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Cinema e fluidità

Cinema e Psyche

A qualcuno piace caldo: il travestimento del desiderio

Variazioni e rotture della linearità.

Luisa Cerqua

Nessuno è perfetto”

Sorridiamo divertiti rivedendo l’indimenticabile A qualcuno piace caldo (1959). Divertiti e pensosi, tuttavia, perché allo sguardo contemporaneo, e alla luce delle teorie sul genere fluido, il film mostra qualcosa che allora doveva restare mascherato, poteva solo essere alluso. Ce ne accorgiamo, via via, attraverso la leggerezza sovversiva e scanzonata di Billy Wilder che mira a scavalcare allegramente i tabù allora codificati nell’Hays code per giocare maliziosamente, e fuori dagli schemi, sul piano delle identità mobili, delle maschere e dei desideri che vanno fuori dal ‘binario’ della ‘norma’.

 La trama è nota: in pieno proibizionismo anni trenta, due jazzisti - piuttosto disinvolti - rischiano la morte essendo stati testimoni involontari di un omicidio di mafia. Per sfuggire alla brutale violenza maschile si travestono da donna e cercano scampo intrufolandosi in un’orchestra di giovani musiciste in tournée non immaginando lontanamente che finiranno per immergersi in un mondo femminile che li trasformerà. Tra gonne in prestito, tacchi e improbabili parrucche, ciprie e rossetti sbaffati, accade qualcosa che il film non dirà mai apertamente, pur suggerendolo attraverso l’ambiguità comica. I protagonisti, infatti, scopriranno parti di sé e desideri inconsci che, senza quel travestimento, sarebbero rimasti muti. L’en travesti, nelle mani del grande Wilder, da gag narrativa diventa un dispositivo che agisce come dispositivo trasformativo: Josephine alias Joe (Tony Curtis) e Daphne alias Jerry (Jack Lemmon), imitando il femminile, finiranno per attraversarlo, abitarlo, esserne modificati al punto di iniziare a sperimentare desideri, piaceri e ambivalenze finora impensati. Si potrebbe dire che quel travestimento apre la prima crepa nella rigidità identitaria. Un ‘ritorno del rimosso’. 

 

 

Il film, lontano dal declamare, poneva lo spettatore nella condizione di rilassarsi, di ridere e, ridendo, di avere a che fare con una dimensione - non solo allora – difficile da accettare. Grazie allo stile della commedia wilderiana, però, ciò che avrebbe dovuto restare segreto, poteva trovare una forma d’espressione. Sotto la superficie frivola, con nonchalance, l’ironia un po’ beffarda della regia, riesce infatti a mettere in scena tematiche quali fluidità di genere e ambivalenza del desiderio. Il risultato potrebbe essere definito un trionfo dell’inconscio mascherato. 

Così, grazie a Wilder, ciò che il contesto Hays Code impediva di rappresentare apertamente trova altre vie d’espressione: si camuffa, si sposta e si traveste da altro. Nell’arte della ‘commedia’, come nel sogno, ciò che è censurato può riemergere sotto forma di equivoco, doppio senso, maschera. La comicità, qui sempre elegante, rende socialmente accettabile ciò che è vietato; soprattutto permette di sottintendere come l’identità non sia un blocco unico, al contrario, possa essere un gioco di specchi, un negoziato senza fine tra ciò che appare e vissuti profondi. Sappiamo bene che il comico, il motto di spirito e l’umorismo non siano solo semplici forme d’intrattenimento ma meccanismi psichici che consentono di liberare contenuti normalmente repressi o censurati dalla coscienza e dalle convenzioni sociali. Freud sostiene che la battuta spiritosa permette “un risparmio di energia psichica”. Attraverso doppi sensi e allusioni, assurdità, desideri aggressivi, sessuali o socialmente inaccettabili possono essere espressi senza provocare apertamente il rifiuto morale. In questo senso il comico agisce come una valvola di scarico che permette all’inconscio di affacciarsi e, senza rompere del tutto l’ordine sociale, di liberare contenuti inconsci repressi. Poter ridere di ciò che fa paura togliendogli parte del suo potere. In questo film, l’umorismo non è solo evasione ma forma di intelligenza critica che permette di dire l’indicibile senza irrigidirlo, aggirando la norma eterosessuale.   

Il vero portavoce del rimosso è Jerry alias Daphne interpretato da Jack Lemmon. Il travestimento, nato come semplice espediente di sopravvivenza, in lui finisce per caricarsi di un inatteso investimento libidico, decisamente superiore al previsto.  La fluidità era già in lui e la fuga in abiti femminili gli offre semplicemente un varco? La celebre scena del Tango con il miliardario Osgood sembra suggerire di sì. Daphne/Jerry sembra davvero a suo agio in quel ruolo. Un po’ troppo perché si tratti solo di una recita. Più che trasformazione improvvisa, sembra il ritorno - elegantemente mascherato - di qualcosa che l’inconscio custodiva da tempo. Il travestimento, usato per sfuggire ai gangster, offre una serata mondana al suo inconscio. Del resto Freud avrebbe amabilmente sorriso: il rimosso ama travestirsi, ma raramente rinuncia del tutto a danzare un tango. 

 

 

Le ambigue vicende si dipanano tuttavia sempre tenendo la barra dritta sull’eterosessualità, garantita dalla presenza di Marilyn Monroe. La bambola platinata d’America, archetipo del desiderio etero sì - ma con tanto candore- nei panni della svampita Sugar incarna un sex appeal ingenuo e stuzzicante insieme, abbastanza sensuale da accendere il desiderio e abbastanza rassicurante da non incrinare davvero l’ordine di genere dominante. Marilyn è eterosessualità dichiarata, quasi certificata. Quando canta I Wanna Be Loved by You è pura seduzione.  Il suo celebre “boop-boop-a-doop” (nonsense vocale reso famoso da Helen Kane negli anni ’20) trasforma le sue labbra in un piccolo dispositivo erotico, civettuolo ma lieve, sospeso in perfetto equilibrio tra innocenza e allusione. Ed è proprio questa esplicita seduttività etero a permettere al film di flirtare, quasi impunemente, con derive emotive meno lineari permettendo di esplorarle sorridendo. Sotto il gioco delle maschere il desiderio circola libero, lo si intuisce, ci si ride sopra e si lascia passare, in barba alla censura

Si potrebbe dire che in questo film, la dinamica del desiderio si articola come una jam session jazz: un interplay continuo tra il tema principale dell’eterosessualità — incarnato da Sugar alias Marilyn Monroe — e una serie di deviazioni, variazioni, improvvisazioni, travestimenti e slittamenti identitari messi in scena da Josephine/Joe e Daphne/Jerry. Il “Jazz caldo”, del resto, vive di improvvisazione, ritmo sincopato, scarti e libertà rispetto alla struttura; procede per sorpresa più che per prevedibilità. E così fa anche il desiderio nel film. Come in uno swing, bene orchestrato, il simbolico eteronormativo viene continuamente riaffermato e subito dopo lievemente perturbato da sottotracce omoerotiche, identificazioni instabili e ambivalenze giocose. Il risultato non è mai apertamente scandaloso - sarebbe troppo semplice – ma ironico, mobile, sfuggente. L’inquietudine potenziale del confine normativo che vacilla, viene trasformata in piacere ludico, quasi danzante; il desiderio cambia maschera, inciampa, improvvisa, e il film invece di rimetterlo in riga preferisce swingare con lui

Uno swing sincopato dell’identità insomma, tra sensualità, ambiguità di genere e comicità, una jam costruita su più registri. Il desiderio etero suona il tema, mentre il travestimento e l’ambiguità di genere improvvisano variazioni inattese. I sottintesi omosessuali, per così dire, ‘stonano’ rispetto alle norme sociali dell’epoca, ed equivoci e doppi sensi funzionano come botta e risposta tra strumenti musicali. Se il tema è il sesso, il genere è improvvisazione, così come nel jazz caldo: tema, variazione e rottura della linearità. Questa scelta rende il film davvero attuale. 

La celebre battuta finale di Osgood, “nessuno è perfetto”, non è soltanto una chiusa brillante, racchiude il cuore più profondo del film: l’identità non è qualcosa di fisso, è un territorio mobile attraversato da desideri e contraddizioni. Le categorie non sono mai definitive, possono sempre essere oltrepassate, sotto ogni maschera convivono possibilità inattese. La leggerezza della commedia mette in scena ciò che spesso le teorie spiegano con più rigidità: sotto ogni ruolo esiste sempre un’eccedenza che sfugge alle definizioni. Perciò l’accettazione finale di Osgood, anche dopo la rivelazione di Daphne “sono un uomo”, non è solo una gag ma diventa una sorta di sfida alla logica identitaria: nessuno è perfetto perché ogni soggetto è inevitabilmente incompleto, eccedente, non del tutto disciplinabile.

 

 

Titolo originale: Some like it hot
Titolo italiano: A qualcuno piace caldo
Paese di produzione: U.S.A.
Anno: 1959
Regia: Billy Wilder
Soggetto: Robert Thoeren e Michael Logan
Sceneggiatura: Billy Wilder e I.A.L.Diamond
Musica: Adolph Deutsch
Cast: Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Joe E. Brown

 

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