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Cinema e
perversioni
di
Simone Mangoni
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"Complesso
del re Marco", "deviazione del pungitore", "efefilia",
"frotteurismo", "nevrosi della carmelitana",
"paggismo", solo per citare i nomi più originali:
abituati ormai da poco meno di un secolo a classificare le perversioni
e a riferirne il concetto stesso quasi esclusivamente alla parafilia,
alla perversione sessuale, in molti avremmo difficoltà
ad interrogarci sulle sue accezioni più ampie. Anche
se Freud definì la perversione "tensione al puro
godimento", spogliandola per un momento del senso negativo
insito nel giudizio morale, della preliminare distinzione tra
bene e male necessaria alla percezione del suo significato,
la perversione non ha perso nel tempo il suo valore di devianza,
e disegna ancora, almeno nel mondo occidentale, il territorio
di confine della normalità. Pochi sembrano ricordare
che altrove, come in Giappone ad esempio, la perversione è
invece simbolo di libertà proprio per il pluralismo di
cui è capace la cultura orientale, che include la contraddizione
nella natura della realtà. Deviazione o onnipotenza,
fragilità dietro il vizio, fantasia complessa e delirio,
impulso sbilanciato, desiderio irrisolto, passione smodata o
impotenza, maschera di Carnevale, sguardo immaturo, regressione
infantile: la perversione è dunque peccato, o pura affermazione
dell'individualità? La poeticità della visione
orientale e la profondità della definizione psicanalitica,
se recepite insieme a un pizzico di intraprendenza intellettuale
e, si passi il gioco di parole, di perversità, potrebbero
ispirare temerari approfondimenti. Perverso ci apparirebbe l'individuo
reale, "unico" e non "diverso", colui che
si definisce nettamente, colorando i tratti astratti del concetto
universale di individuo; perversione tutto ciò che siamo,
la normalità il residuo.
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in copertina
L'immagine di copertina è tratta da un'opera
di Studio Azzurro. La scelta di eidos è stata
quella di non mostrare immagini esplicite, ma solo immagini
evocative, allusive, sul tema della pornografia e sul
fenomeno delle perversioni. In ogni immagine eidos cerca
comunque la creatività e l'emozione positiva,
quella che suscita il pensiero, la riflessione individuale
e quella partecipata attraverso le pagine della rivista,
con i diversi contributi degli autori. L'attenzione
è andata a non favorire l'impressione nichilistica,
il riduzionismo negativo e passivo. Confidiamo nell'esserci
riusciti.
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Il cinema, il buio della sala, l'immedesimazione, le fantasie.
Quando l'occhio dello spettatore incontra il cinema, allora,
se il cinema è Cinema, e se le nostre premesse hanno
un senso, la perversione può divenire atto d'amore verso
la particolarità, consapevolezza di ritrovare la propria
immagine attraverso la verità di altre immagini, la riscoperta
di sé lavato il trucco delle convenzioni; spirito di
sopravvivenza in un mondo di buoni padri di famiglia, quell'ingannevole
Matrix che vuole gli individui efficienti macchine produttive
e li nutre di verosimile, nascondendo loro, per sempre, il vero.
Così il Cinema, dopo aver trasformato e travestito gli
attori e alimentato le pulsioni autoerotiche dei registi, arriva
a nutrire di oggetti visivi l'onnipotenza dello spettatore,
a stendere un tappeto rosso per il suo voyeuristico viaggio:
il Cinema dunque "perverso" per definizione. O ancora,
il "cinema perverso" unico vero Cinema, laddove la
normalità risponderebbe al nome di cinema commerciale.
Cinema perverso che è Cinema d'autore; Cinema che disvela
il mondo; Cinema sovversivo che risveglia l'azione. Cinema dei
film che stravolgono e sviano, inclini al diverso e per questo
condannati; Cinema che è migliaia di bollini sui nudi
dei manifesti, film apparentemente censurati per proteggere
il senso borghese del pudore, in realtà temuti perché
capaci di infondere impulsi vitali di ribellione che non è
solo sessuale, ma politica e culturale. Cinema
politico, Ultimo Tango di passione che scuote la società
dei consumi, dell'ossessione per il marketing, dell'omologazione
della cultura e dell'individuo, per ritrovarsi attraverso la
metafora sessuale a perseguire un ideale politico lontano dall'ipocrisia.
Film veramente perversi come manifesti della libertà.
Film che spezzano le catene delle regole, si avventurano verso
mondi inesplorati e raggiungono la poesia: Pasolini e Kubrick,
Lynch e Cronenberg, Ki Duk e Kitano, Pechimpah e Cimino, Coppola
e Lucas, Malick e Welles. Cinema di raffinata perversione erotica,
come un certo Cinema francese, o disperato sadomasochismo e
sublime violenza, come quel Cinema orientale. Non certo pornografia
da edicole, volgare e modesta rappresentazione dell'osceno che
disseta e non asseta. Il cinema veramente perverso non ammicca
al proibito, non cerca la censura per il successo. Per questo
Cinema non basta certo lo sfondo a base di sesso, rabbia, isolamento,
eccessi, esplosioni: se la diversità è metrica
e non linguaggio, punteggiatura occasionale e non essenza di
significato, la perversione diviene mera pornografia, la fantascienza
futuristica fiaba, l'horror parodia, e la fragorosa e fervida
contestazione del Cinema d'impegno si perde come una voce timida
nell'assordante silenzio del qualunquismo dei suoi epigoni.
Il Cinema perverso, insomma, quello che guarda dentro l'abisso
di Nietzsche sperando che l'abisso possa guardargli dentro.
Se è così, se questo è il Cinema e le nostre
premesse hanno un senso, quando vorremo chiederci chi siano
gli altri se noi siamo diversi, allora forse la verità
di un altro film perverso arriverà a risponderci.
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