’ottava edizione della rassegna S-Cambiamo il Mondo, organizzata dall’Associazione DUN presso la Casa del Cinema, le proiezioni dei film sono state punteggiate da un reading di poesie da Gaza. Quella di Refaat Alareer ucciso a Gaza il 6 dicembre del 2023 da un raid mirato dell’esercito israeliano termina con: “Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia”, questa frase potrebbe essere anche l’esergo del tuo documentario Cutro, Calabria, Italia, nel film hai dato forma esattamente al messaggio del poeta palestinese…
Molti migranti sono consapevoli che la probabilità di morire durante il viaggio è altissima, ma accettano comunque questo rischio perché non hanno altre possibilità, scelgono di affrontare la vita con coraggio, nel loro paese d’origine non possono garantire a loro stessi la propria sopravvivenza per diversi motivi… ad esempio un ragazzo del Benin mi ha confessato che nella sua terra nel caso tu fossi omosessuale non c’è libertà, potrebbero essere i tuoi parenti ad ucciderti, dunque sei costretto a rifugiarti nel mondo occidentale – perché lo percepisci più all’avanguardia ed emancipato, preferisci spostarti in luoghi dove ritieni che non esistano discriminazioni violente sulle questioni di genere.
Mi tornano in mente le ragazze nigeriane vittime di tratta… spesso è proprio la famiglia che le spinge allo sfruttamento pensando – come dei parassiti – di ricavare un guadagno economico dalla loro prostituzione. Al trauma degli abusi subiti si sommano difficoltà e sofferenze legate anche alla propria famiglia e cultura. Sono persone che vanno aiutate nei paesi d’accoglienza ad affrontare un percorso di autonomia e liberazione.
Le problematiche dell’immigrazione non sono ancora analizzate seriamente, le reali cause che determinano i flussi di individui verso altri luoghi non vengono dichiarate apertamente da chi governa. Le motivazioni autentiche del fenomeno non sono proprio considerate. Alla radice della necessità di lasciare il proprio paese esiste una costrizione che nasce da mille ragioni, non solo di natura economica: violazione dei diritti, guerre, genocidi, carestie basti pensare all’incombente fenomeno della siccità, tutti problemi reali che minacciano la sopravvivenza di intere popolazioni. I nazionalismi, gli individualismi occidentali non vogliono essere destabilizzati dai migranti. Non si ammette che ci sarebbe un gran bisogno di forza lavoro da integrare nelle nostre società – per migliorare le singole economie degli Stati – i rifugiati vengono vissuti invece come stranieri, invasori, depredatori. È in atto una vera cecità collettiva, manca una visione complessiva globale delle cause e dei significati che sottendono il fenomeno della migrazione. In una Europa a crescita zero i migranti potrebbero con lungimiranza essere accolti, costituire una nuova linfa. Ovviamente se non sono inseriti in progetti personalizzati di inclusione e accompagnati seriamente nel loro percorso potrebbe anche accadere che alcuni di loro si perdano nella microcriminalità, per essere poi usati come ultime pedine dalle organizzazioni mafiose.
Penso che uno dei pregi maggiori del tuo film sia stato quello di narrare il dolore dei calabresi, come testimoni partecipi della tragedia del naufragio di Cutro. In questo periodo storico il concetto di Umanizzazione sta vivendo una crisi profonda: tra guerre, genocidi, politiche razziste che negano il diritto a migrare e pure quello di esistenza ad alcune popolazioni, come sta accadendo tragicamente in Palestina. Il fatto che hai documentato con uno sguardo rispettoso e poetico lo sgomento e le reazioni emotive dei calabresi, costituisce un atto politico e umano di immenso spessore, uno sguardo fondato sul valore della solidarietà umana priva di confini, senza limiti, oltre ogni appartenenza etnica e religiosa.
Il film è nato proprio per questo, mostrare il loro darsi generosamente durante i soccorsi ai naufraghi, dimostrare come l’esperienza diretta di una tragedia simile possa modificare anche le posizioni più rigidamente razziste. Si sono trovati di fronte a bambini morti sulla spiaggia, di fronte a una umanità dolente che aveva bisogno di tutto, si sono immedesimati, hanno percepito la pietas verso quei corpi senza vita. Da tener presente che i calabresi sono da sempre un popolo di emigranti, ancora oggi molti ragazzi calabresi emigrano in massa, li perdiamo quasi tutti, vanno a studiare e a lavorare fuori e non tornano più. Con la tragedia del naufragio le famiglie di Cutro si sono trovate davanti una problematica che le tocca molto da vicino. La migrazione è un fenomeno universale che riguarda il mondo intero. L’umanità si muove nel tentativo di migliorare la propria vita per garantirsi benessere e diritti. Se nel tuo paese non hai libertà, non sei rispettato perché omosessuale oppure donna che vuole emanciparsi attraverso lo studio, tramite internet prendi atto delle differenze culturali che esistono in altri paesi, apprendi come si vive altrove, pertanto la comunicazione via web cambia le visioni del mondo, le trasforma, su queste differenze non si può più mentire e occultare la realtà. Con internet si travalicano i confini, la visione del mondo tende alla globalizzazione, questa omologazione specialmente a livello della cultura del bene, dell’etica e della tutela dei diritti umani è fondamentale. In Africa, in Iran, ovunque nel mondo ormai, possono vedere i nostri film… il cinema è fondamentale nel diffondere la cultura dei diritti.

In passato riguardo all’avvento di una cinematografia sempre più schierata sul fronte dei diritti umani hai affermato un’idea molto forte: “Adesso si cambia il modo di fare cinema, è il momento di un cinema che guarda al sociale”.
Mentre l’economia e la finanza sono purtroppo incontrollabili, gli Stati hanno il dovere di considerare la tutela dei diritti, di costituire organizzazioni civili e funzionali, di permettere a ciascuno di esprimere in modo libero la propria natura senza costrizioni, senza omologare gli individui in schemi e credenze preconcette, desuete. Ognuno di noi è diverso, fanno bene gli psicoanalisti a rispettare sempre la diversità, l’individualità e l’unicità delle persone. Ognuno ha la sua storia, che la racconti il cinema o la psicoanalisi.
Il cinema dunque è una forma di attivismo?
Completa, totale. Ha ragione Pupi Avati quando affermava che non esiste cinema di destra o di sinistra, ma il cinema che narra solo le storie di individui e di popoli oltre le retoriche della politica, il cinema come specchio che riflette l’umano in tutte le sue essenze. In Cutro per affrontare il fenomeno della migrazione ho voluto narrare le storie di alcuni migranti. Quando con Nanni Moretti ho girato il mio primo film La seconda volta ho raccontato la storia di una terrorista non di tutti i terroristi, ho trattato un problema così complesso sul piano storico e politico attraverso il filtro di una vicenda individuale, anche perché da quella narrazione particolare si evince di conseguenza tutto il contesto.
Questo numero di Eidos è sui confini, pensi che i confini possano essere linee sottili osmotiche, punti di contatto? Escludendo apriori i confini come muri.
I confini non ci saranno più in futuro, saranno abbattuti dalle persone che abitano ogni parte del mondo, dalle persone che si muovono appunto… le politiche prettamente nazionaliste sanno che perderanno, è una questione di tempo. Perderanno tutti i razzismi, i fondamentalismi perché il mondo li travolgerà. Basti pensare a una giovane ragazza afghana, vorrebbe fare l’ingegnere ma nel suo paese non può studiare ebbene troverà il sistema di andarsene, di ribellarsi, ha coscienza oggi di averne diritto, non ci sarà nessun chador.

E qui torna Pasolini con il suo Alì dagli occhi azzurri come recitano gli ultimi fotogrammi di Cutro… e poi la bellissima citazione de Il Vangelo secondo Matteo nata dalla sincronicità che Pasolini oltre alla Lucania e alla Puglia aveva pensato le riprese del suo film a Crotone e Cutro.
Pasolini immenso nelle sue profezie, è riuscito a interpretare tempi e fenomeni che per molti erano invisibili. Andrò a presentare il film a Casarsa dove lui è vissuto, in un centro così piccolo aveva già un’idea del mondo enorme, una visione della realtà estremamente ampia e articolata, praticava un attivismo politico e sociale per quei tempi esplosivo. Il suo corpo era continuamente in azione anche pensando al coinvolgimento che provava per i giovani, parliamo dei lontani anni ‘50, inizi anni ‘60. Pasolini ha anticipato la contestazione sociale e politica internazionale del ‘68.
È stato sconvolgente per me sapere che Pasolini era stato sulla stessa spiaggia di Cutro, una cosa incredibile, il mondo ha un suo disegno che noi non comprendiamo.
Ti sei recato a Cutro proprio nei giorni della tragedia?
Dopo poco tempo, perché guardando la televisione avevo visto un mio amico artista che aveva realizzato una croce usando pezzi di legno dell’imbarcazione affondata. Lui in inverno raccoglie le cose che porta il mare e fa delle composizioni. Mi ha confessato che non poteva rinunciare a fare una croce come simbolo della tragedia. La gente di Cutro è rimasta sconvolta da quello che è accaduto, cento morti è un’enormità per quel luogo, l’equivalente di un bombardamento. Noi non lo capiamo fino in fondo, perché viviamo nella capitale, ma in quel piccolo mondo è qualcosa di immenso. Molte persone che hanno visto il documentario sono state colpite dall’autenticità delle reazioni empatiche ed emotive dei calabresi. Anche all’estero ho notato la stessa risonanza e non avrei mai pensato di provocare una partecipazione così profonda.
La tragedia di Cutro viene anche dopo anni di catastrofi, conseguenza di una cinica gestione del fenomeno migratorio da parte della politica e degli Stati europei, le persone iniziano ad essere spiritualmente stanche di assistere a questa carneficina. A proposito di solidarietà mi viene in mente una donna calabrese di Rosarno che veniva chiamata mamma Africa per l’accoglienza verso i migranti, stando sempre fino agli ultimi giorni della sua vita dalla parte degli ultimi.
Alla fine come scrive Pasolini nella poesia Profezia: “Alì dagli occhi azzurri uno dei tanti figli dei figli, scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi…” ci invaderanno ovunque oltre ogni confine, e nel caso della Calabria raccogliendo pomodori diventeranno numerosi più degli abitanti del posto.

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