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Cinema e fluidità

L'intervista

A dialogo con Porpora Marcasciano

L’attivista del mondo queer

Flavia Salierno

Porpora Marcasciano è una delle figure più importanti del movimento trans e LGBTQIA+ italiano. Attivista, scrittrice, performer e storica della memoria transgender, attraversa da decenni il panorama culturale e politico italiano intrecciando arte, militanza e ricerca sociale.

 

Porpora ha vissuto in prima persona le trasformazioni dei movimenti femministi, queer e antagonisti, diventando una voce fondamentale nella lotta per i diritti delle persone trans. È stata tra le fondatrici del MIT – Movimento Identità Trans, una delle realtà storiche dell’attivismo italiano, contribuendo in modo decisivo alla costruzione di spazi di autodeterminazione, cura e rappresentazione.

Accanto all’impegno politico, ha sviluppato un percorso artistico e letterario profondamente legato alla memoria e all’identità. Nei suoi libri, nelle performance e negli interventi pubblici racconta storie spesso escluse dalla narrazione ufficiale: vite trans marginalizzate, culture underground, comunità resistenti, corpi che diventano archivio vivente di esperienze collettive. La sua scrittura unisce autobiografia, ricerca storica e linguaggio poetico, restituendo dignità e complessità a mondi a lungo invisibilizzati.

Porpora Marcasciano è anche una voce capace di attraversare generazioni diverse: ironica, radicale, visionaria, continua a interrogare il presente sui temi del genere, della libertà, della memoria e delle trasformazioni sociali.

 

Secondo te il cinema ha spesso raccontato le identità trans e queer attraverso degli stereotipi. Vedi segnali di cambiamento negli ultimi anni?

Sì, sicuramente li vedo. Anche perché il mondo che viviamo oggi va oltre lo stereotipo. Con i social, attraverso cui è possibile vedere e seguire molte cose, anche se non sempre approfondirle, e con l’attuale intelligenza artificiale, si arriva più facilmente al nocciolo delle questioni. Però, lo sottolineo, non necessariamente all’approfondimento.  La questione degli stereotipi è esistita e continua a esistere in un mondo che ignorava l’esperienza trans nella sua complessità e totalità. Oggi la conoscenza non è ancora davvero approfondita, ma è sicuramente migliore rispetto a qualche tempo fa, quando lo stereotipo era l’elemento assoluto. Parlare di persone trans significava automaticamente parlare di prostituzione, oppure ridicolizzare, mettere in risalto il lato folkloristico e macchiettistico. Oggi questo si è attenuato. Certo, l’immagine non è sempre corretta, ma è diversa dallo stereotipo puro. Direi quindi che la stereotipizzazione, almeno in parte, è stata superata. Poi naturalmente esiste ancora chi cerca solo quello sguardo lì, ma mi sembra che siamo un po’ usciti da quel rischio.

 

Le nuove generazioni stanno ridefinendo il genere con linguaggi diversi. Tu hai vissuto in pieno questo passaggio: cosa ti colpisce di più di questo cambiamento?

Sicuramente oggi esiste un vocabolario che, quando ho iniziato la mia transizione, non c’era. All’epoca c’erano pochissimi termini: “transessuale”, “travestito”, punto. Oggi il vocabolario è molto più ampio, cosa impensabile anni fa. Questo permette alle persone di identificarsi meglio, di trovare termini e concetti più aderenti alla propria esperienza. E permette anche a chi legge quel vocabolario di comprendere meglio.

Faccio sempre un esempio che secondo me è illuminante. Nel 2018 ho lavorato, insieme ad altre persone e associazioni, con l’ISTAT, che stava ridefinendo le categorie di genere per future ricerche. Era un progetto portato avanti insieme all’Istituto Superiore di Sanità e all’UNAR. Quando si trattò di scegliere le definizioni da inserire nelle caselle relative all’identità di genere, c’era quasi “l’imbarazzo della scelta”: non dieci opzioni, ma venti o più. E questo, da una parte, è positivo; dall’altra, può anche generare il rischio opposto, cioè quello di non riuscire più a orientarsi. Però il punto fondamentale è che oggi esistono termini e concetti che rendono meglio l’idea e permettono alle persone di trovare un’identificazione più vicina a ciò che sentono proprio. Penso anche al mio primo libro, Tra le rose e le viole, uscito nel 2002. Il sottotitolo era Storie e storie di travestiti e transessuali, perché quelli erano i termini disponibili allora. Quando il libro è stato ristampato nel 2019 da Alegre ci siamo chiesti se cambiare il sottotitolo, ma abbiamo deciso di lasciarlo proprio per mostrare quanto fosse cambiato il linguaggio nel giro di quasi veni anni.

 

 

Secondo te quale ruolo possono avere oggi le arti visive e il cinema nel sostenere queste nuove forme di espressione identitaria?

Le arti visive sono fondamentali. Cinema, fotografia, documentario, fiction, ma anche l’arte nel suo complesso, descrivono e approfondiscono esperienze individuali e collettive. Naturalmente non sempre i risultati sono positivi: a volte certe opere vengono male per superficialità, altre volte intenzionalmente. Però esistono anche molti prodotti che descrivono queste realtà con grande precisione. Credo che la vera differenza la faccia il fatto che a raccontare siano direttamente i soggetti coinvolti. Quando l’opera viene costruita dall’interno, cambia completamente lo sguardo. E infatti qualcosa sta cambiando: oggi esistono registi, registe, fotografe, fotografi e fumettisti trans che stanno prendendo parola direttamente. E quando le persone parlano in prima persona, cambia inevitabilmente la prospettiva.

 

Ci sono film o registi che, secondo te, hanno saputo raccontare il genere in modo autentico e complesso?

Sicuramente sì. Non posso non citare Porpora di Roberto Cannavò e Vittorio Martone, anche perché vi sono coinvolta direttamente. Lo considero un documentario storico: c’è una narrazione che conduco io stessa, anche se naturalmente ci sarebbe stato molto altro da raccontare.

Poi penso a Le Favolose di Roberta Torre. È un docufilm costruito a partire anche dai miei libri. Roberta ha lavorato molto sul metodo: non ci dava un copione da imparare. Ogni mattina ci forniva degli spunti, delle parole chiave, dei concetti, e poi ci lasciava libere di esprimerci. Questa libertà secondo me è stata fondamentale. Non c’era una parte da recitare: c’erano input da cui partire, e noi procedevamo in modo spontaneo. Mi viene in mente anche Orlando, la mia biografia politica di Paul B. Preciado, che trovo molto interessante dal punto di vista della narrazione e dell’approfondimento.

 

Hai notato differenze tra il cinema mainstream e quello indipendente nel modo di raccontare il genere?

Sì, direi di sì. Il cinema mainstream, rivolgendosi a un pubblico molto ampio, deve necessariamente usare una narrazione più calibrata e accessibile. Il cinema indipendente invece riesce a entrare maggiormente nello specifico e nel particolare.

Detto questo, oggi credo che servano entrambi. L’importante è comunicare.

Naturalmente il problema nasce quando il mainstream scivola nel politicamente scorretto. Però, se cerca davvero di raccontare l’esperienza trans in modo rispettoso, allora può avere una funzione importante proprio perché raggiunge tante persone. L’altra cosa che noto è che sul mondo trans sono stati realizzati moltissimi documentari e pochissima fiction. E questo mi fa riflettere. La fiction lavora spesso su modelli standardizzati, e quindi le persone trans vi rientrano meno facilmente. Il documentario invece abbonda: credo siano stati prodotti migliaia di lavori in tutto il mondo. Però oggi, in parte, questa formula rischia anche di stancare, perché molte storie finiscono per assomigliarsi. Io spero che si arrivi a una fase in cui ci sia più fiction. Anche perché il documentario spesso resta confinato in circuiti di nicchia e non raggiunge davvero il grande pubblico.

 

 

Hai scritto molto. Che significato ha per te la scrittura?

Ti farà ridere, ma fino a non molto tempo fa ero convinta di non saper scrivere. Mi sentivo fuori luogo, incapace, con una fortissima disistima di me stessa. Tutto è nato quasi per gioco. Anche Tra le rose e le viole era nato inizialmente come una raccolta di interviste registrate: sentivo il bisogno di conservare la voce delle persone trans. Poi un’amica che lavorava con Manifesto Libri mi propose di trasformare quel materiale in un libro. All’inizio fu una grande paura. Avevo timore del fallimento. Poi però ho capito che dovevo partire da me stessa, dai miei limiti, dalle mie paure, e che la mia esperienza — così come quella di tante altre persone — portava con sé saperi e conoscenze che altrimenti sarebbero andati perduti.  Quella è stata la molla che mi ha spinto a scrivere.

Ora ho altri progetti in corso: un libro uscirà a settembre e un altro dovrebbe arrivare nel 2027. Inoltre, sempre quest’anno, uscirà un volume dedicato all’Archivio del FUORI, il primo archivio storico del movimento a essere pubblicato in forma di libro, e ho scritto io il testo introduttivo. Poi c’è stato anche il teatro. E le arti performative in generale. E a un certo punto ho riscoperto perfino la pittura: mia madre ha ritrovato in cantina circa cinquanta miei acquerelli realizzati tra il 1973 e il 1984. Sono stati esposti al MAMbo di Bologna e ora si trovano al Pecci di Prato.

Forse semplicemente ho cambiato arte.

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