Cinema e fluidità
Nel film
Nel ciclo di incontri dedicato all’identità di genere, organizzato dal Centro Psicoanalitico dello Stretto Francesco Siracusano, in collaborazione con il Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala di Messina, svoltosi nel 2025, abbiamo riflettuto sul film 20000 specie di api del 2023, di E. U. Solaguren.
Non conoscevo il contenuto del film, il titolo mi incuriosiva.
Sono stata sin da subito catturata dall’atmosfera della pellicola. Atmosfera che viene vista e raccontata con gli occhi del protagonista. Attraversa il tempo di un’estate, tempo evocativo di ricerca, passaggi, trasformazioni. E’ un film dove apparentemente succede poco, che si muove sul piano della sensorialità. Sembra portare con sé profumi, suoni, colori, a tratti con un senso di straniamento che rimanda alle sensazioni della pubertà e della pre-adolescenza. Sollecita su molti piani paralleli, sovrapposti e che si intersecano.
Il film si addentra nella sofferenza candida, e per questo particolarmente toccante, di Aitor, un bambino di otto anni, che i familiari chiamano col nomignolo Coco’, e che si confronta con la realtà circostante in cerca di risposte su sé stesso.
Aitor ha una sorella adolescente di dieci anni e un fratello di undici. La coppia dei genitori attraversa una crisi, tra malessere e non detti. Nel tentativo, non esplicitato, di avviare un periodo di separazione dal marito, Ane, madre di Aitor, e i tre figli, andranno a trascorrere le vacanze estive a casa della madre di lei.
Si sposteranno quindi dalla città francese, dove tutta la loro famiglia vive, al villaggio dei Paesi Baschi, dove c’è, immersa nel verde, la casa materna. Il confine attraversato, con l’immagine di un ponte che congiunge e separa i due mondi fa presagire un passaggio che avverrà. Aleggia il dubbio sul fatto che il padre dei ragazzi possa raggiungerli. L’arrivo nel paese natale della madre mobilita varie sensazioni in Aitor.
Qui emergono molte storie di famiglia, in un transgenerazionale che affiora e talvolta appesantisce il presente, forse in cerca di chiarimenti alle bugie, ai tradimenti, e ai lutti da elaborare. Significative e ben tratteggiate alcune figure e i loro legami, che creano un rimando continuo tra un piano intimo del ragazzino e il mondo circostante. L’intrapsichico e la realtà esterna si fondono in un dialogo equilibrato e prezioso, intenso e credibile.
Aitor si muove nel paese, tra gli sguardi delle signore anziane, immobili su una panchina, che registrano e commentano il passaggio dei nuovi arrivati in paese. Sembrano una giuria, che può emettere sentenze: pollice su o pollice verso, a seconda della “conformità” o meno trovata.

Quasi poste su un confine: accettazione o critica, apprezzamento o disgusto. Il limite di un ambiente rurale che mostra la difficoltà al cambiamento. Al tempo stesso però deputate a “vedere”, ad accorgersi degli altri, elemento importante nel racconto.
Aitor ha sul viso un’espressione infastidita che, come spettatrice mi ha toccato, uno sguardo attraversato da un costante tormento; indossa abiti né maschili né femminili, sembra inquieto, curioso di tutto, ma sofferente. Talvolta arrabbiato, si chiude agli altri. I suoi occhi scuri e penetranti cercano un senso e un confronto nelle vite e, soprattutto nel corpo degli altri.
Si percepisce lo slancio verso un’adolescenza ormai prossima, ma che lo vede perplesso.
La narrazione del film, precisa e intensa, con sequenze che indagano sul viso e sui pensieri, a voce alta, che Aitor formula, mi ha rimandato ai racconti, ascoltati in seduta, di chi ha vissuto, con disagio, la vergogna di un corpo che non è facile abitare e che, anzi, inquieta ed è avvertito come perturbante.
Centrale nel film è il fatto che nel corso dell’estate, Aitor rifiuterà il suo nome. Accadrà che in chiesa, durante i preparativi per la festa religiosa, la zia gli parlerà di Santa Lucia, che in processione sostituirà la statua di San Giovanni Battista, scolpita dal nonno artista e misteriosamente scomparsa, e spiegherà al ragazzino che la Santa, per difendere i propri ideali era stata accecata e uccisa. Aitor/Coco’ deciderà che il suo nome sarà Lucia, un nome che sentirà appartenergli.
In una scena drammatica in cui Lucia, allontanatasi dai familiari, viene cercata affannosamente e disperatamente da tutti nel bosco, prima con il nome di Aitor e finalmente, per primo dal fratello, col nome di Lucia, sembra si possa realizzare la consapevolezza di un passaggio che è ormai avvenuto. Tra responsabilità, questioni coniugali, tra padre e madre, ancora da risolvere, si apre la possibilità di accoglimento di una realtà, finalmente senza recriminazioni.
Questa opera prima della regista basca mi è piaciuta per l’ampiezza del respiro che regala.
Il film affronta il tema dell’identità di genere, ma offre anche riflessioni delicate e insieme profonde sull’identità in senso più esteso, la famiglia, la trasmissione tra le generazioni, la potenza dei segreti, il maschile e il femminile, i legami, la tradizione, la religione, l’arte, il rapporto con la natura.
Sembra che ci sia in gioco l’identità di tutti. Forse anche quella del paese, che si situa tra la Francia e la Spagna, un’identità mista, fatta di tanti aspetti che reclamano una loro riconoscibilità.
Una cifra preziosa del film è il rapporto con la natura che è presente e vissuta dai suoi protagonisti. Ci sono il colore delle acque del lago, il ritmo delle api, con il loro procedere di vita cadenzato e articolato, animato dai racconti di zia Lourdes, figura molto sfaccettata, portatrice a sua volta di una storia dolorosa, che per tutto il film non perde mai di vista Lucia, che da sempre delle api si occupa, che ne conosce segreti e fragilità. Che apre alla complessità del poter essere in 20000 modi diversi. Forse questo restituisce senso e ritmo, acquieta e sembra accogliere la ragazza, offrendole la tranquillità per potere assaporare, intanto, la propria possibilità di essere.
Titolo originale: 20000 Specie di api
Paese di produzione: Spagna
Anno: 2023
Regia: Estibaliz Urresola Solaguren
Cast: Sofia Otero, Patricia Lòpez Arnaiz, Ane Gabarain, Itziar Lazkano, Sara Cozar, Miguel Garcés, Martzelo Rubio
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