Vivere
la danza attraverso le immagini di un film. La rappresentazione della
danza nel cinema crea l’illusione che la corporeità nel suo impulso
espressivo artistico più alto s’imprima nello sguardo dello spettatore
e non lo abbandoni per la durata del film, forse anche oltre la visione
stessa. Chi non è rimasto incantato dal valzer di Nicole Kidman con
l’affascinante sconosciuto in Eyes wide shut di Stanley Kubrick o dalla
plasticità delle piroette di John Travolta ne La Febbre del sabato sera,
o dalla sensualità di Rita Hayworth in Gilda?
Quante volte nei film sul Tango si può avere
l’impressione di assistere nell’angolo buio di una sala allo scontro
passionale tra sessi… quasi come tornare bambini e rubare con lo
sguardo, dal buco della serratura, una scena d’amore tra adulti.
L’immagine filmica della danza raddoppia il
piacere della visione. Ogni film in cui c’è una scena di danza,
racchiude tracce di estrema vitalità, gocce di eros, come diversamente,
può veicolare un’energia che volge d’improvviso il suo movimento verso
thanatos e far naufragare il corpo in danze macabre.
Il ballo, espressione totale del corpo, della
psiche e dello spirito umano, è un linguaggio universale esistito sin
dall’antichità. Un dono di Dio, secondo Alvin Ailey, cui tutti gli
esseri umani possono accedere. Per la psiche, la danza equivale alla
ricerca di donare al corpo un’identità diversa che emerge da un’intensa
percezione di sé. Corpi che esprimono attraverso la loro carnalità un
proprio esplicito vissuto.
La danza è un mezzo immediato di comunicazione non
verbale, la sua compagna d’elezione non sempre è la musica, talvolta è
la musicalità di un silenzio, il fruscio impalpabile del corpo che
disegna nello spazio le sue evoluzioni. La danza è la disciplina più
vicina alla natura, interpretazione umana individuale e collettiva delle
forme degli elementi in perenne movimento, vento, acqua, cielo.
In generale “Si ha una sorta di costante conferma
del fatto che la danza sia ancora adesso uno spazio privilegiato in cui
vivere una dimensione altra seppure nel quotidiano, un modo per
ricongiungersi con il proprio intimo sé e dar sfogo alla felicità
espressiva che si cela dentro ogni uomo, indipendentemente dal suo stato
sociale, dalla sua cultura e persino dalle sue facoltà intellettive e
capacità motorie” (Gianna Porciatti).
Si dice che la danza sia effimera, legata al
momento temporale in cui si esegue, ma se costretta nei fotogrammi del
cinema, la danza prolunga la sua esistenza, rinchiusa nella memoria
incancellabile di una sequenza d’immagini. Le coreografie della Modern
Dance e dei suoi successivi sviluppi sono abitualmente riprese in dei
lungometraggi che potrebbero a tutti gli effetti essere considerati come
pellicole danzanti, perché riproducono negli stessi tempi di un film
storie narrate attraverso improvvisazioni-composizioni costruite intorno
ad un tema ben preciso. Il teatro-danza ed il cinema hanno più di una
radice in comune.
Penso al potere evocativo delle immagini negli
spettacoli di Carolyn Carlson, ai gesti poetici dei suoi ballerini che
rimandano alla relazione profonda tra flussi di coscienza e una
commovente ricerca di nessi simbolici; al teatro-danza visionario del
grande Bob Wilson, contaminato in modo fecondo dalle arti visive e dalla
musica di Philip Glass; alle storie narrate da Pina Bausch col suo
sguardo disincantato verso un’umanità nevrotica, sospesa in una
dimensione atemporale, nella quale immaginazione e realtà si intrecciano
di continuo. Mi vorrei soffermare su Pina Bausch, sulla sua capacità di
rappresentare corpi che esistono dentro la vita, piuttosto che
proiezioni idealizzate di corpi che sublimano la fisicità.
Ricordo la prima del suo spettacolo Palermo
Palermo, che come scrive Leonetta Bentivoglio, è un concentrato di
“icone ambigue e brutali, che stimolano fantasie e sollecitano
riflessioni sul maschile e il femminile”, una storia “fatta d’intimità
selvaggia e furori narcisistici”. Immagini potenti, dove il rischio di
andare in frantumi è sempre in agguato, e si lotta per sopravvivere a
ferite e lutti. Una riflessione intensa sulla realtà e sul senso del
proprio esistere, la vecchiaia può non logorare la bellezza interiore,
questo vale per una città passionale e decadente come Palermo ma anche
per un essere umano. I cinque pianoforti scordati che emettono sulla
scena suoni struggenti tra calcinacci e mattoni rotti che crollano
ovunque, hanno un impatto fortissimo sullo spettatore, sembra di
assistere ad una pellicola vivente che nulla toglie al teatro-danza.
Storie che ci toccano perché assomigliano alla complessità delle nostre
vite – la Bausch le ha proposte per sottolineare che “ciò che conta è
la ricerca del desiderio rimosso, lo stesso che trova rifugio nel gesto
inconscio, nel movimento involontario, nelle zone più profonde del
corpo umano”.
Se il meglio della danza contemporanea ha offerto
molto al linguaggio cinematografico attraverso coreografie dense di
pathos e particolarmente introspettive, il cinema d’autore diversamente,
ha attinto ad un territorio più vasto fatto da diversi generi e stili
per la creazione di sceneggiature dove la danza è al centro della
storia, ma per svariati motivi, storici, geografici, sociali.
Spesso nei film la danza non è protagonista ma
partecipa come elemento caratterizzante, come nel film Titanic di James
Cameron, quando il protagonista Jack Dawson (Leonardo Di Caprio) e Rose
(Kate Winslet) ballano con gli emigranti irlandesi nei piani bassi del
lussuoso transatlantico, emblema di vitalità e speranza verso il nuovo
mondo, prima della tragedia.
Nel film Zorba il greco di Michael Cacoyannis, il
sirtaki divenne per il cinema simbolo dello spirito greco, non solo
danza di derivazione marziale e di costume, ma ballo simile al movimento
delle onde, metafora della civiltà mediterranea.
Il valzer viennese danzato da Burt Lancaster e
Claudia Cardinale ne Il Gattopardo di Luchino Visconti nei saloni della
villa di Donnafugata, segna con tocco aristocratico la fine di un’epoca.
In Tango di Carlos Saura la danza fa da
spartiacque tra antico e nuovo, un vero e proprio affresco corale in cui
la memoria storica del migrante si confonde con la storia soggettiva
del protagonista.
Sono rari i film in cui emerge la dimensione
individuale, lo specifico di una vita di un personaggio dedito alla
danza e aiutato su un piano psicologico ed esistenziale dal praticarla,
come le pellicole americane Shall we dance?, Billy Elliot, Flash dance.
La danza in tutte le sue forme nel cinema come nella vita, più di
frequente descrive i bisogni e i desideri di uno scenario collettivo,
l’identità di un gruppo e la necessità di affermarla, la condivisione e
la relazione con l’altro esprimono la sua forza e la sua essenza più
profonda.
L’istinto naturale a danzare può essere tuttavia
trasposto su un piano intimo, individuale nel rapporto tra terapeuta e
paziente che privilegiano nella cura l’ascolto e l’espressione dei
vissuti emotivi attraverso i gesti.
Nella Danza terapia la psicologia analitica fa un
uso psicoterapeutico del movimento. Joan Chodorow, ad esempio,
danzaterapeuta e analista junghiana ha creato una sintesi della teoria
degli affetti attraverso l’ascolto delle emozioni e della loro
espressione corporea. Per questa forma di terapia il movimento
costituisce una delle possibilità più tangibili di cui l’inconscio
dispone per esprimersi e prendere forma.
Il tema di fondo è lo stesso per la terapia come
per la danza o il cinema d’autore, la profonda autentica esigenza di
esprimere l’universo affettivo.
in copertina: immagine tratta dal film
Voluptas dolendi, i gesti del Caravaggio